Montagna

Un'altra vita per il rudere sul Camoghè

L’Associazione Lepontia Cantonale vuole ristrutturare lo stabile che fu una caserma, una capanna e una sede dei radioamatori
© Marco Bonati
Giuliano Gasperi
19.08.2023 06:00

Una notizia fresca. Sia perché il documento che l’annuncia è stato pubblicato ieri, sia perché riguarda una costruzione che si trova a 2.227 metri sopra il livello del mare, lontano dalla calura di questi giorni. Siamo, purtroppo solo col pensiero, in cima al monte Camoghè, dove la Lepontia Cantonale vuole ristrutturare l’edificio diroccato che un tempo è stato un rifugio, una caserma militare e anche una sede per i radioamatori ticinesi, prima di essere divorato da un incendio. A questo scopo, l’associazione che riunisce gli studenti e i professionisti cattolici ticinesi ha inoltrato una domanda di costruzione ai municipi di Monteceneri e Cadenazzo – si tratta di una procedura congiunta, dato che il fondo in questione è una comunanza – per sistemare il rudere e metterlo a disposizione della collettività, in particolare degli escursionisti come riparo in caso d’intemperie (le piogge in quella zona sono abbastanza frequenti). La Lepontia culla già da qualche anno il sogno di dare una nuova vita al manufatto. La prima richiesta di acquistarlo da Armasuisse è del maggio 2017.

Sono passati alcuni anni, durante i quali l’esercito ha «liberato» lo stabile dai suoi vecchi compiti difensivi, e alla fine dell’anno scorso l’associazione ne è diventata proprietaria, non prima di aver sondato eventuali interessamenti da parte dei Comuni e dei patriziati della zona: uno spirito di apertura e condivisione che la Lepontia vuole mantenere anche per le prossime fasi del suo progetto. L’investimento complessivo è stimato fra i duecento e i duecentocinquanta mila franchi, che il sodalizio conta di raccogliere con i contributi dei soci, di sponsor e di enti pubblici.

Un luogo da riscoprire

Entrando nello specifico del progetto, affidato all’architetto Urs De Polo, gli interventi principali previsti sono la realizzazione di un tetto in metallo, di una toilette ecologica compostante e di un serbatoio che possa raccogliere l’acqua piovana, oltre che la sistemazione degli interni con un nuovo pavimento e la posa di tavoli e panche. Il tutto, secondo le informazioni che abbiamo potuto raccogliere, avverrà con scelte architettoniche improntate alla sostenibilità. Da notare che l’edificio non sarà una capanna con la possibilità di pernottare, come un tempo. Solo un riparo, o comunque un punto di riferimento sulla vetta più alta delle Prealpi ticinesi. Alta e forse un po’ dimenticata. Il progetto di Lepontia, di per sé, è un invito a riscoprirla.

Il vecchio stabile in cima al Camoghè – protagonista nel 2017 di una puntata della nostra rubrica Luoghi Storie, a cui attingeremo – fu costruito più di cento anni fa, quando il Dipartimento militare decise di avere una caserma in vetta per scopi strategici. Alla fine della prima guerra mondiale, nel 1919, il Club Alpino Svizzero chiese di poter usare l’edificio come rifugio e così iniziò la sua seconda vita. Rivestimenti in legno, quarantacinque posti letto con pagliericcio e coperte di lana, cisterna per l’acqua piovana e una cucina che ricompensava gli escursionisti con risotti, minestre e paste al sugo. Con oltre seicento pernottamenti all’anno, quello su Camoghè era il rifugio più frequentato del Ticino. Nel 1934 fu realizzata anche una cappelletta, tuttora presente, dedicata a San Nicolao della Flüe, davanti alla quale ogni anno si celebrava una messa: un appuntamento diventato tradizione per i luganesi. Poi tornarono ad addensarsi le nuvole della guerra. Nell’agosto del 1939 fu annunciata la mobilitazione generale e la capanna fu occupata dalla Sezione Camoghè, comandata dal tenente Guido Lepori e dal sergente Bruno Primi detto Stüa. Quando la seconda parentesi militare si chiuse, nel 1942, lo stabile fu riconsegnato al CAS in pessime condizioni. Già prima che tornassero i soldati, comunque, il luogo non era più così frequentato. Nel 1937 i pernottamenti erano scesi fino a un centinaio all’anno, anche in seguito all’apertura, nel 1936, della capanna del monte Bar. Nel 1959 arrivò la chiusura definitiva. Solo come rifugio però, perché negli anni Settanta l’edificio visse una terza, seppur breve vita. Fu messo a disposizione dell’Associazione Radioamatori Ticinesi, che lassù installò un ripetitore con celle solari. Finì tutto il 18 agosto 1984, quando un incendio ridusse lo stabile nelle condizioni in cui grossomodo si trova oggi. In attesa di cominciare un’altra vita: la quarta.
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