Golfo Persico

Trump: «Sto valutando l'attacco mirato all'Iran»

La Casa Bianca ha schierato nel quadrante mediorientale la più grande forza americana di navi da guerra degli ultimi decenni - Luigi Toninelli (ISPi): «Gli ayatollah non capiscono che il contesto negoziale è cambiato» - Il Wall Street Journal: «La prima incursione sarà limitata»
La portaerei più grande del mondo, la USS Gerald R. Ford, è entrata oggi pomeriggio nel Mediterraneo. ©Christopher Drost
Dario Campione
20.02.2026 19:34

Adesso la minaccia è esplicita. Negli stessi minuti in cui la Corte Suprema bocciava la politica dei dazi, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump confermava ai giornalisti presenti alla Casa Bianca la possibilità di un’offensiva contro l’Iran, senza tuttavia fornire ulteriori dettagli. Alla domanda se stesse pensando a un attacco mirato per costringere in qualche modo Teheran a siglare un accordo sul programma nucleare, Trump ha infatti risposto: «Credo di poter dire che lo sto valutando».

​​L’ipotesi di un «intervento limitato» era stata anticipata poche ore prima dal Wall Street Journal, secondo cui l’amministrazione repubblicana avrebbe ipotizzato «un’incursione militare iniziale limitata contro l’Iran per costringere il regime degli ayatollah a soddisfare le richieste di un accordo nucleare; un primo passo che sarebbe stato pensato per mettere pressione su Teheran, senza però sfociare in un attacco su larga scala, dopo il quale sarebbe inevitabile una risposta forte. L’assalto iniziale - ha scritto ancora il Wall Street Journal citando fonti dirette del Pentagono - se autorizzato, potrebbe avvenire entro pochi giorni, e potrebbe prendere di mira alcuni siti militari o governativi. Se, in seguito, l’Iran ancora si rifiutasse di porre fine all’arricchimento del nucleare, allora gli Stati Uniti risponderebbero con una campagna militare ampia e rivolta contro le strutture del regime; una campagna potenzialmente volta a rovesciare il regime di Teheran».

L’ostacolo tempo

«Il principale ostacolo nei negoziati in corso è il tempo - ha detto Luigi Toninelli, ricercatore del Middle East and North Africa Centre dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI) - La tattica dilatoria di Teheran si scontra con l’approccio di Trump, che punta a risultati immediati. L’Iran non sembra cogliere quanto il contesto negoziale sia cambiato rispetto a quello che nel luglio 2015 condusse al Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), comunemente noto come accordo sul nucleare iraniano, e conta sul fatto che, alla fine, la diplomazia farà il suo corso. Questo eccesso di fiducia rischia di trasformarsi in un boomerang per Teheran, come già accaduto a giugno 2025», quando USA e Israele bombardarono e distrussero i siti nucleari iraniani sotterranei.

Dieci anni fa, dice ancora Toninelli, «il nucleare era ancora una leva negoziale rilevante: oggi non più. Anche la rete di alleanze regionali ha perso gran parte della sua efficacia. Teheran dovrebbe mostrarsi pronta a fare concessioni su entrambi i dossier, quantomeno per tentare di salvare il programma missilistico. Tuttavia, il tempo scorre e una parte significativa della leadership iraniana appare ancora ancorata a un paradigma negoziale ormai superato. Al contempo, il coinvolgimento nei negoziati di Ali Larijani, segretario del Supremo Consiglio per la sicurezza nazionale, potrebbe rispondere a tre obiettivi: persuadere gli Stati Uniti a limitare eventuali attacchi; coordinare una ritorsione calibrata per ridurre il rischio di escalation; gettare le basi per una nuova fase di trattative».

Preparativi simili al 2003

Il punto è, così come sottolineato oggi dall’Associated Press, che «il Pentagono ha inviato la più grande forza di navi da guerra e aerei americani in Medio Oriente da decenni, inclusi due gruppi d’attacco di portaerei». La USS Abraham Lincoln e tre cacciatorpediniere lanciamissili sono a sud del Golfo Persico dalla fine di gennaio, provenienti dal Mar Cinese meridionale. La più grande portaerei del mondo, la USS Gerald R. Ford, assieme ad altri tre cacciatorpediniere, è invece entrata nel Mar Mediterraneo oggi pomeriggio attraverso lo Stretto di Gibilterra. Tra cinque giorni potrebbe essere al largo di Cipro.

«Siamo di fronte a preparativi simili a quelli che abbiamo visto poco prima della guerra in Iraq nel 2003, in particolare in termini di potenza aerea», ha detto al Financial Times Becca Wasser, esperta di strategia militare del Center for a New American Security, un think-tank di Washington vicino al Partito Democratico che dal 2007 si occupa di questioni di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, terrorismo, guerra irregolare, forze armate e confronto con la Repubblica Popolare Cinese. Mentre secondo Dana Stroul, ex vice assistente alla Segreteria della Difesa per il Medio Oriente (la più alta funzionaria civile del Pentagono con responsabilità per la regione, ndr) e oggi direttrice di ricerca al Washington Institute for Near East Policy, «si tratta di un rafforzamento militare incredibilmente significativo in un periodo di tempo molto breve e dimostra quanto Trump sia coinvolto nel mostrare un esito tangibile alla crisi attuale».

Gli Stati Uniti, sostenuti da Israele, avrebbero un «vantaggio schiacciante» militarmente sull’Iran, ha detto al Washington Post Daniel B. Shapiro, ex ambasciatore Usa a Tel Aviv e alto funzionario del Pentagono durante l’amministrazione Biden. Ma un conflitto con Teheran «comporta gravi rischi - ha aggiunto - inclusi missili balistici in grado di uccidere le truppe statunitensi nella regione e di trasformare l’attacco in una guerra molto più ampia e letale, con significativi disagi per il trasporto marittimo e il mercato petrolifero globale».