La Visita

Trump nicchia sui Tomahawak «Preferirei che la guerra finisse»

È andato in scena questa sera il terzo incontro fra il presidente americano e Zelensky alla Casa Bianca L’ucraino chiede armi, offrendo droni - Il tycoon garantisce: «Penso che Putin voglia un accordo, io ne ho già fatti otto»
©AARON SCHWARTZ / POOL
Paolo Galli
17.10.2025 23:30

Un incontro, quello di questa tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, durato un’intera giornata. Così è sembrato. Tutte le parole spese nelle ore precedenti erano d’altronde funzionali a quel vertice. Il terzo in pochi mesi, alla Casa Bianca. Il primo, il 28 febbraio, fu disastroso. Il secondo, il 18 agosto, aveva contribuito a riallineare l’Occidente attorno all’Ucraina. E questa sera? È stato un susseguirsi di incontri, di dichiarazioni, di preparativi.

Da una parte la Russia – con Ungheria e Slovacchia – a sottolineare l’importanza e il prestigio dell’imminente nuovo summit tra lo stesso Trump e Vladimir Putin a Budapest. Dall’altra, proprio Zelensky – in questo caso senza l’accompagnamento dei leader europei –, concentrato a ottenere, una volta ancora, il massimo dalla sua visita a Washington.

Con il passare delle ore, si è arrivati – alle 19.30 circa, ora svizzera – alla stretta di mano tra i due presidenti, di Stati Uniti e Ucraina. E addirittura, da parte di Trump, a una pacca sulla spalla a Zelensky, con il solito commento sul suo abbigliamento. L’incontro, a quel punto, è iniziato.

Kiev vuole sicurezze

Da una parte, Trump, con il segretario al Tesoro Scott Bessent, il vicepresidente J.D. Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e il segretario alla Difesa Pete Hegseth. Dall’altra, Zelensky e alcuni funzionari ucraini.

Prima domanda, da parte di un giornalista di Lindell TV, l’emittente dell’imprenditore, cospirazionista e consigliere di Trump, Mike Lindell: «È disposto a rinunciare all’adesione alla NATO?». Per il presidente ucraino, i meeting alla Casa Bianca sono sempre piuttosto complicati, anche a causa della presenza di giornalisti alquanto improbabili.

Il tema dell’autodeterminazione è, comunque, centrale e per Zelensky è una questione di sicurezze, più che di adesioni. La sua visita, in tutti i casi, girava attorno alle armi – quelle che proprio Zelensky definisce, per l’appunto, «sicurezze», o «garanzie» –, in particolare ai missili Tomahawk.

Per i quali, ha suggerito Zelensky, avrebbe potuto fornire, in cambio agli USA, i droni di produzione ucraina. Come a testimoniare che la pace è lontana, da quelle parti. E che la guerra è destinata a finire molto più in là di quanto preventivato dallo stesso Trump.

«Abbiamo bisogno dei nostri Tomahawk», ha risposto l’americano. «Preferiremmo di gran lunga che l’Ucraina non avesse bisogno dei Tomahawk e che la guerra finisse». Già. Trump vuole chiudere un’altra guerra, vuole un’altra tregua, Premio Nobel o non Premio Nobel. «Non mi interessano tutte queste cose. Mi interessa solo salvare vite umane», ha dichiarato.

La natura del presidente statunitense emerge costantemente, nelle occasioni pubbliche, tra ambizioni e spirito imprenditoriale. Come per il Medio Oriente, così è per il dossier «Ucraina».

E allora, anche di fronte a una domanda di un altro giornalista sul timore di essere ingannato da Putin e dalle sue lusinghe, lui se n’è uscito rispolverando il proprio passato da manager, più che da presidente degli Stati Uniti. «Sì, sono preoccupato, ma sono stato provocato per tutta la vita dai migliori e me la sono cavata molto bene».

E poi ha aggiunto, prendendosi gli abituali meriti, non sempre giustificati: «Penso che Putin voglia fare un accordo. Io, da parte mia, ne ho fatti otto. Ne farò un nono. Penso che voglia fare un accordo». Si è definito così: «Il presidente mediatore».

La fiducia nonostante tutto

In occasione del precedente incontro tra Trump e Zelensky alla Casa Bianca, in ballo c’era il vertice a tre con Putin. All’epoca si parlava anche della Svizzera, come possibile sede del trilaterale. Poi l’ipotesi era svanita, a suon di bombe, di guerra.

Oggi c’è un altro summit, in vista, quello di Budapest. Non si è capito se, da quelle parti, arriverà anche Zelensky. «Loro due non si sopportano», ha sottolineato senza mezzi termini il presidente americano. «E vogliamo che la situazione sia confortevole per tutti. Quindi, in un modo o nell’altro, saremo coinvolti in tre, ma potremmo anche essere separati».

Insomma, difficilmente assisteremo a un trilaterale vero e proprio. Non a Budapest. Il confronto, oggi, con i temi sul tavolo in agosto fa pensare a quanto poco sia avanzato il negoziato sulla pace. Poco è cambiato, da allora.

Zelensky, oggi come in quel caso, chiede un cessate il fuoco. «Abbiamo bisogno di un cessate il fuoco e siamo disponibili a qualsiasi formato di negoziato per arrivare alla pace. Putin non lo è».

Sempre questa sera, in questo senso, il Financial Times ha ricostruito quanto accaduto in Alaska il 15 agosto scorso, tra i presidenti di Russia e Stati Uniti, sottolineando l’approccio di Putin alle discussioni. Un approccio di assoluta chiusura, in particolare all’idea di un cessate il fuoco e di un ritiro delle proprie truppe.

Avrebbe insistito sul fatto che la guerra finirà soltanto quando l’Ucraina si arrenderà e cederà i territori del Donbass, anche quelli sin qui non conquistati dall’esercito russo.

Nonostante questo, Trump – che rifiuta di parlare del vertice in Alaska come di un fallimento diplomatico – continua a credere possibile un accordo di pace.

Difficile, però, che lo Zar a Budapest mostri un cambio di attitudine nei confronti dell’Ucraina e di questo conflitto. Più improbabile ancora che sia disposto a scendere a patti con Zelensky.

Anche per questo, il leader di Kiev chiede i Tomahawk e, con gli Stati Uniti, parla di energia. L’inverno sta arrivando.