«Un successo di Infantino? Piuttosto del calcio globale»

Cinquecento milioni di richieste per i biglietti dei prossimi Mondiali di calcio. L’articolo si potrebbe anche chiudere qua. È d’altronde un numero (abnorme) che, da solo, fa notizia. Proviamo però anche ad andare oltre, cercando di spiegare il fenomeno.
Colombia-Portogallo da record
Prima di approfondire, qualche spiegazione. Le richieste si sono accumulate nel corso degli ultimi 33 giorni, a partire dall’11 dicembre e fino al 13 gennaio: una media di 15 milioni di richieste al giorno. Sono 7 milioni quelli disponibili. In particolare, oltre ai tre Paesi organizzatori, molte sollecitazioni - tutte validate - sono giunte dalle grandi nazioni calcistiche, ovvero Germania, Inghilterra, Brasile, Spagna, Portogallo, Argentina, ma anche Colombia. Infatti, l’incontro che ha ricevuto più richieste è quello tra la stessa Colombia e ilPortogallo, previsto per il 27 giugno a Miami (partita latina in una metropoli latina). Ricercatissime anche le partite del Messico e quelle ospitate da Toronto, città con una ricca immigrazione. Gongola Gianni Infantino, che infatti ha subito commentato: «Con mezzo miliardo di richieste di biglietti in poco più di un mese, i tifosi non solo hanno dimostrato il loro interesse, ma hanno anche lanciato un messaggio forte». L’assegnazione dei posti disponibili passerà, evidentemente, da una selezione casuale, l’esito della quale verrà comunicato ai richiedenti entro inizio febbraio. Chi dovesse rimanere escluso, potrebbe ancora sperare nella fase di vendita «last minute» o nella piattaforma di rivendita/scambio della FIFA stessa. Va ricordato che i biglietti sono particolarmente costosi, visto che persino le partite di più basso spessore costeranno comunque tra i 140 e i 450 dollari. Insomma, un affarone, per la FIFA, sia a livello economico sia a livello di immagine. Il calcio è ancora uno sport richiestissimo, e in particolare è richiestissimo questo Mondiale. Un successo per lo stesso Gianni Infantino?
Il richiamo
Abbiamo rivolto la domanda direttamente a Nicola Sbetti, professore all’Università di Bologna, specializzato in storia dello sport e geopolitica. Ha scritto, tra gli altri libri, La diplomazia nel pallone. Storia politica dei Mondiali di calcio (con Riccardo Brizzi, Le Monnier editore). «Va considerato, innanzitutto, che la notizia viene data e rivendicata dalla FIFA stessa, pare una risposta alle voci che insinuavano numerose rinunce fra chi aveva fatto richiesta preliminare. Al netto di tutto ciò, il numero in sé è un successo, ma più che della FIFA è un successo del calcio globale. Il calcio, oggi, è lo sport che piace a tutti, anche a chi non potrà partecipare al Mondiale, a chi appare escluso dai grandi eventi calcistici, come India e Cina. Ha comunque un fascino ovunque, al contrario di altri sport, penso banalmente al cricket, che riscuotono un successo inarrivabile in alcuni Paesi, ma che non raggiungono altri continenti». Insomma, come sottolinea Sbetti, il calcio è lo sport globale per eccellenza. E i Mondiali vanno addirittura oltre.
Il bisogno di notizie positive
«In particolare con questo allargamento delle squadre partecipanti, che criticato da molti coinvolge sempre più persone». È matematica: più squadre partecipano, più persone potenzialmente interessate si raggiungono. «In un momento in cui la FIFA è in difficoltà nel gestire un Mondiale che, apparentemente, doveva essere meno problematico di quello in Qatar ma che si sta rivelando invece molto complesso, per via della figura ingombrante di Donald Trump, c’era bisogno di dare una notizia positiva». Lo stesso Infantino ha parlato di un «messaggio» lanciato dai tifosi di tutto il mondo. «Un’uscita sufficientemente vaga perché ognuno possa leggerla a proprio modo, a cominciare da Trump e dagli intenti MAGA», sottolinea il professore. «E poi si può leggere il tradizionale senso retorico, secondo cui i tifosi di calcio vogliono la pace, vogliono un mondo pacifico. Perché, in effetti, lo sport internazionale non può sopravvivere in tempo di guerra. Lo vediamo, per esempio, con l’esclusione della Russia da questi Mondiali. Rinunciando a troppi Paesi, si perde universalità, si perde il monopolio».
