Un'altra battaglia sui salari

A dieci anni di distanza, il tema del dumping in Ticino torna a far capolino alle urne. Il prossimo 8 marzo, infatti, saremo chiamati a esprimerci sull’iniziativa dell’MpS «Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale!». A due settimane dal voto, il vicedirettore del Corriere del Ticino Gianni Righinetti ha dedicato la puntata de «La domenica del Corriere» proprio a questo annoso dossier. In studio, Laura Riget (co-presidente PS), Amalia Mirante (deputata Avanti con T&L), Matteo Pronzini (deputato MpS) e Alessandro Speziali (presidente PLR). Si parte proprio da Pronzini, iniziativista, a cui viene chiesto perché - dopo che il popolo aveva accolto dieci anni fa il controprogetto - bisogna tornare alle urne. «Per una ragione molto semplice», nota il deputato dell’MpS. In Ticino «la situazione, dal punto di vista delle condizioni di lavoro, è peggiorata. I salari sono diminuiti in questo cantone, e in settori importanti e strategici, penso per esempio al settore delle Poste, delle ferrovie, al settore degli studi d’architettura». A questo proposito, Pronzini porta come esempio il caso recente di uno studio di Mendrisio. E aggiunge, riferendosi alla prima votazione. «Quel controprogetto è stato fallimentare». Fumo negli occhi, dunque? «Negli anni la sensibilità è diventata sempre più presente sul dumping», ribatte Speziali. E i controlli, secondo il presidente liberale radicale, in Ticino si fanno eccome. Molto più che nel resto della Svizzera. Aumentare le verifiche, quindi, «appesantirebbe ancora di più le aziende e sarebbe controproducente». Durante la campagna di voto, i sostenitori della proposta hanno più volte definito il mercato del lavoro ticinese come «un Far West». «Descrive molto bene la gravità della situazione», rilancia da parte sua Riget. «In Ticino ormai il dumping salariale, il dumping sociale, non è più l’eccezione, ma la norma. E soprattutto non va più a colpire unicamente il livello salariale: sono sempre di più anche i casi di persone che sono assunte a un contratto, ad esempio, al 50%, quindi pagate al 50%, ma poi devono lavorare il 100%». Inoltre, sono tante le donne colpite da questo tipo di abusi. Per Mirante, invece, il termine «Far West» va contestualizzato. «I problemi del mercato del lavoro sono tanti, e sono più accentuati in Ticino», sottolinea. «Abbiamo salari bassi, il problema dei giovani che vanno via e non rientrano, le persone sopra i 55 anni che perdono il posto del lavoro e non riescono a rientrare, la differenza di salario tra uomini e donne». Ma al netto di ciò, l’iniziativa, nota ancora Mirante, «non risolve questi problemi». Anzi, «è dannosa perché aumenta i costi dello Stato». Si tratta, in sostanza, «di marketing elettorale».
Numeri e partenariato sociale
Per Pronzini, invece, l’iniziativa «è fondamentale, perché permetterebbe di intervenire in modo chirurgico. Speziali, non so in quale cantone vive lei, ma le persone che ci seguono lo vedono benissimo», e notano i problemi legati alla pressione sugli stipendi. «Nessuno crede più alle storielle che raccontate». «Non nego i problemi, lo dico così almeno Pronzini si tranquillizza», risponde Speziali. «Le cifre non le invento io», i casi di abuso sono bassi. «Questa è una risposta che crea un aggravio burocratico e amministrativo infinito, un grande fratello economico per un’efficacia che è tutta da dimostrare». Sollecitata in merito a una dichiarazione del direttore del DFE, Christian Vitta, secondo cui l’iniziativa indebolirebbe il partenariato sociale, Riget respinge la critica: «L’iniziativa si limita a chiedere la notifica dei cambiamenti contrattuali e la verifica del rispetto della legge. Non vedo come questo possa indebolire il partenariato sociale». Riget, quindi, contrattacca, sostenendo che vi sia «una grande corresponsabilità del Dipartimento delle finanze e dell’economia nell’aver promosso una politica di sgravi fiscali per le grandi aziende, con l’obiettivo di attrarre settori a basso valore aggiunto per il territorio, che offrono salari così bassi da risultare attrattivi soprattutto per il personale frontaliero». Dal canto suo, Mirante ribadisce che la pressione sui salari è una conseguenza della libera circolazione: «Non c’è nulla di illegale da sanare. Possiamo anche analizzare tutti i contratti, ma questo non porterà a un aumento dei salari, spendendo fino a 18 milioni di franchi in controlli».
Una cifra, quella dei 18 milioni, contestata dai favorevoli per i quali il costo dell’iniziativa sarebbe molto più limitato. Dal canto suo, Pronzini evidenzia che l’obiettivo dell’iniziativa «non è far alzare gli stipendi ma evitare che sia abbassino ancora di più. Questa iniziativa è una diga contro il dilagante dumping salariale». Per Speziali, invece, i costi dell’applicazione sono un aspetto centrale. Si parla, infatti, di circa 160 nuovi ispettori. «Fossero anche 100 ispettori in più, rimane un’iniziativa inefficace».