Trump insiste sui dazi: ora parte un’indagine contro la Svizzera

Il tentativo di Trump di far pagare la Svizzera sembra essere diventato ormai un’ossessione, nonostante tre settimane fa la Corte Suprema aveva espressamente dichiarato l’illegittimità dei dazi punitivi nei confronti del resto del mondo. Una dichiarazione totalmente ignorata dal tycoon, che in tutta risposta ha aumentato del 10% i dazi globali già in vigore, con una validità di 150 giorni. E come se non bastasse, stando al Tages-Anzeiger ora il presidente statunitense ha deciso di munirsi di un altro strumento per far pagare l’economia elvetica: l’indagine.
Cosa è successo
Nella notte tra il 10 e l’11 marzo, sempre con l’obiettivo ultimo di mantenere in vigore le tariffe doganali, il rappresentante per il commercio di Trump Jamieson Greer ha dato l’annuncio di aver avviato indagini contro diversi Paesi, Svizzera compresa. Il motivo? I Paesi in questione starebbero presumibilmente limitando il commercio con gli Stati Uniti in modo «irragionevole e discriminatorio». Se così fosse, si tratterebbe di violazioni della «Section 301» di una legge del lontano 1974. E se l’indagine dovesse effettivamente arrivare a tale conclusione, il governo statunitense avrebbe diritto ad imporre dazi per compensare i danni subiti. Tra i Paesi sotto esame figurano, oltre alla Svizzera, anche la Cina, gli Stati dell’UE, l’India, il Messico, Singapore, la Norvegia, il Giappone e altre otto nazioni. Su richiesta, il Dipartimento federale dell’economia, della formazione e della ricerca (DEFR) guidato dal consigliere federale Guy Parmelin ha confermato al Tages-Anzeiger di aver ricevuto la lettera relativa all’indagine, ora in mani della SECO per l’esaminazione, «analizzando le implicazioni».
Questione di sovrapproduzione strutturale
Ma su cosa si basa l’indagine? Questa si concentra principalmente nel constatare se le nazioni coinvolte presentino o meno una sovraccapacità produttiva strutturale. Tradotto, i governi mantengono artificialmente la produzione industriale a un livello più elevato rispetto a quanto giustificato dalla domanda. «Gli Stati Uniti non sacrificheranno più la loro base industriale a favore di altri Paesi che potrebbero scaricare su di noi i loro problemi di sovraccapacità e sovrapproduzione», ha dichiarato Greer in una comunicazione ufficiale. In poche parole, dunque, queste indagini hanno come scopo di dimostrare che il tycoon si sta impegnando a «riportare a casa catene di approvvigionamento cruciali e creare posti di lavoro ben retribuiti per i lavoratori americani».
Sospetti sul surplus commerciale e sulla BNS
A questo punto sorge spontanea una domanda: come giustifica Trump l’indagine contro la Confederazione? Semplice, tirando in ballo l’avanzo della bilancia commerciale elvetica. Questa negli ultimi mesi è infatti spesso risultata a favore degli USA, con un avanzo che ha quasi toccato i 48 miliardi di franchi, oro incluso, per l’intero 2025. Da qui l’interesse di Greer, secondo cui tale avanzo rappresenta un «chiaro indizio di una sovraccapacità strutturale».
BNS tirata in ballo
E come potevano mancare riferimenti alla Banca nazionale svizzera (BNS) all’interno dell’annuncio delle indagini. Questo nonostante a settembre 2025 Stati Uniti e Svizzera avessero congiuntamente assicurato di non praticare manipolazioni valutarie. Ma effettivamente la BNS interviene frequentemente sui mercati ei cambi, tramite l’acquisto di dollari o euro, anche se lo fa unicamente per evitare un eccessivo apprezzamento della valuta dovuto agli investitori stranieri che la considerano un bene rifugio nei periodi di crisi. Non lo fa, quindi, per mantenere artificialmente il franco debole favorendo conseguentemente gli esportatori svizzeri.
Berna si attiene all’accordo
Ad oggi, Svizzera e Stati Uniti hanno concordato una tariffa base del 15%, esentando dall’accordo esportazioni cruciali per la Svizzera come i medicinali e l’oro. Ma questo a condizione che la Confederazione introduca contingenti esenti da dazi per la carne di bisonte e di pollame al cloro, mentre le aziende svizzere si impegnavano a investire circa 200 miliardi di dollari oltreoceano. Oggi, nonostante le dichiarazioni sfavorevoli della Corte Suprema, Berna intende comunque attenersi a quanto accordato per non incappare in ulteriori tensioni.
