Trump, minaccia via social: «Possiamo prenderci Kharg»

Non si ferma la gimkana diplomatico-militare che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha deciso di imboccare ormai da giorni per gestire la guerra contro l’Iran. Tra asseriti progressi diplomatici e rinnovate minacce di distruzione totale, Trump continua a dare l’impressione di non avere una precisa strategia.
Questa mattina, quando a Washington era notte, con un post sul suo profilo di Truth Social il tycoon ha ripetuto quanto detto più volte nelle ultime due settimane. «Gli Stati Uniti d’America sono in discussioni serie con UN NUOVO REGIME, E PIÙ RAGIONEVOLE, per porre fine alle nostre operazioni militari in Iran - ha scritto Trump, alternando come sempre caratteri minuscoli e maiuscoli - Sono stati fatti grandi progressi ma, se per qualsiasi motivo non si raggiungesse presto un accordo, cosa che probabilmente accadrà, e se lo Stretto di Hormuz non sarà immediatamente “aperto agli affari”, concluderemo il nostro bellissimo “soggiorno” in Iran facendo saltare in aria e distruggendo completamente tutte le loro centrali elettriche, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg (e forse tutti gli impianti di desalinizzazione!), che volutamente non abbiamo ancora “toccato”. Questo sarà una rappresaglia per i nostri numerosi soldati, e altri, che l’Iran ha massacrato e ucciso durante i 47 anni di “Regno del Terrore” del vecchio regime».
Nessuna conferma
L’affermazione di Trump secondo cui gli Stati Uniti sono in trattative con un «nuovo regime, e più ragionevole», non ha trovato conferma. Anche se oggi, in un’intervista al New York Post, il presidente americano ha parlato di colloqui con il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Qalibaf. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, ha tuttavia negato sia i colloqui sostanziali di Teheran con gli Stati Uniti, sia l’accoglimento delle condizioni poste da Washington, giudicate invece «irragionevoli». Qual è, allora, la realtà? Che cosa sta davvero accadendo in Iran e nel Golfo Persico?
Secondo il generale di Brigata dell’Esercito italiano Giuseppe Morabito, fondatore dell’Institute for Global Security and Defense Affairs (IGSDA) e membro del collegio dei direttori della NATO Defense College Foundation (NDCF), «in Iran si sta lentamente componendo un puzzle politico-militare. È vero: la presidenza USA è imprevedibile, dichiara azioni non del tutto completate; ma ogni giorno, un pezzo di Iran viene distrutto. Le azioni militari proseguono, il sistema difensivo e la capacità produttiva e industriale di Teheran sono demolite un pezzo alla volta. È in atto un’azione di indebolimento costante».
Il collasso istituzionale immaginato da Stati Uniti e Israele, però, non c’è stato. E questo, spiega ancora Morabito al Corriere del Ticino, perché «il vertice iraniano si sarebbe organizzato in forma regionale prevedendo la possibile neutralizzazione dell’apice della catena di comando. Dopo la guerra dei 12 giorni, a giugno dello scorso anno, Teheran ha messo nel conto la possibilità di perdere la capacità di comando dal centro. Avrebbe quindi assegnato ai dirigenti periferici obiettivi precisi, su cui insistere a fronte di un’eventuale compromissione del vertice».
Se questo è vero, con chi sta negoziando l’amministrazione di Washington? «Difficile dirlo - risponde il generale Morabito - noi analisti abbiamo accesso alle fonti aperte, non sappiamo chi stia parlando con chi. Certamente, chi governa in questo momento l’Iran non può ammettere di stare scendendo a patti, ha bisogno di mantenere solidità interna e controllo del Paese».
Scorte in esaurimento
Due cose sono chiare, insiste l’alto ufficiale dell’Esercito italiano esperto di scenari di guerra: «La capacità difensiva di Teheran è stata sorprendente, non se l’aspettava nessuno. Ma, prima o poi, le scorte di armamenti finiscono. E mentre il sistema bellico-industriale americano è in grado di incrementare la propria produzione e di garantire alle forze armate di USA e di Israele la fornitura continua di sistemi d’arma, l’Iran non può farlo».
La scelta, sottolinea Morabito, non è quindi su che cosa fare, ma per quanto tempo andare avanti. In questo senso, anche l’occupazione dell’isola di Kharg, ventilata da Trump di continuo e minacciata nuovamente nel post di lunedì notte, è un’opzione possibile. E probabilmente anche decisiva. «Gli americani possono occupare l’isola di Kharg e controllare i terminal del petrolio iraniano. Teheran non potrebbe colpirla, perché distruggerebbe i propri impianti».
In un’intervista pubblicata domenica scorsa dal Financial Times, Trump aveva detto - ancora una volta in modo ambiguo: «Forse prendiamo l’isola di Kharg, forse no. Abbiamo molte opzioni». Secondo il presidente, l’Iran non sarebbe in grado di proteggere l’isola, un territorio grande circa un terzo di Manhattan. «Non credo abbiano alcuna difesa. Potremmo prenderla molto facilmente». Il punto è, come ha scritto nelle scorse ore il New York Times, che qualora «le truppe USA riuscissero a prendere il controllo dell’isola - uno scenario che Trump immagina dalla fine degli anni ’80 - mantenerne il controllo sarebbe costoso e difficile. Trump ha infatti detto al Financial Times che le truppe americane dovrebbero “restare lì per un po’”». Non solo: «Attacchi aerei contro le infrastrutture petrolifere di Kharg, o la conquista definitiva dell’isola, comprometterebbero la capacità dell’Iran di esportare petrolio. Questo rischierebbe di far salire i prezzi dell’energia, specialmente se l’Iran rispondesse colpendo altre infrastrutture in Medio Oriente o le petroliere nello Stretto di Hormuz».
