Votazioni federali

«Un sì per garantire impieghi e sicurezza»

Il comitato ticinese a favore della revisione della legge sul materiale bellico ha presentato le ragioni a sostegno dell’adeguamento normativo – Regazzi: «Le attuali disposizioni sono diventate talmente restrittive da penalizzare fortemente le nostre imprese sui mercati internazionali»
© CdT / Chiara Zocchetti
Francesco Pellegrinelli
06.11.2026 18:48

Sicurezza, difesa, ma anche posti di lavoro e industria. In vista della votazione federale del prossimo 29 novembre, il Comitato ticinese per il sì alla revisione della Legge sul materiale bellico ha presentato le ragioni a sostegno dell’adeguamento proposto da Consiglio federale e Parlamento. Rappresentanti del mondo politico ed economico hanno evidenziato come «l’adeguamento della legge sia indispensabile per garantire l’autonomia difensiva del Paese, proteggere i posti di lavoro e sostenere la rete di PMI specializzate del Cantone Ticino».

Sicurezza ed economia

Il consigliere agli Stati e presidente dell’USAM, Fabio Regazzi, ha messo l’accento sugli aspetti economici del voto: «Le attuali disposizioni della legge sul materiale bellico sono diventate talmente restrittive da penalizzare fortemente le nostre imprese sui mercati internazionali. I nostri partner europei esitano sempre più ad acquistare materiale svizzero, perché non possono avere sufficienti garanzie sulla possibilità di riesportarlo successivamente verso altri Paesi partner». Per Regazzi, la conseguenza è evidente: «Le commesse diminuiscono, le aziende perdono competitività e gli investimenti rischiano di essere trasferiti all’estero», con ripercussioni negative anche sull’intera filiera di PMI che riforniscono queste aziende.

In gioco, ha sottolineato il consigliere nazionale Simone Gianini, c’è anche la sicurezza nazionale. «Affinché l’esercito svizzero possa continuare a essere credibile e adeguatamente equipaggiato, è necessario, da un lato, mantenere la produzione sul territorio nazionale e, dall’altro, consentire all’industria di operare anche sullo scacchiere internazionale». E questo per almeno due validi motivi. Il primo riguarda una questione puramente di «taglia»: il mercato svizzero, da solo, è troppo piccolo. Il secondo tocca invece un aspetto strategico, che Gianini ha riassunto così: «Chi contribuisce alle catene internazionali di approvvigionamento con competenze e prodotti si trova in una posizione migliore per ricevere a sua volta supporto nei momenti di crisi».

«Nessun assegno in bianco»

Per garantire queste condizioni quadro, la maggioranza del Parlamento ha quindi deciso di modificare la legge federale sul materiale bellico, allentando le restrizioni introdotte con una precedente revisione legislativa alla fine del 2021, pochi mesi prima dello scoppio della guerra in Ucraina. In particolare, la revisione sulla quale saremo chiamati a votare riguarda l’articolo 22a, che vieta l’esportazione di materiale bellico verso Paesi coinvolti in conflitti armati interni o internazionali. Ancora Gianini: «L’attuale situazione geopolitica ha reso il quadro normativo talmente incerto da mettere in discussione persino la possibilità di considerare gli Stati Uniti un destinatario legittimo delle esportazioni svizzere. Ci stiamo rendendo conto solo ora degli effetti negativi di una modifica che, inizialmente, sembrava destinata a riguardare soltanto i Paesi direttamente coinvolti in conflitti armati. In realtà, con lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, il coinvolgimento in uno scontro internazionale finisce per interessare, direttamente o indirettamente, numerosi altri Paesi». Inoltre, con la modifica legislativa, gli Stati acquirenti di materiale bellico svizzero non saranno più tenuti, in ogni caso, a garantire che un eventuale trasferimento successivo verso Paesi terzi avvenga soltanto previo consenso della Svizzera. «Oggi il Consiglio federale valuta questa possibilità a posteriori, mentre la modifica consentirà di disciplinare la questione già al momento della vendita», ha precisato Gianini, garantendo appunto quella certezza del diritto senza la quale l’industria svizzera faticherebbe a lavorare. «Ciò non equivale a concedere alcun assegno in bianco», ha precisato dal canto suo la consigliera nazionale Roberta Soldati. «Il rispetto dei diritti umani rimane un requisito imprescindibile e vincolante: le esportazioni verso Paesi che li violano sistematicamente o sono teatro di guerre civili continueranno a essere vietate, sotto la costante vigilanza del Consiglio federale».

Divieto e deroghe

Non si tratta, insomma, di un’apertura indiscriminata alle esportazioni, ha ribadito anche Luca Albertoni, direttore della Cc-Ti: «Il divieto rimane in vigore, tranne per 36 Paesi partner democratici che condividono i medesimi standard di diritto della Svizzera». Albertoni ha poi sottolineato come l’esito del voto sia importante per tutelare le aziende ad alto valore aggiunto che operano già oggi sul territorio ticinese. Maria Luisa Bernini, segretario generale del Gruppo materiale difesa e sicurezza della Svizzera italiana, ha concluso con un dato rilevante: «Questa revisione ci permette di continuare a collaborare con i Paesi con cui abbiamo sempre intrattenuto rapporti di cooperazione. Se non venisse approvata, secondo la SECO, in Svizzera sarebbero a rischio 160 mila posti di lavoro».