«Una persona pericolosa che agisce come in Arancia Meccanica»

Sostiene pentimento e di stare cambiando, ma i due calci in testa rifilati a un giovane fuori da una discoteca di Lugano la notte del 6 luglio dell'anno scorso sono ancora freschi, così come i calci, gli schiaffi e le percosse inflitte nel 2023 a un uomo rapito e sequestrato insieme ad altre 3 persone in un fienile del Luganese per questioni di soldi. Fatti per i quali un 22.enne del Luganese - comparso oggi davanti alla Corte delle assise criminali presieduta da Curzio Guscetti e in regime anticipato della pena dal luglio 2024 - è accusato di tentato omicidio intenzionale, tentate lesioni gravi, rissa e, appunto, sequestro di persona e rapimento dal procuratore pubblico Simone Barca.
Capo chino e voce bassa, il 22.enne non ha negato i fatti, pur precisando di non aver intenzionalmente dato i due calci in faccia al giovane ormai a terra, ma di aver agito per paura e rabbia, dopo aver cercato di sedare una rissa scoppiata tra un suo amico e la vittima del pestaggio. Per il rapimento e il sequestro portati a termine insieme ad altre tre persone - già condannate - ha invece sottolineato di aver agito in branco, senza neppure conoscere l'identità della vittima che non ha esitato a picchiare anche con un tubo della doccia, uno sgabello e a infierire gettandogli addosso la sua urina e mettendogli la testa in un catino con dell'acqua. «Non so perché l'ho fatto, non ho percepito che fosse privo di sensi», si è giustificato il 22.enne ripercorrendo il pestaggio fuori dal locale notturno. «Insieme agli altri mi sentivo grande e spavaldo e ora provo vergogna», ha invece detto riguardo al rapimento e al sequestro durato più di 4 ore.
Parole che non hanno però convinto il procuratore pubblico. Che nei confronti del giovane, che da minorenne ha passato due anni in una comunità di recupero per tossicodipendenti in Italia, ha chiesto 8 anni e 6 mesi da espiare. Per Barca non ci sono infatti dubbi. «Il 22.enne è una persona pericolosa, per lui picchiare è la normalità. Non è un agnellino come sta cercando di passare oggi in aula. È scioccante cosa sia successo nel 2023 ai danni della vittima rapita e sequestrata. Le percosse inflitte impressionano per la crudeltà e tortura, sembra il seguito del film Arancia meccanica. L'imputato non conosceva la vittima né ha ricevuto soldi. Ha fatto tutto quello che ha fatto per puro e sadico piacere di fare del male». E sul pestaggio avvenuto fuori dalla discoteca di Lugano, ripreso dalle immagini della video sorveglianza, Barca ha aggiunto: «Il suo obiettivo era chiaro. Colpire la testa della vittima. Non una ma due volte. Ha mirato alla nuca e ha colpito con tutta la forza che aveva. Sapeva che sarebbe potuta morire. Non è successo per pochi millimetri. Sapeva come andare a segno. Ha praticato boxe e kick-boxing». Come se non bastasse, ha aggiunto il procuratore, il pestaggio è avvenuto dieci giorni prima del processo che lo vedeva alla sbarra per il sequestro e il rapimento, e l'imputato è stato al centro di altri due episodi di violenza, una testata data in un altro locale del centro e un'altra aggressione che non hanno portato a una denuncia e quindi «siamo di fronte a una vera e propria escalation di violenza» che va fermata. Ma non solo. Prima di venire arrestato «ha cercato di inquinare le prove» e una volta arrestato «non ha collaborato alle indagini». Non meno forti sono state le parole dell'avvocata Sandra Xavier, patrocinatrice delle vittima del pestaggio. «Siamo di fronte a una volontà chiara di annientamento. Una violenza che avrebbe potuto causare la morte di un 23.enne che non è avvenuta per puro caso. Per lui non è più stato facile andare avanti. La sua vita è segnata. Non riesce nemmeno ad affrontare le ferite che ha subito che ancora sanguinano». Tutto questo quando «l'imputato non si è mai scusato e non si è mai pentito per quello che ha fatto. Del resto, per lui mandare una persona all'ospedale è un'abitudine. Picchiare chiunque a fine serata è una normalità, come se la sofferenza provocata fosse un gioco».
A dipingere un quadro diverso dell'imputato è stata la difesa rappresentata dall'avvocato Stefano Stillitano. «Quando ha commesso il primo episodio il mio assistito aveva 20 anni e aveva già una vita travagliata e drammatica alle spalle. È stato abbandonato dalla famiglia. A 15 anni ha iniziato a fare uso di stupefacenti fino a diventarne dipendente. È stato in comunità fino ai 18. Non è un mostro. È solo un ragazzo che ha sbagliato e deve pagare ma deve anche essere aiutato». Stillitano ha poi proseguito: «Sta cercando di migliorare. Non sta facendo la commedia. Oggi non è più quello di ieri». E per quanto riguarda il rapimento ha specificato: «Il progetto criminale non è stato ideato da lui e poi ha raccontato tutto a verbale. Anche cose mai dette dagli altri imputati. È stato solo un esecutore materiale». Sul pestaggio fuori dalla discoteca il difensore ha invece annotato come la vittima abbia mentito. «Aveva voglia di litigare e creare casini. Ha dato il via alla rissa, non si è ritrovato lì per caso. La vittima non è insomma tale». Stillitano ha respinto inoltre l'accusa di tentato omicidio. «Non è vero che ha puntato alla testa con il primo calcio. Non si distingue niente dalla video sorveglianza. Al massimo si può parlare di rissa. Poi certo ha sbagliato a colpire con i due calci successivi ma ha agito di puro istinto senza pensare alle conseguenze come emerge dal suo quadro psichico, che non gli ha permesso di rendersi conto di poter uccidere». Da qui la richiesta alla Corte di soppesare gli eventi e di valutare quindi il tentato omicidio come un dolo eventuale e non diretto. Nel complesso: 5 anni e sei mesi.
Otto anni e sei mesi da espiare (più l'obbligo di un trattamento ambulatoriale) è invece, come detto, la richiesta di pena dell'accusa. «Perché la cicatrice lasciata dal caso Tamagni a Locarno - ha concluso il magistrato - dovrebbe lasciarci un insegnamento». Domani la sentenza.
