Vento favorevole alla riforma, «ma non si tocchino le valli»

È un’accoglienza favorevole quella riservata dai partiti alla proposta di riforma per la Giustizia di pace in Ticino. Una riforma attesa da tempo che, come vedremo, da un punto di vista generale è ben vista da tutti i principali partiti. I quali, però, rispetto al progetto avanzato dal Consiglio di Stato, preferirebbero modificare e ritoccare almeno due aspetti. Uno su tutti: la futura presenza delle Giudicature nelle valli, che va garantita.
Un punto d’incontro
Il tema, anche se non ancora formalmente assegnato a una Commissione, è già stato discusso ieri mattina durante la riunione della Giustizia e diritti. «La Commissione ha preso atto del messaggio e ha stabilito i relatori», spiega Alessandro Mazzoleni, presidente dell’organo parlamentare. Il deputato leghista, pur non entrando nel merito dei contenuti prima di una dettagliata analisi delle soluzioni proposte nel documento, tiene però a sottolineare la bontà della collaborazione con il Governo anche su questo dossier. «Dopo il capitolo riguardante la riforma delle Autorità regionali di protezione – afferma –, Parlamento ed Esecutivo hanno nuovamente trovato un punto d’incontro». Il riferimento va alla risoluzione generale approvata dal Gran Consiglio nell’ottobre 2024, in cui venivano indicate alcune proposte anche in merito alle Giudicature di pace. Indicazioni che, perlomeno in parte, sono appunto presenti anche nella proposta dell’Esecutivo. Sulle tempistiche, Mazzoleni non si sbottona: verosimilmente, però, servirà più di un anno.
Una criticità e una soluzione
A dare qualche indicazione politica in più è la deputata del Centro, Sabrina Gendotti, che assieme alla collega Roberta Soldati (UDC), lo scorso anno aveva presentato un’iniziativa parlamentare per rilanciare il tema, riprendendo in sostanza le principali richieste della risoluzione generale già citata. «Nel complesso mi sembra una buona proposta, che riprende in parte quanto contenuto nel rapporto già fatto nel 2015, così come la nostra iniziativa». Detto ciò, aggiunge, «ci sono un paio di aspetti che a mio avviso andrebbero modificati». Il primo, spiega la deputata, riguarda la riduzione del numero di circondari, che secondo il progetto del Governo dovrebbero passare dagli attuali 38 a 11. Una riduzione troppo drastica, in particolare per le valli e le zone periferiche. «Siamo d’accordo nel ridurre, complessivamente, il numero di circondari e razionalizzare le risorse. Ma qui viene un po’ tutto centralizzato. Sarebbe peccato, perché riteniamo giusto mantenere una certa prossimità, specie per la Giustizia di prima istanza». Secondo Gendotti, però, il problema è facilmente risolvibile, portando il numero dei circondari a quello proposto nel 2015, ossia 16 Giudicature, cinque in più rispetto a quelle volute dall’Esecutivo. E, aggiunge, lavorando con la percentuale di lavoro dei giudici di pace (che specie nelle valli non lavorano mai quanto i colleghi delle zone urbane) si potrebbe rendere questo aumento neutro dal punto di vista finanziario. Senza, dunque, incrementare i costi della riforma. Il secondo aspetto «problematico» rilevato dalla deputata, infine, riguarda la formazione dei giudici. Da più parti, infatti, si auspica una sempre maggior professionalizzazione di queste figure che, ricordiamo, non per forza hanno una formazione da giuristi. Da questo punto di vista, spiega Gendotti, «la proposta formulata nel messaggio del Governo è un po’ vaga e, sembrerebbe, anche un po’ all’acqua di rose». Diversi aspetti, aggiunge, «non sono chiari». Ma «avremo tempo nelle audizioni che faremo con il Governo di approfondire questi aspetti», chiosa Gendotti che, sulle tempistiche della riforma (il Governo ha auspicato una procedura celere per far entrare in vigore le modifiche nel 2029) si dice ottimista.
A fissare alcuni paletti molto simili è anche Roberta Soldati. La deputata democentrista sottolinea infatti che «se da un lato la riduzione dei circondari è positiva, dall’altra non mi va bene che vengano tagliate fuori le valli». Per Soldati, il tema della prossimità «è centrale», e dunque la presenza delle Giudicature va mantenuta. «Leggo questa esclusione come il preludio per smantellare le preture di valle». Fra i punti positivi della proposta, invece, la deputata cita il potenziamento della formazione dei giudici: «Un elemento che oggi presenta numerose lacune».
Tutti concordi
Mantenere la presenza delle Giudicature nelle valli è un aspetto sottolineato anche da Daria Lepori. «Siamo convinti che le istituzioni dello Stato debbano rimanere vicine ai cittadini», osserva la deputata socialista. «Da un lato è giusto concentrare e ridurre i giudici, dall’altro però bisogna mantenere la territorialità». Un aspetto, questo, che dovrà quindi essere discusso all’interno della Commissione. Per Lepori, ad ogni modo, gli aspetti positivi superano quelli negativi. «A questo proposito cito il mantenimento delle competenze e dell’elezione popolare dei giudici, così come l’introduzione di un salario fisso e una percentuale massima di lavoro del 40%». Bene, anche, la volontà di disporre di spazi decorosi per le giudicature di pace. Quanto alle tempistiche, per Lepori l’orizzonte 2029 è verosimile, a patto però che si collabori «come fatto per le ARP».
La criticità legata alle valli, lo avrete capito, è molto sentita dai commissari. Anche per Cristina Maderni «è un tema sul tavolo che va discusso». Per la deputata PLR, infatti, «occorre sensibilità» quando si toccano determinati equilibri. Ma, come visto, nonostante «l’altolà» sulle zone periferiche, la proposta di riforma è comunque accettata in linea generale. Anche dal PLR. «Da quanto è emerso in Commissione, il messaggio è piuttosto condiviso», prosegue Maderni. I principali punti a favore del Governo sono la soluzione avanzata per l’onorario dei giudici, il supporto professionale e la garanzia di continuare nel solco della laicità. «Punti che hanno subito trovato convergenza» fra i partiti. Sulle tempistiche, infine, la liberale radicale sottolinea la necessità di andare spediti. «Le grosse discussioni sono già state fatte negli anni scorsi, dunque a mio avviso è possibile arrivare con i rapporti entro l’autunno».

