Un manubrio, otto colpi al capo e l’accusa di tentato assassinio

«Dovremmo parlare di assassinio mancato, non di tentato assassinio». Anche perché «ogni singolo colpo che ha inferto è stato un messaggio chiaro di dominio». Non ha alcun dubbio il procuratore pubblico Roberto Ruggeri: la sera del 21 gennaio del 2024, in un appartamento situato in via Bossi a Chiasso, il 34.enne eritreo (ma cresciuto in Etiopia) da questa mattina alla sbarra ha tentato di uccidere la propria compagna nonché madre dei suoi due figli. Da qui la richiesta che l’imputato passi i prossimi 15 anni dietro le sbarre e che, in seguito, venga espulso dalla Svizzera per altri 15.
Davanti alla Corte delle assise criminali presieduta dal giudice Amos Pagnamenta, come detto, da quest'oggi compare un 34.enne che, stando all’atto d’accusa e alle risultanze dell’inchiesta, quella sera del gennaio 2024 avrebbe agito spinto soprattutto dalla gelosia. Almeno 8, suddivisi in due fasi, i colpi che l’uomo ha inferto alla testa dell’allora compagna utilizzando dapprima un manubrio da palestra dal peso di due chilogrammi, successivamente un bastone (sempre da allenamento), di oltre un chilogrammo. Il tutto, secondo le risultanze dell’accusa, alla presenza dei due figli.
Di più. Dopo aver brutalmente picchiato la donna, il 34.enne ha organizzato la fuga. Si è cambiato (più volte), ha preparato i bambini, li ha caricati in auto ed è partito alla volta della Svizzera tedesca, dove risiede la sorella. Soltanto una volta in viaggio avrebbe chiamato i soccorsi indicando che la compagna era caduta e aveva picchiato il capo. Una fuga, la sua, che si è fermata alle 4.30 del mattino in territorio di Brienz (Berna) a seguito del dispositivo di ricerca messo in atto dalle forze dell’ordine.
Le registrazioni audio
Per l’intera giornata si sono susseguite le domande poste dal giudice all’imputato (tradotte in amarico, lingua parlata in Etiopia). Non sono mancati i «non ricordo»; «ero spaventato», «provavo rabbia». Così come le versioni discordanti rispetto a quanto dichiarato nei molteplici interrogatori avvenuti durante l’inchiesta. Il 34.enne ha altresì detto di essere arrivato al punto di «dire la verità per togliersi un peso», scontrandosi però con il giudice: «Siamo lontani anni luce dalla verità».
Alla base di tutto vi sarebbe stata una questione di gelosia: delle registrazioni audio avvenute nell’appartamento che accerterebbero la presenza (o la conversazione) della ex compagna con un altro uomo. Registrazioni sottoposte dal 34.enne a un tecnico audio e a un venditore di una compagnia telefonica, senza tuttavia ottenere conferme. Una convinzione, la sua, che unitamente alle già presenti difficoltà coniugali lo avrebbe spinto a compiere l’efferato gesto.
Gelosia, possessività, rabbia
«Gelosia, possessività, rabbia» ha ribadito durante la requisitoria il procuratore pubblico Roberto Ruggeri. «Avvelenato dalla gelosia» – ha ribadito – che lo ha portato ad essere «convinto dell’esistenza di voci (riferendosi alle citate registrazioni, ndr.) come pure di un presunto tradimento». L’accusa ha inoltre citato la perizia psichiatrica la quale non ha ravvisato alcun disturbo psichiatrico. Anzi: «Emerge come nutrisse e nutre ancora forte rabbia nei confronti della ex compagna».
Per quel che riguarda la commisurazione della pena, Ruggeri ha sottolineato che l’uomo «non può aver avuto altro intento che quello di uccidere». Con una particolare aggravante: «La vittima non solo era la madre dei suoi figli, ma quest’ultimi hanno assistito alla scena». In sostanza l’imputato ha tentato di «eliminare la compagna traditrice e fonte del suo malessere».
Parole e richiesta di pena alle quali ha aderito la legale della vittima, Marina Gottardi. Avvocata che assiste «una donna sopravvissuta per miracolo». Senza dimenticare i figli i quali «non sono una cornice ma sono a tutti gli effetti parte di questa tragedia». Infine, ha ravvisato, «l’imputato non ha mai proferito una parola di scuse».
Domani mattina la parola passerà alla difesa, è attesa l’arringa dell’avvocata Carolina Lamorgese.
