"Un passato migratorio, ma ho solo passaporto svizzero"

Il candidato dei Verdi Sergio Savoia: ""Se noi facciamo un seggio, vuol dire che cambia la composizione del governo"
(Foto Maffi)
Cristina Casari
13.03.2015 06:00

MUZZANO - Nato a Faido nel 1964 da genitori immigrati in Svizzera dalla Campania, Sergio Savoia "da piccolo" ha fatto il giornalista (è stato tra i fondatori della rivista satirica "Il Diavolo"), l'animatore e il conduttore presso la RSI dagli inizi degli anni '80 sino a quasi al termine degli anni '90. Poi, ha iniziato a lavorare per il WWF, all'European Alpine Programm, che dirige dal 2006. Deputato del Gran Consiglio dal 2003, Savoia è coordinatore dei Verdi del Ticino dal 2007. È ora tra i concorrenti per un seggio in Consiglio di Stato. Sarà la volta buona per i Verdi?

Perché i ticinesi dovrebbero portare i Verdi in Governo e, soprattutto, votare Sergio Savoia?

"Se noi facciamo un seggio, vuol dire che cambia la composizione del governo. In cui entrerebbe, se fossi il prescelto, una persona che ha delle posizioni molto chiare su un paio di temi importanti, in particolare sui temi connessi con il 9 febbraio e la difesa del mercato del lavoro. Quindi, si rafforzerebbe a livello di Governo un'impostazione che è a favore del rispetto della volontà popolare, sempre e comunque, e che è in difesa del mercato del lavoro e del lavoro residente. Perciò, se ai ticinesi sta a cuore questa cosa, penso che fanno bene a votare me".

Sergio Savoia è figlio di immigrati campani, non proprio un ticinese DOC, dunque. Come ha gestito umanamente questo fatto, in particolare in questo Cantone, e qual è il suo rapporto con la problematica relativa al frontalierato?

"Allora: sono figlio di immigrati ma sono nato e cresciuto qua, in Ticino. Sono nato a Faido, sono cresciuto qui, ho fatto il servizio militare. Ho fortemente voluto essere un cittadino svizzero ed ho solo il passaporto rossocrociato. Ho scelto di fare parte di questo Paese, perché mi sento svizzero e sopratutto ticinese. I miei genitori sono arrivati in Svizzera quando c'erano i contingenti, i miei genitori sono arrivati quando questo Paese faceva le visite mediche e le quarantene; non sono arrivati con la libera circolazione.Però sono vissuti qua, hanno fatto parte di questo Paese, sono cittadini svizzeri anche loro e sono persone che - come moltissimi immigrati - hanno contribuito alla ricchezza della Svizzera. Io non vivo il 9 febbraio come una decisione contro gli stranieri. La vivo, piuttosto, come una una decisione in favore di una politica ragionevole di controllo della migrazione. I miei genitori hanno votato sì il 9 febbraio.

Penso  che, tutto sommato, in Ticino quasi metà della popolazione abbia un passato migratorio: o perché sono arrivati o perché sono andati. Ma ciò non impedisce loro di essere dei buoni cittadini, dei buoni ticinesi e dei patriotti. Io mi sento così, insomma".

Parliamo di "Charlie Hebdo". Lei è un giornalista ed è stato tra i fondatori del giornale satirico "Il Diavolo". La libertà di stampa non si discute, così come la satira, ma come si pone Sergio Savoia rispetto alle vignette e, soprattutto, rispetto all'Islam?

"All'Islam mi posiziono come mi posiziono rispetto a qualsiasi altra religione: sono ateo, per cui...  All'Islam radicale e al terrorismo islamico mi posiziono in maniera completamente intransigente. Ritengo che in Occidente dobbiamo renderci conto che questa è una minaccia reale, non tanto dal punto di vista militare, quanto dal punto di vista di quelli che sono i nostri valori. La libertà di stampa, la condizione femminile, la separazione tra stato e chiesa sono valori fondanti dell'Occidente. Ora, rispetto a questi valori, secondo me, abbiamo dormito. Cioè, c'é una minaccia islamo-fascista, perché sostanzialmente è questo, che va alla base dei nostri valori. Perciò non sono solo le persone che sono morte - ovviamente - il problema con "Charlie Hebdo", ma è la pedagogia di quel gesto. Cosa signifca? Significa: "se voi pubblicate le vignette su Maometto, noi vi uccidiamo". Quindi che cosa succede? Molta gente penserà due volte prima di pubblicare le vignette su Maometto. Io dico sempre che nessuno è mai stato ucciso per aver pubblicato una vignetta sul Papa.Quindi noi dobbiamo essere assolutamente più intransigenti rispetto ai nostri valori.

C'è una citazione del poeta irlandese Yates che mi piace tantissimo, il quale diceva: "I migliori sono pieni di dubbi, i peggiori sono pieni di appassionata intensità". Noi, i nostri valori - che ritengo  siano universali - li dobbiamo difendere con la medesima intensità con cui questi qua difendono i loro valori. Ed è ciò che è mancato finora.

L'attacco a Charlie Hebdo è grave perché è un attacco ad un paese come la Francia, alla quale dobbiamo i diritti umani, tra l'altro."

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