«Un tempo la scuola calcio era la partita al campetto»

Ma perché l’Italia ha mancato la qualificazione ai Mondiali per tre volte consecutive? La domanda è alquanto ricorrente e le risposte variano. Quella di Andrea Masciaga, scrittore pubblicato da Rizzoli autore del bestseller Ci alleniamo anche se piove?, trova le sue radici nel calcio dilettantistico.
Andrea, quanto incide davvero la scomparsa del calcio di strada sul livello complessivo del calcio italiano?
«Parecchio. Ultimamente si sta cercando di ridimensionare questa tesi, sostenendo che anche in altri Paesi non si giochi per strada e che, ciononostante, il calcio funzioni. A mio modo di vedere il paragone non regge. Il calcio al campetto, che sta progressivamente scomparendo, era fino a 15-20 anni fa la vera scuola calcio in Italia. Non è solo una mia impressione. Mi è stato ribadito anche durante il corso allenatori, che ho seguito lo scorso maggio, da un docente con esperienza a livelli professionistici. Fino a una generazione fa, i ragazzini passavano ore al campetto. Non solo a giocare, ma a imparare. È un contesto unico. Non ci sono schemi rigidi, né indicazioni continue dall’allenatore. Sei libero di provare, di sbagliare, di capire da solo in cosa sei forte e in cosa devi migliorare. Giochi su superfici diverse, impari il rimbalzo della palla, il controllo in situazioni imprevedibili. Tutti elementi che, messi insieme e ripetuti per ore, fanno una differenza enorme nella formazione di un giocatore. A questo si aggiunge un altro tema, quello degli allenatori nelle scuole calcio. Non sempre sono preparati o certificati. Spesso sono persone animate da grande passione, e questo è un valore, ma essa da sola non basta a garantire un insegnamento tecnico corretto. Il calcio giocato ovunque ti permette di sperimentare, di costruirti da solo in attesa di incontrare una guida».
Deduciamo dalle sue parole che è anche allenatore...
«Ho ottenuto il patentino che mi permette di guidare squadre dalle juniores provinciali fino all’Eccellenza. Non ho però ancora iniziato la mia carriera in panchina, questo perché mi diverto ancora come calciatore. Difendo i colori dell’Oleggio Castello, in terza categoria piemontese. In futuro si vedrà».
Gli italiani, da sempre innamorati del pallone, starebbero disaffezionandosi a questo sport?
«A mio modo di vedere sì, è così. Mi guardo attorno, mi confronto e noto, con dispiacere ma anche con una certa comprensione, che la passione si è assottigliata. La scintilla forse sopravvive ancora nelle basse categorie, che non vengono mosse dai soldi ma dalla voglia di giocare. I livelli più alti del calcio professionistico, invece, non soddisfano più gli appassionati come un tempo. Alcuni di questi si spostano dunque su altri fronti, come per esempio la Kings League, che offre maggior intrattenimento rispetto a tante partite di Serie A».
Un po’ come lo 0-0 di domenica sera tra Milan e Juventus...
«Esatto. Una partita importantissima, ma di una noia tremenda. Si è un po’ persa la dimensione del sogno. O meglio, il sogno esiste ancora, ma è cambiato. È diventato molto più legato all’aspetto materiale che al gioco in sé. Il calcio viene ormai visto spesso come un modo per sistemarsi. E questo cambia il paradigma. È difficile immaginare che oggi un ragazzo di vent’anni che guadagna cifre enormi, e magari ha ancora tutto da dimostrare, viva le sconfitte con la stessa intensità di una volta. Sembra più un lavoro come un altro, molto ben pagato, ma con meno coinvolgimento emotivo. Questo si riflette anche sui più giovani. La passione c’è ancora, ma spesso è contaminata da aspettative esterne. E qui entrano in gioco anche i genitori. Se in casa si respira pressione e l’idea che il calcio debba per forza diventare un successo e un guadagno, allora il rischio è che perda la sua natura di gioco. Molti ragazzi, infatti, mollano tutto intorno ai 17-18 anni, perché si rendono conto di non essere arrivati dove speravano. Non si parla dunque più di divertimento, ma di ossessione».
Diventa dunque un problema più sociale che sportivo...
