Una minaccia alla fertilità maschile? Attenzione agli ftalati negli oggetti di uso comune

Che cosa hanno in comune una custodia per occhiali, un necessaire, un set di paperelle da bagno, delle ciabatte da piscina e un copritavolo in plastica trasparente? Semplice: per tutti questi articoli è stato disposto dall'Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) in collaborazione con le autorità esecutive cantonali il ritiro dal mercato. La ragione? Sempre la stessa: l'elevato contenuto di ftalati, che possono avere effetti negativi sulla riproduzione. Ma che cosa sono queste sostanze e perché sono così ampiamente utilizzate in campo industriale? E, ancora: tutti i tipi di ftalati possono essere nocivi per la salute? A chi spetta il compito di verificare che gli articoli venduti nei negozi rispettino le normative in vigore nel nostro Paese? Infine: queste sostanze potrebbero essere pericolose per acqua, aria e suolo andando a inquinarli?
L'identikit
«Gli ftalati sono una famiglia di sostanze chimiche accomunate dalla stessa struttura di base: l'acido ftalico», esordisce Andrea Ghidotti dell'Ufficio cantonale della sicurezza, dell'aria e del suolo (USAS). «Si tratta di composti perlopiù liquidi, poco volatili, incolori e inodori». Composti, come accennato in apertura di articolo, spesso impiegati dall'industria per la produzione di diversi oggetti. «Si tratta di additivi che vengono aggiunti alla plastica per aumentarne la flessibilità e l'elasticità». Sono inoltre usati come lubrificanti senza grasso, agenti antischiuma, solventi e vettori liquidi in pesticidi, cosmetici e profumi. Possono infine essere utilizzati come sostanze ausiliarie nei medicamenti.
A essere potenzialmente dannosa per la salute è proprio la natura di «additivi» degli ftalati. «Tali sostanze non sono legate chimicamente all'oggetto ed è quindi più facile che vengano rilasciate durante il suo utilizzo», spiega Ghidotti. A causa della loro «mobilità», possono essere assorbite dal corpo umano in tre modi: per ingestione, per inalazione dell'aria degli spazi interni e per contatto con la pelle. Dai test condotti sugli animali è emerso che, una volta assimilati, gli ftalati possono ridurre il numero di spermatozoi e la fertilità maschile e compromettere lo sviluppo dei nascituri. Recentemente si è inoltre scoperto che questi composti agiscono come gli ormoni sessuali femminili scombussolando il sistema ormonale delle cavie.
Una questione di tempi e modi
È comunque importante dire che non tutti gli ftalati possono avere effetti negativi sulla riproduzione e perturbare il sistema endocrino. «L'Ordinanza sulla riduzione dei rischi inerenti ai prodotti chimici (ORRPChim) classifica quattro ftalati come tossici per la riproduzione e come perturbatori endocrini: il DEHP, il DBP, il DiBP e il BBP», illustra Ghidotti. «Gli oggetti d'uso comune non possono contenere quantitativi di questi quattro ftalati superiori allo 0,1% in massa: al massimo lo 0,1% del peso totale dell'oggetto plastico può dunque essere costituito da ftalati. Ci sono poi una decina di ftalati classificati come tossici per la riproduzione che non solo non possono essere impiegati a titolo professionale o commerciale, ma non possono nemmeno essere immessi sul mercato, a meno di deroga da parte degli uffici federali (UFSP, UFAM e SECO)».
Per avere effetti negativi sulla salute, ad ogni modo, è necessaria un'esposizione prolungata e ripetuta a tali composti chimici. «Raramente essi presentano una tossicità acuta», precisa il nostro interlocutore.
Ma oggi, quindi, quali sono le alternative a queste sostanze? «Gli ftalati pericolosi possono essere sostituiti da ftalati meno problematici quali il DiNP, il DiDP e il DnOP», chiarisce Ghidotti. «Esistono poi altre molecole in grado di rendere il materiale plastico flessibile».
A chi spetta controllare?
In Svizzera, tali composti sono regolamentati dalla Legge sui prodotti chimici (LPChim), in particolare dall'Ordinanza sulla riduzione dei rischi inerenti ai prodotti chimici, la quale riprende in gran parte la legge europea. Nonostante la presenza di un quadro normativo, tuttavia, negli ultimi tempi sono diversi i prodotti ritirati dal mercato perché contenenti dosi eccessive di queste sostanze. «Il problema è che alcuni Paesi, soprattutto quelli dell'Est, presentano leggi non armonizzate alle nostre: può così capitare che arrivino articoli non conformi ai nostri standard di sicurezza», spiega Ghidotti. «È dunque fondamentale effettuare controlli regolari».
