L'intervista

«USA, l’attuale costo della vita è l’elemento decisivo»

Facciamo il punto a pochi giorni dalle elezioni di midterm negli Stati Uniti con l'esperto americanista Mario Del Pero, professore di Storia internazionale a Sciences Po
© AP/Jacquelyn Martin
Paolo Galli
28.10.2026 06:00

Mario Del Pero è ordinario di Storia internazionale a Sciences Po a Parigi ed è uno dei principali studiosi di politica estera statunitense. Oggi si trova proprio negli Stati Uniti. Con lui proviamo a interpretare i segnali del momento, a pochi giorni dal voto.

Professore, in quale clima ci avviciniamo al voto di midterm?
«C’è un clima di tensione. Temo che, almeno a livello locale, martedì possano esserci momenti complicati. Il governo federale ha aumentato il numero di osservatori che andranno nei seggi a verificare la regolarità delle operazioni. C’è il rischio che l’ICE venga mobilitata con il pretesto di presunti pericoli attorno ai seggi o di una presunta partecipazione di non cittadini al voto, con tutte le conseguenze del caso. Dal lato democratico, c’è entusiasmo, già evidente nelle primarie, con tassi di partecipazione molto alti. Il Paese, però, vive una sorta di sospensione fatta di preoccupazione e pessimismo diffuso, di insoddisfazione e sfiducia, che i Democratici stanno cavalcando. L’indice di fiducia dei consumatori, uno degli indicatori oggi più importanti, è ai minimi storici degli ultimi cinquant’anni, sotto i livelli raggiunti durante il COVID o la grande crisi del 2008. Il consumer sentiment index dell’Università del Michigan, il più utilizzato, è abbastanza illustrativo dell’umore del Paese. Sono a Washington da inizio settembre e la sensazione è molto forte: è un’impressione personale, ma i dati sulla bassa fiducia e sulla preoccupazione per il futuro non sono impressionistici».

Che cosa pesa di più nella vita quotidiana degli americani in questo momento? E come si riflettono le preoccupazioni della popolazione su questo voto?
«In un contesto molto polarizzato, con pochissima mobilità di voto, anche le elezioni locali tendono a essere nazionalizzate. Nell’epoca moderna, e soprattutto nel XXI secolo, le elezioni di midterm sono spesso diventate un referendum sul presidente, e i risultati sono stati molto influenzati dalla sua popolarità. Trump è un presidente impopolare, anche se non quanto alcuni predecessori: Truman nel 1952, Nixon nel 1974, Carter nel 1979-80 e George W. Bush nel 2007-08 lo erano più di lui. Quando il 65-70% del Paese giudica negativamente l’operato del presidente, e il midterm diventa un referendum su quell’operato, le conseguenze sono inevitabili. Esistono poi migliaia di elezioni locali. Il dibattito tra i candidati al Senato in Iowa o in Kansas tocca questioni specifiche, ma si parla moltissimo di costo della vita e di prezzo del diesel».

Il diesel non è il carburante delle automobili private, ma dei macchinari agricoli, e viene usato anche per riscaldare le case.
«Chi gestisce un’azienda agricola in una contea rurale dell’Iowa si ritrova con costi fissi quasi raddoppiati. Nel dibattito in Iowa, la discussione tornava sempre sul costo della vita e, di riflesso, sulla guerra in Iran e sul ruolo avuto dallo Stretto di Hormuz. La candidata repubblicana, abile e forse più convincente del suo avversario democratico in tv, è stata costretta a dissociarsi da Trump e ad auspicare una rapida fine degli interventi in Iran».

