Abusi nella Chiesa

Unire le forze per fare in modo che le vittime abbiano più voce

Le tre associazioni regionali si sono unite in una nuova organizzazione mantello nazionale per dare maggiore spazio al punto di vista di chi ha subìto violenze
© KEYSTONE/Christian Beutler
Asia Della Bruna
02.11.2026 06:00

Una voce comune, forte, capace di farsi sentire in tutta la Svizzera, senza perdere la vicinanza a chi cerca ascolto. È l’obiettivo di SaMiGa, la nuova organizzazione mantello nazionale delle associazioni di ascolto e sostegno alle vittime di abusi in ambito ecclesiale, fondata il 12 ottobre da GAVA (Svizzera italiana), SAPEC (Romandia) e IG-M!kU (Svizzera tedesca). Le tre associazioni hanno deciso di unire le forze per garantire alle persone vittime un accompagnamento equivalente, indipendentemente dal luogo in cui vivono, e «dare maggior peso alla loro voce», spiega Patrizia Cattaneo, co-presidente di GAVA. SaMiGa lavorerà per promuovere standard uniformi e vincolanti nella gestione delle situazioni di abuso e per dare maggiore spazio al punto di vista delle vittime nei contesti sociali, ecclesiali e politici.

«Negli ultimi anni i compiti di queste organizzazioni di sostegno sono notevolmente aumentati», osserva Cattaneo. All’ascolto e all’accompagnamento si sono affiancati il confronto con le istituzioni, la comunicazione pubblica e il lavoro di rete. Per coordinare le attività comuni a livello nazionale, SaMiGa potrà contare su un segretariato con sede a Berna, diretto dalla sociologa e assistente sociale Anna Suppa. Le tre associazioni continueranno però a operare in maniera autonoma e a offrire, nelle rispettive regioni linguistiche, un sostegno diretto, indipendente e gratuito, grazie alla disponibilità di persone impegnate a titolo volontario.

L’esperienza di GAVA

Dietro la nascita di una rete nazionale c’è prima di tutto l’esperienza di chi ha raccontato la propria storia. Storie che spesso hanno attraversato decenni di silenzio. In Ticino, dalla sua costituzione nel 2024, GAVA ha ascoltato e accompagnato «in forme diverse circa una dozzina di persone», spiega Patrizia Cattaneo. «Si tratta di casi tutti significativi, per lo più già noti o prescritti». Non tutti hanno lo stesso bisogno: qualcuno desidera soltanto essere ascoltato, altri sentono il bisogno di incontrare monsignor Alain de Raemy, amministratore apostolico della Diocesi di Lugano dal 2022. «C’è questa attesa, in alcuni, di comunicare direttamente al Vescovo, al responsabile dell’istituzione ecclesiastica, il proprio dolore».

Dal desiderio di alcuni membri di GAVA, all’inizio dell’anno, è nato un gruppo di autoaiuto, uno spazio di sostegno reciproco tra persone coinvolte, con la presenza di una professionista. Cattaneo lo considera «una vera e propria punta di diamante della nostra associazione», perché «il fatto di confrontare la propria storia, di parlarne, di essere accolti da chi ha vissuto la stessa esperienza può essere di grande aiuto e fare la differenza».

Oltre i casi documentati

Il numero delle storie rimaste sommerse, invece, non è possibile quantificarlo. Lo studio dell’Università di Zurigo, che nel 2023 ha documentato 1.002 casi di abusi nella Chiesa cattolica svizzera, ha restituito soltanto una parte del fenomeno. In Ticino, la ricostruzione del passato è stata complicata anche dalla distruzione, all’inizio degli anni Novanta, di documenti degli archivi diocesani, senza che ne rimanesse un elenco.

Ma al di là delle lacune documentarie, c’è il silenzio di numerose persone vittime. «Non esiste alcun automatismo sul farsi avanti, perché ognuno ha la sua storia e il suo percorso personale, e a noi spetta solo assecondarlo», sottolinea Cattaneo. «Dobbiamo essere consci che vi sono persone vittime che non parleranno mai». A trattenerle sono spesso un ingiustificato sentimento di vergogna, il timore del giudizio e di non essere credute, ma anche «un clima generale di tabù e, diciamo pure, di omertà in Ticino su questo tema». Per GAVA, allora, è essenziale affermare una verità fondamentale: «La persona vittima non ha mai in alcun modo colpa per quello che è successo». E ricordare che «parlare può essere di grande aiuto. Per questo motivo, GAVA vuole offrire un ascolto genuino, aperto e senza giudizio».

Il rapporto con la Diocesi

La collaborazione con la Diocesi di Lugano, racconta Cattaneo, è «buona e nel tempo è diventata sempre più concreta». Tra i passi avanti cita la formazione del personale ecclesiastico, sacerdoti, seminaristi e laici, promossa dalla Curia con la Fondazione ASPI, attiva nella prevenzione degli abusi e dei maltrattamenti sui minori: «Personale formato significa personale consapevole. La formazione è uno strumento importante di prevenzione». Restano tuttavia alcune resistenze all’interno della Chiesa: «C’è ancora chi tende a viaggiare con il freno a mano tirato e banalizza i fatti e le conseguenze dell’abuso». Per GAVA, «è quindi essenziale che si lavori con, e non solo per, le persone vittime», riconoscendole come «esperti per esperienza» anche nell’elaborazione delle misure di prevenzione e di aiuto alle persone coinvolte.

«L’indipendenza di GAVA dalle Chiese (e anche dallo Stato) è riconosciuta e rispettata». E ribadisce: «La nostra indipendenza è un sigillo di qualità della nostra azione».

Nel 2027 sono attesi i risultati della seconda parte dello studio dell’Università di Zurigo sugli abusi nella Chiesa cattolica svizzera. GAVA auspica «ancora più chiarezza sul fenomeno degli abusi», soprattutto «sui meccanismi che lo governano - e che lo facilitano -, per impedire che simili fatti abbiano a ripetersi». Ma conoscere il passato non basta. «Desideriamo, e ci impegniamo affinché dalle analisi scientifiche si passi in modo sempre più deciso all’azione», afferma Cattaneo, «coinvolgendo sempre di più le persone vittime nelle misure di prevenzione che la Chiesa e la società sono chiamate ad adottare».

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