Commercio

Vertice straordinario sull'acciaio, la Svizzera prova a scampare i dazi UE

La Confederazione resta determinata a evitare la barriera commerciale introdotta da Bruxelles ma per ora non ci sono risultati
©Chiara Zocchetti
Gabriele Rosana
30.01.2026 06:00

La Svizzera rimane determinata a ottenere delle esenzioni dai nuovi dazi sull’acciaio importato dall’estero che l’Unione Europea applicherà dal 1° luglio prossimo. Su richiesta della Confederazione, ieri si è tenuto a Bruxelles un vertice straordinario del comitato misto dell’accordo di libero scambio tra la Svizzera e l’UE. L’organismo si riunisce normalmente una volta all’anno, di solito in estate, ma con la convocazione fuori programma Berna ha messo sul tavolo un confronto sulle misure protezionistiche sull’acciaio che - presentate a inizio ottobre - hanno come obiettivo la difesa delle aziende siderurgiche dei 27 Stati membri dell’UE di fronte alla concorrenza sleale internazionale. La proposta di regolamento dimezza il quantitativo di importazioni di acciaio extra-UE che possono entrare nel mercato unico senza dazi: la franchigia viene limitata a 18,3 milioni di tonnellate all’anno (-47% rispetto ai 30,5 milioni registrati nel 2024), mentre l’aliquota di dazi sulle eccedenze viene raddoppiata, dall’attuale 25% al 50%. La stretta dell’UE, analoga a quella adottata dagli USA, ha un obiettivo preciso: farsi scudo dalla Cina e dai suoi maxi-volumi di acciaio a basso costo, un fenomeno noto come sovraccapacità produttiva globale. Secondo i dati dell’associazione di settore World Steel, nel 2024 il gigante asiatico ha prodotto da solo oltre 1.000 milioni di tonnellate di acciaio, più della metà del totale mondiale, staccando India (149), Giappone (84), USA (79) e Russia (71). 

Nella sua proposta normativa, che dovrà essere approvata definitivamente dal Parlamento europeo e dai governi riuniti nel Consiglio dell’UE entro il 30 giugno, la Commissione (il “governo” dell’Unione) non fa eccezioni per Stati partner come Svizzera, Regno Unito o Ucraina. Gli unici a ottenere delle concessioni sono i Paesi dello Spazio Economico Europeo (SEE), quindi Norvegia, Islanda e Liechtenstein, che non saranno soggetti né a dazi doganali né a contingenti tariffari. Eppure, si legge in una nota della Segreteria di Stato dell’Economia (SECO), «la produzione elvetica di acciaio non contribuisce alla sovraccapacità globale, ma garantisce il buon funzionamento di filiere regionali, cruciali per gli ecosistemi industriali europei». Per questa ragione, Berna «continuerà ad adoperarsi per trovare con l’UE una soluzione che abbia il minor impatto possibile sugli scambi commerciali». L’accordo di libero scambio del 1972, va ricordato, rimane fuori dal pacchetto Svizzera-UE attualmente in discussione. 

Nei mesi scorsi, prosegue la nota, «la Svizzera ha esercitato a più riprese pressioni sull’UE e sui suoi Stati membri a tutti i livelli per ottenere un’esenzione, richiamando le strette relazioni bilaterali e l’elevata interconnessione economica». L’ultimo tentativo aveva interessato il Parlamento europeo: due settimane fa, una missione congiunta del Consiglio Federale e del Consiglio Nazionale aveva avuto contatti con i principali eurodeputati coinvolti nel dossier. Martedì, però, nel voto sul provvedimento che si è tenuto in commissione parlamentare Commercio, è stato bocciato l’emendamento presentato dal Partito popolare europeo (PPE, centrodestra) per parificare la Svizzera a Norvegia, Islanda e Liechtenstein, gli altri tre membri dell’Associazione Europea di Libero Scambio (AELS). La differenziazione, aveva spiegato un alto funzionario dell’UE, «è giustificata alla luce del livello di integrazione particolarmente stretto con il nostro mercato interno dei Paesi del SEE, che non ha equivalenti». Secondo quanto si apprende a Bruxelles, la Commissione teme che un’estensione dell’esenzione alla Confederazione porrebbe difficoltà diplomatiche con altri partner commerciali. Trattamenti di favore, ad esempio la definizione di contingenti tariffari a dazi zero equivalenti ai valori storici di importazione, rimangono però una strada praticabile come piano B, nel quadro delle procedure dell’Organizzazione mondiale del Commercio.

«Le conseguenze economiche per il nostro Paese restano comunque limitate - precisa Berna -, dato il volume relativamente ridotto delle esportazioni verso l’UE dei prodotti che rientrano nelle misure». Il comitato misto dell’accordo di libero scambio si è occupato di altri due dossier: le salvaguardie sulle importazioni di determinate ferroleghe (che, stavolta, si applicano anche ai membri del SEE, ma fa salvi Ucraina e alcuni Paesi in via di sviluppo) e le possibili restrizioni dell’UE all’esportazione di rottami di alluminio. Domani si concluderà, infatti, un’indagine per determinare se c’è una disponibilità sufficiente di questi rottami, essenziali per la produzione dell’alluminio all’interno del blocco. O se occorre introdurre nuovi paletti.