«Una delle più gravi truffe Covid commesse nel nostro Paese»

Il procuratore pubblico Daniele Galliano l’ha espressamente detto alla fine della requisitoria. Questa vicenda rappresenta «una delle più gravi truffe Covid commesse in Svizzera». Un milione e ottocentomila franchi di soldi pubblici. Tanto è il danno al bene giuridico protetto, ovvero il patrimonio, al centro del dibattimento andato in scena alle Assise criminali. Imputati alla sbarra due cittadini italiani – un 59.enne e un 62.enne –, che si inseriscono in questa storia in momenti distinti e assumendo ruoli e responsabilità diverse. Il modus operandi, inutile dirlo quando si parla di truffe Covid – vista la lunga scia di inchieste e condanne che ha vissuto il Ticino negli ultimi anni – è sempre lo stesso. Tramite delle società (in questo caso vuote, appena costituite oppure con gravi difficoltà finanziarie) venivano chiesti prestiti alle banche allegando documentazione fittizia che attestava bilanci inventati e cifre d’affari gonfiate. E così è stato anche in questo caso.
Richieste andate a segno
Il «mandante» di questa vicenda, come dipinto da Galliano, è il 62.enne (con alle spalle vari procedimenti penali in Italia e conosciuto anche alla nostre latitudini), che nei primi mesi del 2020 «apprende della possibilità di richiedere in Svizzera dei prestiti Covid garantiti dalla Confederazione». Insomma, che «durante la pandemia si potevano fare grandi soldi». Così inizia a circondarsi di persone (anche prestanome) che «non fanno tante domande ed seguono fedelmente le istruzioni. Fa un primo tentativo con una società vuota, o in vendita a poco prezzo, e un fiduciario abusivo attivo in Ticino». Il prestito Covid viene concesso dalla banca e da quel momento, sempre a mente di Galliano, le richieste diventano «sistematiche», cagionando un danno al patrimonio di oltre 840.000 franchi in pochi mesi. Denaro che «veniva utilizzato per finanziare la sua (del 62.enne, ndr) società italiana». Ed è qui che entra in gioco il 59.enne, anch’egli «esecutore fedele, che non fa domande, si presta al gioco, assume la carica di organo direttivo di una società e firma documenti». Ma è proprio il fatto di aver sottoscritto tali documenti, attestanti «cifre milionarie collegate a società inattive», che si «è esposto a una truffa e alla falsità in documenti, avendo lui stesso dichiarato di aver verificato le cifre d’affari». Le richieste di fideiussioni avanzate e ottenute dai due imputati ammontano a un milione di franchi. Per il 59.enne, il pp ha chiesto una condanna a 3 anni, di cui 18 mesi da espiare e l’espulsione dalla Svizzera per 7 anni. Per il 62.enne, invece, 5 anni da espiare e l’espulsione per 8 anni.
Di banche e teste di legno
L’impianto difensivo dei patrocinatori degli imputati – gli avvocati Luisa Polli per il 62.enne e rispettivamente Maurizio Pagliuca per il 59.enne – è stato imbastito con tesi diametralmente opposte. Polli, ad esempio, dopo aver ricordato che il suo assistito «ha ammesso che i dati relativi alle cifre d’affari non erano corretti» e che «dietro a quelle richieste non c’era una volontà di arricchirsi, piuttosto di tenere in vita attività economiche che senza quella liquidità sarebbero crollate», ha fatto leva sulla «leggerezza degli istituti di credito». E meglio: «La SECO aveva specificato alle banche che potevano rifiutare richieste che presentavano sospetti o anomalie. E un consulente ha dichiarato che dopo alcune verifiche si era reso conto che qualcosa non quadrava. Quindi sì, la banca ha agito senz’altro con leggerezza e poteva rifiutare certe richieste». Per il suo assistito, l’avvocata aveva chiesto una pena sospesa non superiore ai 24 mesi. Dal canto suo, Pagliuca ha sottolineato «un elemento fondamentale per inquadrare» il 59.enne, ovvero che «confonde amicizia e relazioni professionali. Se andiamo ad analizzare l’atto d’accusa, notiamo che tutti i reati di cui è imputato il mio assistito si sono sviluppati nell’ambito dei rapporti professionali che lui però riteneva rapporti di amicizia». Per Pagliuca, l’uomo ha assunto una carica, ovvero quella di fiduciario, «che non era in grado di gestire. Però sì, ha firmato dei formulari precompilati. E il compito di una testa di legno è proprio quello di ricoprire una carica e firmare. Ma dall’aver semplicemente firmato non si può far discendere di aver accettato di truffare», ha sottolineato Pagliuca, che aveva chiesto il proscioglimento del suo assistito dal reato principale di truffa e che fosse condannato a una pena sospesa non superiore alle 30 aliquote giornaliere.
Di diverso avviso la Corte presieduta dal giudice Marco Villa, che ha condannato entrambi gli imputati per aver commesso la truffa Covid e riprendendo sostanzialmente quanto detto dal procuratore pubblico. Per quanto riguarda la pena, il 62.enne è stato condannato a 5 anni ed espulso dalla Svizzera per 8 anni (come richiesto da Galliano), mentre il 59.enne a 2 anni e 10 mesi, di cui 12 mesi da espiare, e l’espulsione dalla Svizzera per 6 anni.
