Vent’anni di Casa dos Curumins: a Villa Castagnola storie di riscatto e il ponte tra Ticino e le favelas

Domenica pomeriggio l’Hotel Villa Castagnola di Lugano ha ospitato una celebrazione che, più che un evento, è stata una restituzione collettiva: i vent’anni di Casa dos Curumins, l’organizzazione fondata da Alberto e Adriana Eisenhardt e oggi punto di riferimento per centinaia di bambini, adolescenti e famiglie della Pedreira, una delle zone più fragili della periferia sud di San Paolo. La sala era gremita, con sostenitori, volontari, autorità, amici arrivati negli anni a conoscere e accompagnare il progetto.
Il cuore dell’incontro è stato un viaggio nella memoria. È stato proiettato un documentario realizzato vent’anni fa proprio nella Pedreira, quando nulla di ciò che esiste oggi – la Casa, gli atelier artistici, i programmi educativi, gli spazi culturali – era ancora realtà. Le immagini mostravano strade polverose, case fatiscenti, bambini lasciati a sé stessi, giovani cresciuti in un contesto dove la violenza e l’assenza di prospettive erano la norma. A distanza di due decenni, alcuni dei protagonisti di quel film hanno fatto sentire la loro voce: oggi sono ingegneri, dentisti, infermieri, professionisti che hanno costruito famiglie e futuro fuori dalla favela. Le loro testimonianze, presentate durante il pomeriggio, hanno dato forma concreta a ciò che Casa dos Curumins rappresenta: una possibilità reale di emancipazione.
Accanto a storie personali come queste, Casa dos Curumins può contare anche su successi che hanno superato i confini della Pedreira. Tra questi, la band musicale nata nei laboratori della Casa che, dopo anni di pratica e disciplina, è arrivata fino al Ticino esibendosi sul palco di Estival Jazz a Lugano davanti a migliaia di persone: per i ragazzi della comunità, un’esperienza impensabile, che ha trasformato la percezione di sé e la visione del possibile.
«I ragazzi che entrano nella Casa vivono spesso situazioni di povertà estrema, abusi, violenza», ha ricordato Adriana Eisenhardt. «Ma quando trovano un luogo sicuro, in cui arte, educazione e rispetto convivono, possono immaginare per sé stessi qualcosa che prima non era nemmeno pensabile». Una parte di questo lavoro passa attraverso l’Ateliê Pipilu, il laboratorio artistico nato nei primi anni della Casa e diventato il simbolo di come l’espressione creativa possa aprire orizzonti e ricostruire il senso di sé. Alcuni giovani dell’atelier, oggi, espongono in mostre collettive, mentre altri sono stati ammessi a università di belle arti grazie al talento sviluppato tra quelle pareti.
La presenza delle autorità ha sottolineato la dimensione pubblica di un percorso che, partito da un’iniziativa familiare, è diventato un ponte stabile tra Ticino e San Paolo. Non a caso, una parte dell’evento è stata dedicata al racconto dei risultati ottenuti: oltre 500 bambini e adolescenti seguiti ogni anno, più di 100 anziani coinvolti in programmi sociali, percorsi musicali e artistici che hanno portato anche a produzioni internazionali, borse di studio assegnate a giovani che oggi frequentano università private brasiliane normalmente inaccessibili.
In questo contesto si inserisce anche il progetto dei vini solidali, presentati in una forma rinnovata. Nato anni fa proprio alla Villa Castagnola su intuizione della proprietaria, Marisa Garzoni – storica sostenitrice della Casa – il progetto ha creato un legame particolare tra la tradizione enologica del Mendrisiotto e l’atelier artistico della Pedreira. A margine dell’evento è stata mostrata la nuova edizione: cento cassette numerate di Merlot Riserva 2018, con etichette dipinte a mano dai ragazzi in Brasile e applicate in Ticino da volontari. «Ogni bottiglia è diversa, ogni tratto racconta una storia», ha spiegato Ezio De Bernardi di Valsangiacomo Vini. Ma, in questa occasione, la presentazione non era il centro della scena: era piuttosto uno dei modi per sostenere, nel tempo, il lavoro sociale della Casa.
Al centro, infatti, sono rimaste le persone. Alcuni dei giovani dell’atelier, oggi adulti, hanno raccontato come l’arte abbia aperto strade inattese. C’è chi, pur senza diventare artista, ha trovato lavoro come vetrinista in grandi negozi di San Paolo, grazie alla manualità affinata nei laboratori. Chi ha trasformato la musica in una professione. Chi, semplicemente, ha trovato un modo per superare ferite profonde. «L’arte è un modo per dire “ci sono anch’io”», ha affermato Alberto Eisenhardt. «E questo riconoscimento, per chi cresce in una favela, può cambiare tutto».
La celebrazione ha avuto quindi il sapore di un bilancio, ma senza retorica: un insieme di storie concrete, raccontate davanti a un pubblico che in molti casi ha accompagnato la Casa fin dai primi passi. La Villa Castagnola, che negli anni ha ospitato le presentazioni e raccolto opere dei ragazzi nelle sue sale, è diventata ancora una volta il punto d’incontro tra due mondi lontani solo geograficamente.
Vent’anni dopo l’inizio di tutto, Casa dos Curumins ha mostrato non solo quanto è stato fatto, ma anche la continuità di un impegno che resta necessario. E che, come hanno ricordato i fondatori, «vive grazie ai legami, alle persone che credono che anche la bellezza – nei luoghi, nei gesti, nei colori – possa essere un atto sociale».
