«Una relazione tossica» finita nel peggiore dei modi

Quattro anni e 9 mesi di galera e un’espulsione di 7 anni dalla Svizzera. Questa la pena inflitta ieri dalla Corte delle assise criminali di Lugano (presieduta dal giudice Curzio Guscetti, giudici a latere, Renata Loss Campana e Claudio Colombi) a una cittadina italiana di 42 anni (dal 2018 in Ticino) per tentato omicidio intenzionale (dolo eventuale) e grave infrazione alle norme della circolazione stradale (per aver guidato a 164 chilometri orari sull’A2 all’altezza di Melano il 14 luglio 2025). La donna, difesa dall’avvocato Nuria Regazzi, è stata in particolare riconosciuta colpevole per aver tentato di uccidere con un bicchiere rotto l’ex fidanzato 46 enne la mattina del 22 ottobre 2025 in via Massagno a Lugano. La procuratrice pubblica titolare dell’inchiesta, Veronica Lipari aveva chiesto 4 anni e 6 mesi, mentre la difesa si è battuta per il proscioglimento e quindi l’assoluzione della sua assistita. Per questo motivo potrebbe essere fatto appello. «Un amore viscerale che si è trasformato in odio viscerale».
Così ha definito Guscetti i sentimenti provati dalla donna nei confronti dell’uomo conosciuto un anno e mezzo prima del fatto di sangue. «Una donna talmente affranta e in piena collera da desiderare la morte del compagno», ha continuato il giudice, ricordando i messaggi scritti e vocali contenenti minacce di morte che la 42 enne ha inviato all’uomo, dopo che questi ha voluto troncare la relazione. Una relazione definita in aula «tossica», perché contraddistinta da ripetuti litigi, scontri e insulti. Ma tossica anche perché durante un periodo di carcerazione del 46 enne, durato dalla primavera all’estate scorsa, la donna ha nel frattempo conosciuto un altro uomo, con il quale ha stretto un’intensa amicizia. Un triangolo potenzialmente esplosivo che poteva però avere un finale diverso, ha spiegato Lipari, se la 42 enne avesso voluto evitare l’escalation. «La mia assistita - aveva detto Regazzi - è stata risucchiata da due uomini ed è in quel momento che ha cominciato a fare uso di cocaina». Sì, perché la mattina del 22 ottobre, i tre erano a casa dell’amico in via Massagno. Si erano trovati lì dopo aver passato la notte prima assieme, facendo uso di sostanze stupefacenti (cocaina e marijuana) e ingenti quantità di alcol. Prima a casa della donna, poi alle prime luci dell’alba in via Massagno. È stato proprio lì, in quell’appartamento, che la donna, dopo essere stata pesantemente insultata dall’ex fidanzato, ha preso il calice di champagne che avrebbe dovuto ancora essere riempito, lo ha spezzato su un tavolino e lo ha inferto sul collo del 46 enne (fattosi accusatore privato e rappresentato in aula dall’avvocato Riccardo Maiolo). Questo secondo l’accusa e la Corte.
Secondo la tesi difensiva e il racconto della 42 enne invece il calice sarebbe stato solo gettato addosso all’ex fidanzato, senza romperlo. Ma le ferite riportate dall’uomo e accertate dal medico legale, ha spiegato Guscetti, dimostrano altro. «Dimostrano che la ferita al collo non poteva essere stata procurata dal lancio di un oggetto. Le caratteristiche delle lesioni indicano un movimento dalla spalla al collo, mentre un bicchiere avrebbe causato delle semplici ferite da taglio». Inoltre, ha continuato il giudice, le dichiarazioni fatte dai due uomini sono univoche e credibili. Tutto questo, sapendo «che provavano ancora affetto verso la donna». A dimostrarlo «sono le prime dichiarazioni rese a verbale che hanno cercato di discolpare la 42 enne». Non così, a mente della Corte, ha invece fatto la donna, che si è contraddetta più volte. «Prima ha detto di aver solo lanciato il bicchiere, poi di aver colpito l’uomo, poi nuovamente di averlo lanciato, infine ha anche ipotizzato che ad aver ferito il 46 enne fosse stato in realtà l’amico». Tutto ciò «ha minato la sua credibilità», ha evidenziato il giudice. Da qui la condanna.