La monarchia
Le 500 milioni di richieste sembrano indicare anche un consenso globale verso il modello di governance della FIFA. Chiediamo a Nicola Sbetti di fissare l’attuale modello in un riquadro, in una definizione. Il professore sorride, e quindi ricostruisce. «La FIFA è passata per vari modelli: dalla massima istituzione assembleare, in cui Rimet era il primus inter pares, la figura carismatica che guidava i vari dirigenti di un mondo calcistico allora tutto sommato ridotto, si è giunti sino a quella sorta di oligarchia rappresentata da Havelange e Blatter, quindi a una leadership supportata da un Comitato esecutivo molto forte, caduto in una serie di scandali reboanti. Ma tutti quegli scandali di corruzione che hanno posto fine all’era Blatter, paradossalmente, hanno in realtà favorito l’evoluzione che potremmo definire monarchica della FIFA. Perché in questo momento Infantino, che è un profondissimo conoscitore di queste logiche, di questi meccanismi - va ricordato che era segretario generale della UEFA -, è riuscito, grazie alla sua abilità, a ottenere il massimo consenso possibile dai vertici della FIFA. E oggi come oggi, ha creato una FIFA sempre più impregnata sulla sua personalità, sulla sua figura. Con alcune zone d’ombra. Basti pensare a come è avvenuta l’assegnazione dei Mondiali del 2034 all’Arabia Saudita, tagliando ogni possibile competizione». Sbetti si dice critico, in questo senso, rispetto alla «gestione Infantino», per gli «effetti potenziali sulla FIFA stessa».
L’effetto Nord America
Resta un «ultimo» elemento da analizzare con il professor Nicola Sbetti, ovvero l’effetto Nord America. Per molti versi, il baricentro di questo sport sembra spostarsi da quella parte dell’oceano. «Be’, è così. Gli Stati UIniti stanno diventando un centro finanziario importantissimo per quel che riguarda il calcio. L’Europa è il bacino di produzione di calciatori e di talenti più importante, dove questi vengono raffinati e poi esplodono. Ma al di là di questo, gli Stati Uniti, dal canto loro, sono ormai il centro finanziario. D’altronde, molte squadre europee sono gestite da imprenditori o da fondi statunitensi. Gli investimenti del calcio globale hanno sede, sempre più, fuori dall’Europa. E al contempo, cresce ulteriormente il campionato nordamericano, la MLS, anche e soprattutto in termini di popolarità. Non sono ancora, e non saranno mai, i numeri del football americano, ma il calcio cresce continuamente». All’interno di un continente geopoliticamente nervoso. Non va dimenticato che i Mondiali verranno organizzati, infatti, attraverso i confini di Paesi che, attualmente, si guardano con sfiducia (eufemismo!). «Il Mondiale ha sempre risvolti politici. Ma va anche detto che il calcio, rispetto alla politica internazionale, è comunque periferico. Non è che la politica internazionale dipenda dal calcio, però è chiaro che ci sono tanti risvolti di politica internazionale dentro questo Mondiale, già oggi. Un esempio: è vero, il Venezuela non si è qualificato, però l'Iran sì». Insomma, i risvolti politici sono inevitabili, in particolare con l’allargamento del numero di partecipanti «e con la centralità che Trump ha assunto, al punto da ottenere il Premio FIFA per la pace». Il professore torna su quel premio. «L’ho interpretato come un tentativo, da parte di Infantino, di assecondare Trump, sperando che il presidente americano, con le sue eventuali azioni, non porti a stravolgere quanto programmato. Le mosse di Infantino, in questo senso, mi sono sembrate molto difensive, per proteggere il Mondiale».
