Svizzera

Too big to fail, il Consiglio federale non arretra: stretta sui requisiti patrimoniali

La partecipazione di UBS nelle sue filiali estere va coperta al 100% con fondi propri – È quanto propone l’Esecutivo nel progetto di legge messo in consultazione fino al 9 gennaio – I vertici della banca respingono la misura definendola «estrema»
©ENNIO LEANZA
Francesco Pellegrinelli
26.09.2025 20:30

Il Consiglio federale tira dritto e nel pieno del dibattito su un’eventuale partenza di UBS dalla Svizzera mette in consultazione la revisione della legge sulle banche e dell’ordinanza sui fondi propri.

Al centro della riforma su cui si concentra questa fase di consultazione c’è proprio la misura più discussa del pacchetto presentato a giugno dalla presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter, ossia l’obbligo per gli istituti di rilevanza sistemica di coprire integralmente con capitale proprio l’attività delle filiali estere.

Nonostante le critiche e le pressioni arrivate dal colosso bancario elvetico, l’Esecutivo conferma quindi la propria strategia per rafforzare il quadro legislativo «too big to fail». UBS, nelle scorse settimane, aveva infatti denunciato più volte il rischio che un inasprimento dei requisiti patrimoniali riducesse la competitività internazionale del gruppo e lo spingesse a riconsiderare la propria presenza in Svizzera.

Come detto, però, il Consiglio federale non sembra intenzionato a cedere terreno. L’obiettivo dichiarato resta infatti di rendere più solido il sistema finanziario, evitando che i contribuenti debbano un giorno farsi carico delle perdite di un gigante bancario.

Tornando alla proposta messa in consultazione, l’unica novità riguarda la tempistica: le banche di rilevanza sistemica avranno tempo sette anni (dall’entrata in vigore della modifica di legge) per coprire integralmente con capitale proprio le partecipazioni nelle filiali estere. Scrive l’Esecutivo: «La copertura con fondi propri sarà pari al 65% all’entrata in vigore, per aumentare poi del 5% ogni anno e giungere al valore auspicato del 100%» in sette anni.

Che cosa cambia?

Oggi le banche svizzere sono tenute a fornire soltanto una copertura parziale con capitale proprio per le partecipazioni nelle filiali estere. Ciò comporta che eventuali perdite di valore all’estero vadano a intaccare anche le riserve della casa madre in Svizzera. Con la nuova normativa, invece, le banche di rilevanza sistemica dovranno dedurre completamente dalle proprie riserve di capitale il valore delle partecipazioni nelle filiali estere. In altre parole, dovranno coprire integralmente con fondi propri queste attività.

Secondo il Consiglio federale, questo rafforzamento porterà benefici in ogni fase di un’eventuale crisi: nella gestione ordinaria, nella stabilizzazione e, se necessario, nella liquidazione di una banca. In caso di fallimento, l’istituto potrà infatti vendere tutte o parte delle sue filiali all’estero senza ripercussioni negative sulla sede svizzera. La copertura integrale serve proprio a questo: proteggere meglio i clienti e i creditori della banca in Svizzera dalle perdite che si verificano fuori dal Paese.

BNS e FINMA d’accordo

Secondo la Banca nazionale svizzera (BNS) e la FINMA, l’obbligo di copertura integrale rappresenta un tassello essenziale per centrare gli obiettivi della regolamentazione «too big to fail» e rafforzare la stabilità del sistema finanziario svizzero. Una valutazione condivisa anche da uno studio indipendente, affidato alla società BSS Volkswirtschaftliche Beratung. Secondo cui, la misura messa in consultazione tiene conto di una particolarità del modello elvetico: per le grandi banche svizzere il mercato estero pesa molto più che in altre piazze finanziarie con istituti di rilevanza sistemica globale.

La nuova regolamentazione, ha precisato l’Esecutivo, riguarda soltanto le banche di rilevanza sistemica con partecipazioni estere. In pratica, al momento l’unico istituto interessato in modo significativo è UBS.

UBS: «Irrealizzabile»

Per la banca, che ha preso posizione con una nota stampa, l’impatto sarebbe pesante: secondo i calcoli interni, i nuovi requisiti patrimoniali costringerebbero l’istituto ad accantonare fino a 19 miliardi di franchi supplementari, che si aggiungerebbero ai 18 miliardi già richiesti per l’acquisizione di Credit Suisse. Una prospettiva che il presidente del CdA, Colm Kelleher, ha definito «irrealizzabile», avvertendo che un impegno superiore metterebbe a rischio la competitività internazionale del gruppo.

Nella nota diffusa oggi UBS ha quindi confermato la sua posizione, sostenendo in linea di principio gran parte delle misure presentate dal Consiglio federale lo scorso 6 giugno, a condizione che siano attuate in modo «mirato, proporzionato e in linea con gli standard internazionali». Resta invece ferma l’opposizione all’aumento dei requisiti patrimoniali, il tema più delicato della consultazione appena avviata.

«In pratica», ha sottolineato il CEO Sergio Ermotti, «i requisiti minimi effettivi per UBS sarebbero almeno del 50% più elevati rispetto alla media delle altre banche di rilevanza sistemica a livello globale».

«La vera sicurezza risiede nella capacità di gestire i rischi»

«La questione della copertura degli investimenti in filiali estere con capitale proprio della casa madre è un dibattito classico nel settore bancario, noto come double leverage». A parlare, interpellato dal CdT, è Carlo Lombardini, avvocato ginevrino, professore di diritto bancario e profondo conoscitore della piazza finanziaria svizzera. «Se una casa madre usa il proprio capitale per coprire gli investimenti nelle filiali estere, ha meno risorse disponibili per fare altri affari, quindi la sua attività complessiva diventa più limitata», spiega Lombardini. «Se invece la casa madre può usare soldi presi in prestito, si ritrova con dei debiti al passivo del bilancio che sono “coperti” all’attivo da investimenti (le filiale estere) difficili da valutare e da monetizzare in caso di crisi». Fatta questa premessa puramente esplicativa, Lombardini aggiunge: «Tecnicamente posso capire l’esigenza del Governo federale. Allo stesso tempo, però la Svizzera rischia di creare un handicap competitivo, imponendo regole più stringenti rispetto a quelle richieste in altri Paesi». Secondo Lombardini, questo potrebbe limitare la capacità di UBS di competere efficacemente sui mercati esteri. Non solo. Anche con questa normativa, secondo l’esperto, la Confederazione dovrà comunque intervenire in caso di crisi di una banca di rilevanza sistemica. Pertanto, l’illusione che il rischio venga eliminato è fuorviante. «La vera sicurezza risiede prima di tutto nella qualità della gestione della banca e della vigilanza, ossia nella capacità della direzione e del Consiglio di Amministrazione di comprendere e gestire i rischi monitorandoli. E poi anche nella qualità dell’autorità di vigilanza che non deve avere una visione burocratica della sorveglianza». Secondo Lombardini, concentrarsi solo sui fondi propri rischia di distogliere attenzione dai rischi reali e dalla gestione effettiva degli stessi. Ad ogni modo, nell’ipotesi in cui la misura posta in consultazione passasse lo scoglio del Parlamento, secondo Lombardini la normativa obbligherebbe UBS a fare scelte più selettive sulle attività da mantenere in funzione del capitale disponibile: «Molte filiali estere, in particolare in America ed Europa, non generano profitti significativi. I mercati più redditizi per UBS restano la Svizzera e l’Asia». Detto in altre parole, i vertici della banca nel caso in cui la misura venisse approvata, potrebbero dover individuare i mercati esteri più redditizi, tenendo conto del capitale disponibile.