Già, ma a chi spetta questo compito? «Secondo la Legge sui prodotti chimici, a verificare che i propri articoli rispettino le disposizioni svizzere sono i fabbricanti e le aziende importatrici: si tratta del cosiddetto controllo autonomo», chiarisce il nostro interlocutore. Un'autocertificazione che nasce dall'impossibilità per le autorità quali il Dipartimento del territorio (a cui l'Ufficio della sicurezza, dell’aria e del suolo fa capo) di controllare tutte le aziende presenti su suolo cantonale.
«Purtroppo, però, non sempre le imprese eseguono nel dettaglio il controllo autonomo», osserva Ghidotti. «Le ragioni possono essere molteplici: spesso fabbricanti e importatori non conoscono nel dettaglio le normative in vigore, sottovalutano lo sforzo necessario a rendere la propria attività conforme e la complessità della materia. Sovente, poi, i prodotti importati sono talmente tanti che non si riescono a controllare tutti».
Di fronte alle lacune delle imprese nella conoscenza del quadro normativo elvetico, viene spontaneo chiedersi se da parte del Cantone non andrebbe fatta maggiore sensibilizzazione. «In realtà facciamo molta campagna informativa», precisa il nostro interlocutore. «Forniamo inoltre supporto e consulenza alle ditte rispondendo alle loro domande».
«La situazione in Ticino? Fa riflettere»
A proposito di sensibilizzazione e monitoraggio, nel 2025 è stata organizzata una campagna a livello federale volta a controllare il contenuto di ftalati negli oggetti destinati al grande pubblico. «In Ticino sono stati analizzati 100 prodotti; di questi, 13 sono risultati non conformi e per 8 di questi 13 è stato disposto il richiamo dal mercato», racconta Ghidotti. «Per gli altri 5 non è stata disposta tale misura perché non sussisteva un rischio di contatto prolungato e ripetuto; in molti casi si trattava infatti di imballaggi temporanei. Sono comunque stati intimati la rimozione dall'assortimento e lo smaltimento delle scorte in modo conforme».
Cifre rilevanti, insomma. «Non sono percentuali allarmanti, ma fanno comunque pensare», commenta il nostro interlocutore.
In Ticino si tratta della prima campagna di questo tipo: mancano quindi i dati per fare una comparazione storica e capire come sia evoluto negli anni il numero di prodotti richiamati. «Confrontandoci con i colleghi d'oltre San Gottardo è comunque emerso che nel tempo non si segnalano miglioramenti significativi», spiega il nostro interlocutore.
Interessante è anche capire come sono stati selezionati i prodotti analizzati. «Il focus era sugli oggetti in materiale plastico, soprattutto PVC, trasparente», illustra Ghidotti. «Quindi imballaggi, custodie, accessori da bagno, coperture per esterni, indumenti antipioggia e giocattoli».
I numerosi richiami giunti negli ultimi mesi sono dunque da ricondurre proprio alla campagna lanciata lo scorso anno.
Al di fuori di campagne specifiche, in Ticino è invece difficile effettuare controlli capillari su questo tipo di sostanze. «Come autorità cantonale per l'applicazione della legge sui prodotti chimici non svolgiamo verifiche sistematiche sugli ftalati perché ci è impossibile arrivare a tutte le ditte per tutti i prodotti chimici», spiega il nostro interlocutore.
Nessun rischio ambientale
Se per l'uomo gli ftalati sono potenzialmente pericolosi, fortunatamente non lo sono altrettanto per l'ambiente. «Dai dati a disposizione dell'agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA), questi composti non sono classificati come inquinanti organici persistenti. Si degradano velocemente nell'aria tramite l'irradiazione solare e sono facilmente biodegradabili: il rischio di un potenziale bioaccumulo nei comparti ambientali è dunque molto basso. Per questa ragione attualmente non effettuiamo analisi di aria, acqua e suolo alla ricerca di questi composti chimici», conclude Andrea Ghidotti.









