USA e Israele, una relazione speciale che si nutre di tensioni

Storico del sionismo, dello Stato di Israele e del conflitto israelo-palestinese, Arturo Marzano è professore associato di Storia contemporanea all’Università RomaTre. Dopo il dottorato alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, ha condotto ricerche all’International Institute for Holocaust Research - Yad Vashem, alla Hebrew University di Gerusalemme e all’American University di Beirut. Nel 2025 ha pubblicato per Il Mulino «Storia di Gaza. Terra, politica, conflitti».
«I rapporti fra Stati Uniti e Israele, dai primi anni ’60 in poi, quando è iniziata la cosiddetta special relationship, sono stati caratterizzati anche da momenti di grande tensione - dice Marzano al CdT commentando la dura telefonata che Donald Trump avrebbe fatto martedì a Benjamin Netanyahu. Sul suo programma nucleare, ad esempio, Israele ha forzato la mano moltissimo con le amministrazioni Kennedy e Johnson, e alla fine è riuscito a spuntarla perché Washington vedeva in Israele un alleato chiave in Medio Oriente. Questo, però, non vuol dire che gli USA siano ostaggio di Israele. Semmai è il contrario: il rapporto di forza tra Stati Uniti e Israele è sbilanciato a favore degli USA».
La prova, nota Marzano, sta nella vicenda di Gaza: «Il cosiddetto «cessate il fuoco» dell’ottobre del 2025 è stato imposto da Trump a Netanyahu dopo il bombardamento israeliano su Doha, che Washington aveva criticato. Oggi siamo in una fase in cui Trump sta imponendo a Netanyahu un accordo con l’Iran, e il premier israeliano, proprio perché sottoposto a pressing, tenta in ogni modo di divincolarsi».
Oltre a lusingare il presidente americano, «che è notoriamente un narcisista, Netanyahu prova in tutti i modi a sfruttare a proprio vantaggio la lobby filo-israeliana, in particolare il mondo dei neoevangelici. Fa la sua partita, consapevole del fatto che il tempo, per lui, sta scadendo», spiega Marzano. «La Casa Bianca vuole a tutti i costi la riapertura dello Stretto di Hormuz. Ne ha bisogno. E Netanyahu sa che quando Trump chiuderà quell’accordo definitivamente, non potrà più fare alcunché. Quindi, forza la mano il più possibile per avvantaggiarsi sul terreno, colpendo il sud del Libano con una violenza indiscriminata. A mio avviso, l’obiettivo è creare una fascia molto ampia di territorio libanese completamente distrutto, per impedire a Hezbollah di ricostruire proprie basi operative e, allo stesso tempo, rendere molto difficile — se non impossibile — il ritorno di più di un milione di libanesi nei loro villaggi, che ormai non esistono più. Questo è il tempo che sta mancando nel breve periodo a Netanyahu. Nel medio periodo, c’è chiaramente la scadenza delle elezioni israeliane: il proseguimento della guerra favorisce Netanyahu e il Likud. Ancora di più, le elezioni di mid-term a novembre rappresentano un momento cruciale perché faranno capire se il Partito Repubblicano potrà ancora continuare a controllare il Congresso».
Molti si chiedono quale sia il reale consenso di Netanyahu, se cioè il premier israeliano agisca dentro una società politicamente divisa sulle scelte più controverse del Governo. «Israele - dice Marzano - continua a essere un paese diviso su tanti temi, ma non sulla guerra in Iran. Più del 90% della popolazione ebraica israeliana la sostiene. Le divisioni dentro la società israeliana riguardano Netanyahu, non la politica estera verso i palestinesi, il Libano, l’Iran».
Se Netanyahu lasciasse la politica attiva, spiega lo storico di RomaTre, «nascerebbe senza problemi un blocco compatto tra Likud e forze del centro-destra, senza gli ultra-ortodossi e senza la componente del sionismo religioso; questo governo potrebbe approvare facilmente una legge per coscrivere gli ultra-ortodossi, mandando all’opposizione leader come Ben Gvir e Smotrich, le cui azioni a detta di molti in Israele sono problematiche, come dimostra il caso della Flotilla. Ma rispetto al conflitto con i palestinesi, la politica sarebbe pressoché identica: la colonizzazione della Cisgiordania proseguirebbe, sebbene in maniera meno eclatante, e la Striscia di Gaza continuerebbe a versare in una situazione umanitaria insostenibile».
E proprio a Gaza e alla sua storia millenaria Marzano ha dedicato lo scorso anno il primo studio puntuale e completo pubblicato in lingua italiana. «Quanto sta accadendo in questi ultimi mesi a Gaza si comprende bene alla luce della politica israeliana degli ultimi venti anni, da quando nel 2007 iniziò il blocco totale della Striscia. Il governo israeliano pensa che congelare Gaza così com’è – senza alcun interesse per più di due milioni di persone in una situazione umanitaria terribile - sia utile, perché permette di non prendere una decisione politica, vale a dire trattare con l’Autorità palestinese, la cui presenza a Gaza Netanyahu non vuole. Se ciò accadesse, verrebbe ristabilita un’unità politica tra Gaza e la Cisgiordania. Non credo che le cose cambierebbero con un governo di coalizione senza i partiti riconducibili al sionismo religioso più estremista, perché l’idea di distruggere Hamas è condivisa da molti. Il problema è però che Hamas non è soltanto un’organizzazione armata che compie atti di terrorismo: è anche un’organizzazione sociale e un partito politico. Hamas può essere superata solo con la fine dell’occupazione militare e con il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese».
La società israeliana, aggiunge Marzano, «è consapevole del progressivo isolamento internazionale di Israele, provocato dalle politiche del governo Netanyahu, ma nella stragrande maggioranza legge le critiche mosse al paese attraverso il prisma dell’antisemitismo. Dicono: «Loro ci odiano comunque, quindi che cosa possiamo farci? Noi dobbiamo difenderci, e questo è l’unico modo». È una lettura comprensibile anche per la lunga storia delle persecuzioni che gli ebrei hanno subito nella loro storia. Pur distinguendo sempre, come faccio anche io, tra critiche anti-sioniste e critiche antisemite - le prime legittime, le seconde, ovviamente, no – esistono alcune sovrapposizioni. E queste vengono utilizzate dal governo come prova del fatto che l’isolamento israeliano sia dovuto ad antisemitismo e non alle politiche governative. Netanyahu soffia sul fuoco, e lo fa intenzionalmente, perché l’antisemitismo crescente finisce per aiutare il governo a serrare i ranghi e silenziare l’opposizione interna. E questo è molto pericoloso, soprattutto per le comunità ebraiche della diaspora».
