Processo

«Un’esplosione di violenza: è un caso che sia sopravvissuto»

Alla sbarra un uomo accusato di tentato omicidio intenzionale per aver sferrato svariati colpi alla testa di uno sconosciuto anche quando era inerme a terra – Chiesti oltre 4 anni – Per la difesa «non voleva di certo ucciderlo»
I due erano perfetti sconosciuti e si sono incontrati lungo corso San Gottardo a Chiasso. © Shutterstock
Valentina Coda
06.07.2026 19:16

«Colpiscimi prima tu, io sono un pugile». Una frase pronunciata in un contesto apparentemente goliardico e fortemente influenzato da un elevato tasso alcolemico. Il problema è che tali parole sono state prese alla lettera, e la situazione è presto sfuggita di mano, tanto da mandare la vittima in ospedale con policontusioni al volto e portare «il pugile» – che per inciso, non lo è – alla sbarra con l’accusa di tentato omicidio intenzionale, subordinatamente tentate lesioni gravi. L’aggressione si consuma nell’arco di due minuti. È il 25 novembre dell’anno scorso, siamo a Chiasso, a monte di corso San Gottardo alcuni metri prima della rotonda di Largo Kennedy, ed è da poco passata la mezzanotte. È la vittima, su suggerimento dell’imputato - un 43.enne cittadino italiano conosciuto poco prima – a sferrare i primi colpi. La reazione, di contro, è violenta: nell’atto d’accusa la procuratrice pubblica Margherita Lanzillo parla di sei pugni al capo, un pugno alla pancia, tredici calci in testa e due nella zona lombare.

«È stato provocato»

Le circostanze di quanto accaduto vengono descritte in modo dettagliato grazie alla videosorveglianza della Città di Chiasso, che ha ripreso per filo e per segno l’aggressione e ha rinfrescato la memoria all’imputato – solito a questo tipo di scatti d’ira per via del disturbo psichico di cui soffre e della sua dipendenza da alcol –, trinceratosi dietro un «non ricordo niente di quanto successo. La mia reazione è caduta nell’eccesso, ma non volevo ucciderlo». Stando ad alcune dichiarazioni agli atti rilasciate da testimoni oculari, dopo aver infierito con calci e pugni l’imputato avrebbe aiutato la vittima, sanguinante, a rialzarsi da terra, le avrebbe dato una mano a rimettersi la giacca, poi i due si sarebbero abbracciati e se ne sarebbero andati prendendo strade diverse. La perizia psichiatrica ha indicato che al momento dei fatti il 43.enne non era totalmente incapace di valutare il carattere illecito delle proprie azioni ed ha suggerito di sottoporre l’imputato a un trattamento stazionario.

Per la pubblica accusa, il caso in questione non è solamente «una brutale aggressione», bensì «una violenza che ha superato la soglia delle lesioni personali e che si è trasformata in una aggressione idonea a sopprimere una vita umana. I due erano perfetti sconosciuti e questo incontro casuale si è trasformato in un’esplosione di violenza tanto improvvisa quanto incomprensibile vista la totale assenza di un movente». Un ruolo centrale, per Lanzillo, sono i colpi inflitti alla testa della vittima, «mirati e reiterati», anche quando la stessa era a terra inerme. «L’aggressione non era più necessaria secondo una logica di mera sopraffazione: se l’unico scopo era quello di prevalere sul litigio, l’imputato l’aveva già raggiunto quando la vittima era a terra visto che da quell’istante ogni colpo sarebbe risultato superfluo. Ma è proprio da quel momento che la violenza si è acuita. E che la vittima sia sopravvissuta è solo il risultato della fortuna. Chiunque è consapevole che colpire ripetutamente il capo di una persona quando è a terra con calci di tale intensità espone il rischio di provocarle la morte». In virtù della scemata imputabilità di grado lieve, la procuratrice pubblica ha chiesto che il 43.enne venga condannato a una pena di 4 anni e 10 mesi. Di contro, non si è opposta all’eventuale sospensione a favore di un trattamento stazionario. Uno scenario, questo, possibile solo se la Corte decidesse di applicare il caso di rigore in materia di espulsione. Il patrocinatore della vittima (si è costituita accusatrice privata), l’avvocato Emanuele Ganser, ha fatto leva sulla «straordinaria efferatezza del pestaggio: i colpi alla testa sono stati ben diciannove e quasi la totalità è stata sferrata quando la vittima era a terra. È per una mera casualità che oggi io stia rappresentando la vittima e non i suoi familiari». Chi si è chinata sul movente è stata la legale dell’imputato, l’avvocata Marisa Alfier, spiegando nella sua arringa che «sì, agli atti ci sono le immagini della videosorveglianza e nessuno contesta cosa sia successo, ma l’agire del mio assistito è stato indotto da una provocazione iniziale da parte della vittima. Non voleva di certo ucciderlo, anche perché agli atti non c’è traccia di alcuna frattura, ma solamente di lesioni». Per il 43.enne, Alfier ha chiesto che venga accolta la subordinata di tentate lesioni gravi e che la Corte propenda per una massiccia riduzione della pena, ma sospesa a favore di un trattamento stazionario. La Corte delle assise criminali presieduta dal giudice Curzio Guscetti pronuncerà la sentenza domani pomeriggio.

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