«Anche perché lo sport, e il calcio in particolare, è sempre stato una palestra di vita. Ti insegna a stare con gli altri, a fare gruppo. Certo, anche la scuola lo fa, ma spesso viene vissuta come un obbligo. Lo sport invece è qualcosa che scegli, e proprio per questo ti forma in modo diverso, forse più profondo. Perdendo il calcio di strada, perdiamo anche una parte di questa formazione spontanea. Quel “pacchetto” educativo che ha cresciuto intere generazioni - direi fino ai primi anni 2000 - si è indebolito. E in tutto questo anche i social hanno avuto un ruolo. Da una parte sono una grande opportunità, dall’altra hanno contribuito a cambiare il modo in cui i ragazzi vivono il calcio, il sogno e il successo».
Nei suoi contenuti parla spesso di una responsabilità ai vertici e di un sistema che non sembra davvero interessato a formare i giovani...
«Qui il discorso diventa politico. È assurdo che in un Paese come l’Italia, dove il calcio è ovunque - dove davvero si trova un campetto in ogni frazione, in ogni piccolo centro - non si riesca a intervenire sulle basi per rilanciare il movimento. La sensazione è quella di una sorta di “tela di Penelope”: si costruisce qualcosa e poi viene subito disfatto. E a pagarne le conseguenze sono i più giovani, spesso scartati perché invece del talento si punta sul fisico o sul compleanno. Chi nasce nei primi mesi dell’anno è spesso avvantaggiato rispetto a chi nasce più tardi, semplicemente perché è più sviluppato fisicamente. È una cosa che sembra assurda, ma è reale. Se ne è parlato anche ad alti livelli, ricordo l’intervento di Alessandro Del Piero».
A proposito di giovani. Alcuni campionati li valorizzano esponenzialmente, mentre in Italia, una volta approdati ai livelli più alti, spesso si preferisce il giocatore esperto o quello straniero.
«Un problema che parte dal basso. Anche nelle categorie inferiori ci sono allenatori che fanno fatica a far giocare un ragazzo di 18-20 anni, perché “non si fidano”. Parliamo di partite di cui, il giorno dopo, non si ricorda più nessuno. Se questa è la mentalità a questi livelli, immaginate cosa succeda salendo. È un problema culturale. In Italia un 24.enne è ancora considerato “giovane”, mentre in Paesi come Spagna o Inghilterra a quell’età sei un giocatore formato, se non un veterano dello spogliatoio».
Provochiamo un po’. Quando l’Italia ha vinto il Mondiale nel 2006 queste dinamiche non erano già presenti?
«I problemi ci sono sempre stati, ma a mio modo di vedere un tempo il talento e la fame dei giocatori riuscivano a coprirli. La Nazionale del 2006 era una squadra compatta, con qualche fuoriclasse, tanti ottimi giocatori e anche qualche scommessa - come Fabio Grosso - che si è poi rivelata decisiva. Quando il livello individuale è così alto, riesci a compensare anche le inefficienze del sistema. Quando invece quella soglia si è abbassata, i problemi sono emersi in modo evidente. Già nel 2010 siamo usciti subito dal Mondiale. Nel 2012 abbiamo fatto una grande corsa agli Europei, ma poi da lì in avanti si è spenta la luce. La vittoria del 2021, secondo me, è stata in parte figlia di un momento favorevole, quasi casuale. Un ottimo allenatore come Roberto Mancini, un gruppo solido, e una serie di incastri giusti».
L’inchiesta che coinvolge il designatore Gianluca Rocchi e la classe arbitrale sembra l’ennesimo segnale di un calcio incapace di placare la bufera...
«È la classica ciliegina sulla torta. Negli ultimi mesi il vaso ha continuato a riempirsi. Tra risultati deludenti, polemiche e inchieste. Il problema di fondo è la credibilità. Il sistema del calcio italiano va rifondato nel suo insieme. Quando poi senti certe dichiarazioni istituzionali, come quelle di Gabriele Gravina convinto che l’unico sport professionistico sia il calcio, diventa ancora più difficile credere che ci sia una reale volontà di cambiare rotta. E allora succede una cosa semplice: la gente si allontana. Magari continua ad amare il calcio, ma si sposta in altri contesti dove percepisce più autenticità, più meritocrazia e passione. Ecco perché l’Italia, ora, eccelle in altri sport».
