Un inverno segnato dalla debolezza del manto nevoso

Guardando il calendario siamo in primavera, ma uscendo di casa la sensazione è un'altra: la stagione fredda non ci ha ancora abbandonati. Eppure è arrivato il momento di stilare un primo bilancio dell'inverno appena trascorso che «per lungo tempo è stato caratterizzato da una struttura sfavorevole del manto nevoso», scrive l'Istituto per lo studio della neve e delle valanghe (SLF). «Dopo un inizio precoce della stagione invernale registrato alla fine di novembre e all'inizio di dicembre, quasi fino a gennaio inoltrato ha predominato il tempo asciutto e soleggiato», scrivono gli esperti di Davos.
Ecco quando il manto nevoso si è indebolito
Tra la fine del 2025 e l'inizio del 2026, dunque, la neve scarseggiava in molte regioni. «In questo periodo il manto nevoso ha subito un marcato metamorfismo costruttivo che lo ha fortemente indebolito», mentre «a partire dalla seconda settimana di gennaio fino a metà febbraio ci sono state alcune nevicate, generalmente di lieve intensità, che hanno ricoperto questa debole base del manto nevoso. Di conseguenza, nei mesi di gennaio e febbraio il problema degli strati deboli persistenti è stato molto marcato su tutto l’arco alpino». In questo senso, le regioni maggiormente toccate sono state Vallese, il Ticino e i Grigioni.
Molti incidenti da valanghe, ma vittime nella media
Un manto nevoso molto debole è sinonimo di valanghe perché gli strati di neve, detto in parole povere, non legano tra loro. Da un lato, «il problema di strati deboli persistenti non è facile da riconoscere sul territorio, nemmeno per gli esperti», viene sottolineato nel comunicato stampa. Dall’altro, «le valanghe che si distaccano negli strati profondi del manto assumono in genere dimensioni pericolosamente grandi». È questo che ha fatto dell'inverno 2025/26 una stagione in cui «si è dunque verificato un numero di incidenti da valanga superiore alla media: 171 eventi hanno coinvolto 244 persone». Negli ultimi dieci anni la media a fine marzo è stata di 127 incidenti con 182 persone coinvolte.
Parlando di vittime, invece, «le valanghe di questo inverno hanno completamente sepolto 37 persone (media degli ultimi 10 anni: 31 individui) e 15 vittime hanno perso la vita in 13 incidenti (media degli ultimi 10 anni alla fine di marzo: 14 morti)». Nella maggior parte di questi incidenti mortali «la valanga si è distaccata nel debole manto di neve vecchia, raggiungendo spesso grandi dimensioni». Inoltre, tra il 10 gennaio e il 22 febbraio «ogni giorno sono state registrate valanghe che hanno coinvolto delle persone e a sud di una linea Rodano-Reno si sono verificati nettamente più incidenti che a nord della stessa».
Valanghe, a febbraio toccato il massimo grado di pericolo
Le nevicate più abbondanti dell'inverno appena trascorso «sono state registrate a metà febbraio: i maggiori apporti di neve fresca sono stati registrati dal 10 al 13 febbraio nella parte occidentale estrema e settentrionale del Basso Vallese, dove sono caduti dai 100 ai 150 cm, mentre dal 15 al 18 febbraio, sempre nel Basso Vallese occidentale estremo, come pure sulla cresta settentrionale delle Alpi, sono stati misurati dai 90 ai 140 cm di neve fresca». Numeri che hanno portato a una situazione valanghiva eccezionale «e il 17 febbraio è stato raggiunto il massimo grado di pericolo, ovvero grado 5 (molto forte)». Una terza nevicata «registrata dal 18 al 22 febbraio ha portato un ulteriore metro di neve fresca nelle regioni settentrionali chiudendo questo periodo di precipitazioni abbondanti». Il grado di pericolo 5 era stato segnalato per l'ultima volta il 28 gennaio 2021.
Tre distacchi hanno toccato le linee ferroviarie
Lo scorso mese di febbraio, proprio a causa dei distacchi del manto nevoso, sono state colpite alcune linee ferroviarie. Il 16 febbraio a Goppenstein (VS) un treno è finito contro una valanga che aveva raggiunto i binari. Cinque persone erano rimaste ferite. Altri due incidenti hanno invece coinvolto la linea ferroviaria nella valle di Zermatt (VS), ma in questo caso nessuno è rimasto ferito.
Il colpo di coda dell'inverno
L'inverno non è terminato a febbraio, anzi. «All’inizio di marzo è stata dapprima registrata una diminuzione del pericolo di valanghe», perché la neve caduta il mese precedente si era assestata. Ma «a metà marzo c’è stata un’ulteriore incursione dell’inverno. I maggiori apporti hanno interessato il versante sudalpino con oltre un metro di neve fresca, mentre nelle regioni settentrionali ne sono caduti dai 40 ai 60 cm. In molti punti questa neve si è depositata su un sottilissimo strato formato da cristalli di brina superficiale e poteva subire facilmente un distacco. Una volta leggermente diminuita la pericolosità del problema di strati deboli persistenti negli strati profondi del manto, è sorto quindi un ulteriore problema valanghivo negli strati superficiali». Mentre in questi ultimi giorni del mese «è tornata la neve nelle regioni settentrionali: sul versante nordalpino è caduto circa un metro e mezzo di neve fresca in una settimana, facendo segnare a tratti un forte pericolo di valanghe».
Neve sotto la media, temperature al di sopra
L'inverno 2025/26 «è stato caratterizzato da un’altezza del manto nevoso fortemente inferiore alla media in tutte le fasce altitudinali. Le temperature sono state superiori alla media, ma la causa principale dell’innevamento ridotto sono state le scarse precipitazioni sulle Alpi svizzere. L’altezza totale della neve fresca misurata da novembre presso le stazioni di rilevamento ha raggiunto su tutto il territorio svizzero solo il 50-75 % della media pluriennale. Il deficit più consistente – come già nell’inverno precedente – ha riguardato le regioni orientali della Svizzera, mentre il calo minore è stato registrato nel Vallese». Visto che «per effetto del cambiamento climatico si prevedono tendenzialmente inverni più umidi piuttosto che più secchi», concludono gli esperti dell'Istituto per lo studio della neve e delle valanghe, «l’altezza ridotta del manto nevoso è spiegabile principalmente con la naturale variabilità climatica. Inverni simili, contraddistinti da precipitazioni scarse, si sono verificati per esempio nel 1957 e nel 1964. Anche il pronunciato problema di strati deboli persistenti dell’inverno 2025/26 non va quindi considerato come una conseguenza del cambiamento climatico».
