Trump: «Questa guerra è una scaramuccia». Ma 1.600 navi sono tuttora bloccate nel Golfo Persico

Project Freedom è il nome assegnato dagli Stati Uniti all’operazione che intende liberare la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz. «Progetto Libertà». Sul quale il presidente Donald Trump sembra puntare molto, anche sfidando l’aperta ostilità degli iraniani, consapevoli che sbloccare l’uscita dei cargo e delle petroliere dal Golfo Persico significherebbe perdere ogni possibile carta di scambio dentro il conflitto.
Project Freedom, stando alla Casa Bianca, è attivo da 3 giorni. Ma la situazione, nel quadrante bellico, resta incerta. Come ha scritto questa sera il New York Times, «a più di due mesi dall’inizio della guerra in Iran (era il 28 febbraio scorso, ndr), circa 1.600 navi restano bloccate in condizioni pericolose nello Stretto di Hormuz, con circa 20.000 marinai a bordo».
Prima della guerra, «circa 130 navi attraversavano lo Stretto ogni giorno». Dal 13 aprile al 1. maggio (giorno in cui gli USA hanno imposto il blocco alle imbarcazioni iraniane, ndr), almeno secondo le rilevazioni di Standard & Poor’s Global Market Intelligence, le navi che hanno transitato lo Stretto sono state soltanto 137.
Stando al portale Axios, un alto funzionario dell’amministrazione di Washington ha informato l’Iran, domenica scorsa, dell’operazione Project Freedom, avvisando Teheran di non interferire. Nonostante l’avvertimento, gli iraniani hanno tuttavia sferrato una serie di attacchi contro navi della Marina Usa, imbarcazioni commerciali e obiettivi negli Emirati Arabi Uniti.
«Non c’è una risposta chiara» alla domanda se Project Freedom stia funzionando, ha scritto ancora il New York Times. «Anche se alcune navi sono riuscite a passare, la tregua è fragile. “Il Progetto Libertà è il progetto stallo”, ha scritto il ministro iraniano degli Esteri, Abbas Araghchi, in un post sui social media. Mentre Ali Abdollahi, uno degli alti comandanti militari del regime sciita, ha avvertito “tutte le navi commerciali e le petroliere di astenersi da qualsiasi tentativo di transito senza coordinamento con le forze armate”» di Teheran.
Strategie differenti
Dopo la fase iniziale in cui USA e Israele hanno bombardato massicciamente il Paese sciita, Trump ha adottato una strategia differente. Quasi minimizzando il conflitto. Parlando ai giornalisti radunati nello Studio ovale, alla Casa Bianca, questa sera, e nonostante le continue smentite degli ayatollah, Trump è tornato ad esempio a ripetere che «gli iraniani stanno negoziando».
Poi, rivolto a un gruppo di bambini che lo attorniavano dietro la sua scrivania, il presidente americano ha definito quella in corso con l’Iran una «scaramuccia», perché gli iraniani «non hanno mai avuto una possibilità e lo sanno, me lo dicono anche quando parliamo con loro. Non possiamo permettere all’Iran di avere un’arma nucleare. Forse siete troppo giovani per questo, ma forse ne capite più di tutti. Non possiamo permettere a un gruppo di lunatici di avere un’arma nucleare».
L’economia iraniana «è stata schiacciata», ha insistito Trump, augurandosi che la stessa «fallisca. Sapete perché? Perché voglio vincere. Pensavo anche che il prezzo del petrolio sarebbe salito a 200, 250, forse 300, ma oggi vedo che si attesta intorno ai 102. Un prezzo davvero esiguo da pagare per evitare che alcuni pazzi possiedano l’arma nucleare».
«L'Iran sa cosa deve fare ma soprattutto sa cosa non deve fare» per non violare la tregua in corso, ha aggiunto il tycoon. «Gli iraniani ora ci rispettano, prima non lo facevano. Vogliono un accordo. Abbiamo imposto loro sanzioni enormi, che nessuno ha mai visto prima. Stanno fallendo. La loro valuta non vale niente. L’inflazione è probabilmente al 150%», ha concluso.
Cessate il fuoco (anche unilaterale) e blocco delle petroliere iraniane sono i due cardini di una strategia, quella americana, che tende a logorare Teheran sparando meno colpi possibili. Washington si limita, in questa fase, ad «avvertire» l’Iran delle possibili, catastrofiche conseguenze di una ripresa dello scontro armato. Nel frattempo, tenta di indebolire ancora di più l’economia del Paese sciita, di fatto chiudendo il rubinetto del greggio, l’unico in grado di generare risorse.
Oggi, ad esempio, il segretario alla Guerra Pete Hegseth, incontrando i giornalisti al Pentagono, si è ben guardato da utilizzare toni eccessivamente bellicosi e ha definito gli sforzi statunitensi per aiutare le navi a superare lo Stretto come «difensivi e temporanei», rimarcando nel contempo la tenuta del cessate il fuoco. «Abbiamo innalzato una potente cupola rossa, bianca e blu» sullo stretto di Hormuz come «dono al resto del mondo», ha aggiunto, il nostro blocco rimane «a prova di ferro».
La risposta di Mohammad Bagher Ghalibaf, il principale negoziatore iraniano nelle trattative di pace (al momento congelate), è stata debole. Ghalibaf ha infatti scritto in un post sui social media che le azioni americane hanno «messo in pericolo la navigazione attraverso lo Stretto» e messo in guardia da una possibile escalation, accusando gli Stati Uniti di aver violato il cessate il fuoco. Cosa, in realtà, non vera, dato che gli unici a sparare sono stati proprio gli iraniani che hanno lanciato droni e missili contro due fregate americane e contro strutture portuali degli Emirati Arabi Uniti.
Attacco al Papa
Intanto, dopo gli insulti dei giorni scorsi, e a due giorni dalla visita del segretario di Stato Marco Rubio in Vaticano, Trump ha trovato oggi anche il tempo di attaccare nuovamente Leone XIV. «Il Papa sta mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone - ha detto il presidente americano intervistato dai giornalisti di Salem News Group, broadcast texano di ispirazione cristiana e conservatrice - il pontefice ritiene che vada bene per l’Iran avere un’arma nucleare e non credo sia una cosa buona», ha ripetuto Trump.
«Il Papa va avanti per la sua strada, nel senso di predicare il Vangelo, la pace, come direbbe San Paolo, in ogni occasione opportuna e inopportuna - è stata l’immediata risposta del segretario di Stato della Santa Sede, cardinale Pietro Parolin, pronunciata a margine delle celebrazioni per l’ospedale di San Giovanni Rotondo - Che questo possa piacere o non possa piacere, è un discorso. Capiamo che non tutti sono sulla stessa linea. Ma quella è la risposta del Papa», ha concluso aggiunto Parolin.
