Verzasca

Un'intera valle si mobilita per due profughe afghane

Mamma e figlioletta di 7 anni espulse per due volte – Lei si sta integrando e la bambina frequenta la scuola – La popolazione firma un appello
Mamma e figlia afghane ieri davanti al castello Marcacci di Brione Verzasca. © CdT
Mauro Giacometti
24.12.2022 06:00

Sarebbe una bella storia di Natale. Un’intera valle, la Verzasca, che si mobilita per accogliere e sostenere mamma e figlia in fuga dall’Afghanistan. Cinque anni di peripezie attraverso il Medio Oriente, i Balcani, la Slovenia e la Svizzera, con un corollario di pericoli, umilianti controlli alle frontiere, «passatori» esosi e inaffidabili, violenze, disagi e tanta tanta paura. Quella di Anna, 33 anni, e la piccola Sofia, di 7 (entrambe con un nome di fantasia per tutelarne la privacy) sarebbe una bella storia di Natale se le due profughe afghane potessero rimanere in Verzasca, dove la madre vorrebbe tornare a fare il suo mestiere, la sarta, e sta studiando l’italiano, mentre la piccola Sofia, vivace, intelligente e dal carattere solare nonostante quello che ha patito nella sua lunga fuga da Kabul, si è perfettamente integrata nella seconda classe della Scuola elementare di Brione Verzasca, partecipando con entusiasmo anche alle numerose attività extrascolastiche e al doposcuola.

Seconda espulsione

Invece, ed è la seconda volta nel giro di un anno, la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) ha respinto la loro richiesta. Una richiesta di aiuto più che di asilo. La donna, cinque anni fa, fu costretta a fuggire da un ex marito violento, che la picchiava e minacciava di ucciderla, portandole via l’altro figlio di appena 10 anni. Una fuga, la sua, oltre che dalle vessazioni dell’uomo, anche e soprattutto da un clima di intolleranza e violenza nei confronti dell’universo femminile che si stava reinstaurando in Afghanistan e che è peggiorato dopo che USA e Nato hanno abbandonato il Paese nelle mani dei talebani. La donna, con la figlioletta che allora aveva solo tre anni, s’è gettata tutto alle spalle per raggiungere un luogo sicuro, dove tornare a vivere senza il terrore di essere arrestata, torturata e poi uccisa solo per il fatto di essere indipendente e non rassegnarsi allo strapotere maschile dell’estremismo islamico. Un paese sicuro, libero, un luogo d’approdo tranquillo, la possibilità di crescere una figlia senza guardare il suo sguardo pieno di paura lo aveva raggiunto: dopo tre mesi trascorsi in un affollato e praticamente monopolizzato da profughi africani centro per richiedenti l’asilo a Lubjana, lei e Sofia sono riuscite a raggiungere la Svizzera, alla fine del 2020, e alla frontiera di Chiasso sono state registrate e poi assegnate per il soggiorno provvisorio in una pensione della Valle Verzasca, in attesa che Berna si esprimesse sulla richiesta d’asilo.

Bambina sveglia

Sofia ha cominciato a frequentare la Scuola elementare, entusiasta di convivere la sua quotidianità con bambini della sua età invece che con adulti spesso violenti che aveva conosciuto nei cinque anni di fuga. E soprattutto affamata di imparare. «È veramente una bambina eccezionale, sveglia, ha imparato quasi subito ad esprimersi bene in italiano», ci confida una delle sue maestre. Nel maggio scorso, però, la doccia fredda, anzi gelata. Un blitz della polizia all’alba e per mamma e figlia, traumatizzate, il ritorno immediato a Lubjana. La Segreteria di Stato della migrazione (SEM) non era entrata in materia sulla loro richiesta di asilo, rimandandole in fretta e furia al centro sloveno dov’erano già state identificate. Anna però è una donna caparbia, anche se si commuove pensando alle peripezie che ha dovuto superare: «Voglio che mia figlia cresca al sicuro, che possa studiare e vivere la vita che non ho potuto vivere io», ci dice con l’ausilio di un’interprete mentre aspetta che Sofia finisca le lezioni. Così tornano in Verzasca, ripresentano la richiesta d’asilo che però viene respinta per la seconda volta da Berna.

Lettera di sostegno

A questo punto è tutta la valle a muoversi. Giovedì sera, durante la messa e il presepe vivente allestito a Sonogno, è stata distribuita e firmata una petizione spontanea, una lettera di sostegno per regolarizzare il loro statuto di soggiorno ed evitare che vengano «ricacciate» fuori dalla Svizzera. Poi, alcune mamme residenti in valle e le due maestre si sono attivate presso la Fondazione Azione Posti Liberi, diretta dalla giurista Gabriela Giuria, affinché venga presentato un argomentato ricorso contro la seconda decisione negativa della SEM, comunicata il 21 dicembre, che intima ad Anna e a sua figlia di lasciare la Svizzera entro il prossimo 1. giugno.

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