Toni accesi in Parlamento, ma il dibattito è rimandato

Pronti, partenza, via: l’attesissima discussione sulle domande parlamentari in merito al «caso Zali» è cominciata con un pasticcio. O meglio, per dirla con le parole di Fiorenzo Dadò, con una «pagliacciata». Per una buona oretta, a inizio dibattito, i deputati hanno infatti litigato sulla procedura da seguire per presentare le varie interpellanze. E, dopo un fiume di parole, è infine stato deciso di seguire un filo logico: raggruppare tutte le domande sulla vicenda (inizialmente ordinate in modo sparso), metterle in fila, ascoltare la replica del Governo e poi, semmai, votare per fare una «discussione generale» sul tema. Si è dunque entrati nel vivo della questione, con le risposte del Consiglio di Stato a sei interpellanze giunte in questi mesi riguardanti il «caso Zali». Risposte che, lo anticipiamo, al di là di qualche dichiarazione di natura politica da parte della presidente dell’Esecutivo, come facilmente intuibile non hanno fornito nuovi elementi per fare luce sulla vicenda. Dopodiché, il plenum ha proceduto a litigare nuovamente sull’opportunità o meno di aprire una «discussione generale». Hanno discusso per decidere se discutere. E, infine, la proposta è stata bocciata. Riassunto della giornata: un pasticcio procedurale, qualche non-risposta del Governo, una discussione sull’opportunità di discutere. E giù il sipario.
Interrogativi aperti
Sia come sia, vista l’importanza della vicenda da un punto di vista istituzionale, qualche elemento degno di nota e del quale vale la pena riferire è emerso nel lungo dibattito andato in scena a Palazzo delle Orsoline. Partiamo dalla prima interpellanza (inoltrata dall’MpS) a cui il Governo non ha risposto. Quella riguardante la riunione indetta da Zali sul 14.enne, figlio di una sua conoscente, collocato alla Farera. Su questa particolare vicenda, la prima emersa in ordine di tempo, la presidente dell’Esecutivo Marina Carobbio Guscetti ha spiegato al plenum che, essendo aperta un’inchiesta penale sulla vicenda da parte del Ministero pubblico (i reati ipotizzati contro Zali sono tentata coazione e abuso d’autorità) ed essendo pure in corso gli approfondimenti delle Sottocommissioni parlamentari nell’ambito dell’Alta vigilanza, il Governo ha ritenuto «opportuno non trarre conclusioni». Anche perché lo si potrà fare, semmai, davanti al rapporto che sarà prodotto dalle stesse Sottocommissioni. «Concordo che ci sono domande importanti (...) ma immaginiamo che terminati i lavori dell’Alta vigilanza ci sarà un rapporto e una discussione in questo Parlamento. E una volta conclusi questi lavori il Consiglio di Stato (...) prenderà posizione sugli interrogativi posti, compresi quelli politici, e valuterà eventuali misure da adottare». Qualche elemento interessate è poi emerso dalla seconda interpellanza, anch’essa promossa dall’MpS, riguardante la nota e-mail con cui Claudio Zali si è rivolto ai vertici dell’EOC (e in copia pure al consigliere di Stato Raffaele De Rosa) per chiedere l’assunzione di una sua conoscente. Per quanto possibile (poiché trascorsi 6 anni), il Consiglio di Stato ha ricostruito la sequenza di eventi della vicenda. Spiegando, nel merito, che dalle verifiche svolte (su richiesta dello stesso De Rosa) è emerso che «le procedure interne sono state rispettate» e che si possono escludere «pressioni» da parte dei membri del CdA dell’Ente ospedaliero (ossia Paolo Sanvido e Raffaele De Rosa) sulle risorse umane al fine di far assumere la donna. È poi stato spiegato che le e-mail di Zali hanno portato a prospettare per la donna due distinte posizioni lavorative, ma dalle verifiche non sono risultate vere e proprie offerte di lavoro. Posizioni che, in ogni caso, la donna non avrebbe accettato. Ad ogni modo, sul piano prettamente politico Carobbio Guscetti ha voluto sottolineare che «l’intero Consiglio di Stato stigmatizza l’agire autoritario del consigliere di Stato Claudio Zali nei confronti dell’Ente e se ne distanzia, oltre che nei toni, anche nelle modalità». Detto ciò, la presidente ha pure concesso che «il sollecito» di Zali «ha comunque generato un’attenzione accresciuta» da parte del membro di CdA Sanvido e dell’allora capo area delle risorse umane dell’Ente. Ma, nonostante ciò, il Governo ha ritenuto di «non disporre di elementi sufficientemente solidi» per segnalare Zali al Ministero pubblico. Il Governo, inoltre, ha difeso l’agire di De Rosa sottolineando che «non ha avuto un ruolo attivo» nella vicenda. Rispondendo poi alle domande di un’interpellanza di Maura Mossi Nembrini (Più Donne), la presidente ha aperto alla possibilità in futuro di lavorare, di concerto con il Parlamento, per migliorare le procedure e l’ordinamento per affrontare crisi che coinvolgono un membro del Governo. Come dire: da questo punto di vista probabilmente si può fare meglio. Nel rispondere invece alle domande sul caso della 52.enne deceduta nel Ceresio (la donna che pubblicò gli audio di Zali), il Governo si è essenzialmente appellato alla separazione dei poteri. Carobbio Guscetti ha infatti ricordato la necessità di «distinguere due piani, quello della responsabilità politica e quello dell’accertamento giudiziario, rispetto al quale vale la separazione dei poteri», un «principio fondamentale della democrazia». Che non rappresenta «un limite per le istituzioni», ma è la «garanzia stessa della loro legittimità». E rispondere alle domande su questa vicenda, equivarrebbe «a sostituirci alla Magistratura» e, quindi, violare quel principio sul quale si regge lo Stato di diritto.