Insomma, molto, se non tutto, gira attorno all’economia.
«Pesa soprattutto il costo della vita. L’inflazione è quasi al 4%, il doppio dell’obiettivo della Fed. La Fed, nonostante le pressioni di Trump e nonostante Trump abbia cambiato il presidente della banca centrale, non ha tagliato i tassi come il presidente aveva richiesto: li ha addirittura alzati. I mutui trentennali a tasso fisso, fondamentali per le famiglie americane, sono al 7,3-7,4% di media nazionale. Il prezzo del diesel è quasi raddoppiato in pochi mesi, da circa 3,5 a 6,5 dollari al gallone tra gennaio e oggi. Alcuni candidati democratici lo hanno sfruttato. Pesano anche i conflitti di interesse del presidente e della sua famiglia, e quello che appare come un uso del potere pubblico per l’arricchimento personale. Giornali vicini al Partito Repubblicano, come il Wall Street Journal, da circa un anno pubblicano articoli che denunciano questi casi e tentano di quantificare il patrimonio accumulato dal presidente e dai suoi familiari, con cifre ipotetiche di miliardi di dollari. Trump esibisce questo arricchimento come prova della sua capacità di governo. Se si intrecciano costo della vita e corruzione percepita, una reazione populista, nelle sue varie forme, è abbastanza inevitabile».

Da questa parte dell’oceano, tendiamo a dare per scontata la vittoria democratica alla Camera e a guardare solo al Senato.
«La Camera dei rappresentanti dovrebbe essere considerata scontata per i Democratici, sì. Il Senato, invece, fino a due o tre mesi fa si dava per scontato che restasse ai Repubblicani, perché al Senato si vota solo per 35 seggi su 100 e il margine è più stretto. Adesso sembra che anche il Senato sia diventato terreno di competizione. I Democratici devono difendere seggi per loro non semplici, soprattutto in Michigan, New Hampshire e Minnesota. Ma i sondaggi li mostrano competitivi in Texas, Alaska, Iowa, Kansas, addirittura in South Carolina e Mississippi. La North Carolina, oggi repubblicana, quasi certamente passerà ai Democratici. Non bisogna guardare solo alle federali. Questo ciclo elettorale coincide con un ciclo statale molto più importante di quello di due anni fa: ci sono 36 governatori su 50 e 88 Camere statali su 99 in gioco. È una dimensione da considerare».

Il trumpismo può vincere anche senza Trump in lizza?
«La lezione di questi dieci anni è che il trumpismo senza Trump funziona male. Le copie non sono mai efficaci quanto l’originale. Se guardiamo ai candidati che cercano di replicare Trump, anche nella volgarità e nelle scorrettezze politiche, pagano dazi che Trump non paga. Trump stesso, in un comizio, ha detto: “Potrei dire qualsiasi stupidaggine e voi mi applaudireste lo stesso”. Non è un grande segno di stima verso i propri elettori, ma è una verità: Trump riesce a farla franca per cose per cui altri candidati pagherebbero. Credo, insomma, che il trumpismo senza Trump debba riacquisire elementi di elementare civiltà politica che in questi anni sono mancati».

Che cosa dobbiamo aspettarci dal giorno dopo il voto, quando inizia la fase post-elettorale a Washington?
«Dipende dalle dimensioni della probabile vittoria democratica. Se fosse netta, indiscutibile e ampia, Trump brontolerà magari a livello locale, ci saranno contestazioni, ma non credo che si arriverà a contestare il voto o a impedirne la certificazione. Se invece la vittoria fosse più risicata, bisogna aspettarsi di tutto. Abbiamo il precedente di sei anni fa, quando Trump promosse un disegno eversivo dell’ordine democratico costituzionale, con l’obiettivo di impedire la pacifica transizione dei poteri. Se si insedia un Congresso con una o due camere controllate dai Democratici, bisogna aspettarsi una paralisi legislativa. La legge di bilancio andrà comunque approvata, e le due parti dovranno trovare un compromesso. Ma quel compromesso si è rivelato sempre più elusivo. In prospettiva 2028, vedo una presidenza chiaramente azzoppata, con un presidente in scadenza di mandato e di vita politica. Proprio per questo potrebbe accentuare tendenze e comportamenti eversivi».

In questo articolo: