Torna il salario minimo, ma nel mirino c’è Berna

Salario minimo, ci risiamo. Il Gran Consiglio ticinese tornerà infatti a discuterne nella prossima sessione, che inizierà il 14 settembre. Sarà, come detto, un ritorno sul tema, perché il Parlamento ticinese, lo scorso 20 aprile, ha già approvato una legge secondo cui il salario minimo cantonale dovrà prevalere sui contratti collettivi di lavoro (CCL) con salari inferiori, a partire dal 1. gennaio 2027.
Perché, allora, tornare a parlare di una questione sulla quale il Parlamento si è già espresso? Perché, il 19 giugno, il Parlamento federale ha approvato una modifica della Legge federale concernente il conferimento del carattere obbligatorio generale al contratto collettivo di lavoro (LOCCL).
In concreto, la modifica stabilisce che i salari minimi previsti da un CCL dichiarato di obbligatorietà generale possano prevalere sui salari minimi fissati dalla legislazione cantonale, anche quando risultino inferiori a questi ultimi. Insomma, esattamente il contrario di quanto stabilito in Ticino.
La modifica federale potrebbe quindi entrare in conflitto con la legge ticinese, che prevede invece la prevalenza del salario minimo cantonale. In particolare, la legge federale potrebbe indebolire la legge ticinese, impattando la sua portata. Nella lettura più favorevole, la legge federale potrebbe infatti congelare il salario minimo al livello in vigore al momento dell’entrata in vigore effettiva della legge federale, impedendo gli aumenti successivi previsti dalla legge cantonale. Lo scatto per l’ultima forchetta (21.75-22.25 franchi all’ora) è infatti fissato al 1. gennaio 2029.
I numeri ci sono?
Ora, che cosa succede, dunque? Per farla semplice, in aula arriverà il rapporto della Commissione economia e lavoro sulla domanda di referendum cantonale presentata da Matteo Pronzini e Giuseppe Sergi (MPS) contro la modifica della legge federale. Se almeno otto Cantoni approveranno la richiesta entro l’8 ottobre 2026, la modifica federale sarà sottoposta al voto del popolo svizzero.
Il rapporto, sottoscritto da Fabrizio Sirica (PS) in qualità di relatore e sostenuto dai rappresentanti del Centro, della Lega, dei Verdi e di Avanti con Ticino e Lavoro, si basa essenzialmente sulla difesa del principio federalista.
«Uno dei punti più critici di questa modifica è definibile come una prevaricazione del concetto di federalismo. L’ordinamento svizzero prevede infatti che la politica sociale sia di competenza dei Cantoni», scrive Sirica.
E ancora: «La modifica federale in oggetto è pertanto una chiara prevaricazione delle competenze cantonali e di misure già adottate, o di misure potenzialmente adottabili da altri Cantoni».
Secondo il rapporto, la decisione federale risulta particolarmente «svilente» per il ruolo e le competenze dei Parlamenti cantonali. Non a caso, scrive il deputato, nel corso della consultazione gli Esecutivi di 24 Cantoni su 26, Ticino compreso, si sono espressi negativamente sulla modifica legislativa, definendola una «limitazione indebita delle competenze cantonali in materia di politica sociale e del lavoro».
In aula, il voto rischia di essere comunque tirato, visto che PLR, UDC e forse qualche deputato del Centro non sosterrà la proposta.