Senza poi entrare nei dettagli di ogni risposta (le spiegazioni di Carobbio Guscetti hanno preso circa un’ora di tempo), il Governo più in generale si è difeso anche in merito al suo agire durante tutta la vicenda. La presidente ha infatti più volte ricordato le decisioni prese dall’Esecutivo: togliere la competenze di Polizia e Giustizia a Zali, in seguito pure la presidenza, e quindi le competenze anche del Territorio, oltre a chiedergli le dimissioni immediate. E la presidente ha pure ribadito, in questo senso, che il «Consiglio di Stato ha agito in modo coerente e proporzionato sulla base degli elementi di cui disponeva». Sia come sia, le lunghe risposte non hanno soddisfatto i deputati autori delle interpellanze. Tutti, infatti, hanno criticato il Governo. L’MpS, in particolare, ha biasimato la mancata volontà del Consiglio di Stato di prendere posizione sulle domande di natura politica.
Sì, no, più avanti
Dopo le risposte, è quindi giunto il momento per il plenum di discutere sulla possibilità di effettuare una «discussione generale». E qui, le opinioni dei deputati hanno iniziato a divergere. Un «no» è giunto dal PLR, che con il capogruppo Matteo Quadranti ha invitato i colleghi ad attendere i risultati dei lavori dell’Alta vigilanza e della Magistratura prima di discutere sulla vicenda. Per il Centro, Maurizio Agustoni ha invece sostenuto la proposta, ricordando che una discussione in aula è «un esercizio che la popolazione si aspetta» e sarebbe dunque «strano» che il Gran Consiglio rinunciasse a tale opportunità. «Se vogliamo chiudere il cerchio – ha affermato – come potere legislativo non possiamo privarci di questa occasione». Diversa l’opinione del PS, con il capogruppo Ivo Durisch a chiedere di abbassare i toni della discussione: «Dobbiamo imparare come politica che se vogliamo spegnere il fuoco, non dobbiamo essere noi ad accenderlo». Anche l’UDC, con Alain Bühler, si è detta contraria. Anche perché, ha spiegato, il vero dibattito è solo rimandato. «Passare due ore a parlarsi addosso», ha affermato, sarebbe «un esercizio nullo, che non porta sollievo ai cittadini». Per il capogruppo, poi, il cerchio si potrà chiudere «quando ci sarà il rapporto dell’Alta vigilanza: lì daremo indicazioni chiare. Semplicemente la discussione è rimandata». Ironico, invece, il commento di Giuseppe Sergi (MpS): «Chissà perché non sono sorpreso», ha detto riferendosi alla verosimile bocciatura in aula della richiesta di «discussione generale». «Questa vicenda non sarà servita a nulla e i meccanismi alla base della vicenda continueranno imperterriti. La crisi istituzionale continuerà». Dello stesso avviso Amalia Mirante. Secondo la deputata di Avanti con T&L «la politica fa quadrato e difende sé stessa e i partiti difendono i loro consiglieri di Stato». Per Tamara Merlo (Più Donne), una mancata «discussione generale» dimostra «la debolezza del Governo» e una maggioranza del Parlamento «ancora più debole». Chiusura con Samantha Bourgoin (Verdi): «Il Parlamento deve fare il proprio lavoro», e quindi discutere quando si presentano vicende così importanti. Il voto finale - 48 no, 29 sì e 4 astensioni, ha dato ampiamente ragione ai contrari. Ma la «discussione generale», come fatto notare da alcuni deputati, è solo rimandata.


