Medio Oriente

Tra minacce e controminacce, cresce la tensione tra USA e Iran

Le navi da guerra americane dell’«Armada» di Donald Trump si stanno schierando, mentre il regime di Teheran parla già di un’eventuale «risposta schiacciante»
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Paolo Galli
29.01.2026 20:30

Da una parte è schierata una «massiccia Armada», dall’altra ci si prepara a una «risposta schiacciante». Verrebbe da chiedersi, se fosse materia prestabile alle ironie: che cosa può andare storto, allora? Già, tutto. Tutto può andare storto. All’ultimatum armato imposto da Donald Trump, ha risposto il regime di Teheran, minacciando ripercussioni, una reazione più forte e temibile di un’eventuale prima mossa americana. La situazione, per dirla con un eufemismo, è seria.

Botta e risposta

«Una massiccia Armada si sta dirigendo verso l’Iran. Si sta muovendo rapidamente, con grande potenza, entusiasmo e determinazione. È una flotta più grande, guidata dalla grande portaerei Abraham Lincoln, rispetto a quella inviata in Venezuela». Il tycoon si era espresso così, mercoledì sera, chiedendo all’Iran di sedersi al tavolo dei negoziati per «un accordo giusto ed equo». Più prudente è sembrato il segretario di Stato americano, Marco Rubio, che ha minimizzato il tutto a una sorta di dimostrazione di potenza «per difenderci da quella che potrebbe essere una minaccia iraniana contro il nostro personale». Oggi, la CNN, citando fonti informate, ha riportato la notizia secondo cui lo stesso Trump starebbe valutando l’opzione di attacchi militari di vasta portata contro l’Iran, ma in realtà non avrebbe ancora preso una decisione definitiva. La portaerei Lincoln e le altre navi da guerra, intanto, si stanno piazzando. Per la Reuters, l’indecisione di Trump sul da farsi è reale. Il presidente starebbe valutando diverse opzioni, tra cui una serie di attacchi mirati contro i leader, in modo da fornire ulteriori motivazioni ai manifestanti che si sono opposti al regime. Teheran non sta a guardare. O meglio, sì, aspetta e osserva, ma intanto prova a reagire a sua volta con le minacce. È in questo contesto che il comandante delle forze iraniane, Amir Hatami, ha ammesso: «In linea con le minacce che stiamo affrontando, mantenere e potenziare i vantaggi strategici per un combattimento rapido e una risposta schiacciante a qualsiasi invasione è sempre all’ordine del giorno dell’esercito». I droni sono schierati. Il nemico è tenuto sotto strettissima osservazione. In tutto questo, Mosca chiede agli Stati Uniti «moderazione», invitando Donald Trump e i suoi uomini a negoziare ulteriormente. «Il potenziale negoziale è tutt’altro che esaurito», ha sottolineato Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino. «Qualsiasi azione militare può solo creare caos nella regione, portando a conseguenze molto pericolose in termini di destabilizzazione del sistema di sicurezza».

Lo scontro tra le élite

Giuseppe Acconcia è professore all’Università Statale di Milano e tra i massimi conoscitori delle dinamiche mediorientali. Per il Corriere del Ticino fotografa la situazione. «In Iran, le istituzioni sono al collasso. Il regime ha continuato ad attaccare i manifestanti. I numeri variano molto, tra le 5.000 e le 30.000 vittime. C’è comunque un uso molto forte della violenza. E vale anche per i manifestanti, sempre più vigorosi nel reclamare la fine del regime. In Iran c’è anche uno scontro tra le élite, e penso in particolare agli imprenditori che fanno affari con il petrolio. C’è uno scontro durissimo tra l’élite economica e quella militare, perché evidentemente le compagnie petrolifere non riescono più a sopportare una condizione di sanzioni prolungate. E le autorità, dal canto loro, qualche giorno prima che iniziassero le proteste, hanno chiesto alle compagnie petrolifere di restituire 8 miliardi di dollari». Insomma, l’economia è alle corde, e a pagarne le conseguenze è come sempre la popolazione. Le proteste nascono infatti in seguito al carovita crescente, all’inflazione. «Gli scontri per il controllo delle risorse rappresentano una chiave per capire la violenza delle proteste e quanto questa stia mettendo in crisi l’intero assetto del regime». A proposito di sanzioni, va aggiunto che proprio quest'oggi i ministri degli Esteri dell’UE hanno adottato nuovi provvedimenti contro l’Iran e contro alcune figure di spicco al potere. Hanno anche deciso di inserire i Guardiani della rivoluzione dell’Iran - i pasdaran - nella lista delle organizzazioni terroristiche. «La repressione non può restare senza risposta», ha detto il capo della diplomazia dell’UE Kaja Kallas.

I possibili scenari

Insomma, il regime non deve vedersela solo con le navi da guerra americane. Questo è il senso. E l’opposizione - al netto dei manifestanti - è anche interna. «La soluzione interna a queste tensioni è persino auspicabile per gli iraniani, specie se si arrivasse alle elezioni e a rafforzare una componente politica come quella riformista, mettendo all’angolo le posizioni più radicali. Se poi questo scenario non dovesse realizzarsi, e si arrivasse agli attacchi americani, si aprirebbero possibilità molto varie, tra attacchi di risposta chirurgici e l’uso di missili balistici per colpire per esempio Tel Aviv o le basi USA della regione. Teheran potrebbe anche chiudere lo stretto di Hormuz, il che provocherebbe una reazione molto negativa dei Paesi arabi, già schieratisi in passato - proprio per evitare questo scenario - contro un attacco statunitense all’Iran». Acconcia tende a scartare la possibilità di un attacco di terra da parte degli Stati Uniti. Dietro l’angolo ci sarebbe «il caos, qualcosa di molto simile a quello generato dall’invasione dell’Iraq nella primavera del 2003». È improbabile, insomma, che qualsiasi amministrazione americana decida di andare, anzi di tornare, in quella direzione. «Un punto da considerare è che questo contesto di crisi del sistema in Iran possa davvero portare alla reale volontà di Trump - e di Israele - di arrivare a un accordo sul nucleare». Nelle piazze, intanto, giovani iraniani continuano a morire. Anche se, con le navi schierate e le tensioni tra Stati alle stelle, se ne parla di meno. «C’è grande difficoltà nel comunicare, di fronte ai continui blackout di internet. Le proteste proseguono, anche se più sparute e senza una particolare struttura. L’unica componente strutturata è quella legata alla figura di Reza Pahlavi, il figlio dello Scià di Persia, il quale non fa certo l’unanimità, visto che si mette spesso in dubbio l’autenticità delle sue aspirazioni», conclude Acconcia.