«Vi racconto la mia vita di minatore poeta»

«Sono nato l’8 settembre 1948 a Satriano, in provincia di Catanzaro, esordisce. «Sono partito nel ’66 a 17 anni e mezzo. Laggiù la situazione era di assoluta povertà. Lavoravo come garzone per delle piccole imprese edili. Trasportavo cemento. Ero contento perché, grazie al lavoro, portavo a casa quelle 300 lire che servivano a mia madre per comprare due chili di pasta. Mio padre ci aveva lasciato: era emigrato in Argentina ed era tornato dopo dieci anni. Eravamo in tre fratelli, io ero il secondo. E quando mio padre è tornato dall’Argentina sono nati gli altri due fratelli. Uno di loro oggi abita a San Gallo, l’altro in Germania».
Lei è arrivato in Svizzera alla fine degli anni Sessanta, quindi.
«Esatto. Sono arrivato come clandestino, non avevo il permesso di soggiorno. Ho fatto il biglietto andata e ritorno pensando: se va male me ne torno a casa. Ma una volta partito non ho più voluto tornare indietro. Sarebbe stata un’umiliazione, una sconfitta. Mio fratello l’aveva fatta facile: vieni a Olivone, mi aveva detto, che c’è lavoro. Ma quando sono arrivato nevicava e il lavoro non si trovava proprio. Sono stato chiuso in casa 23 giorni e ogni giorno arrivava un poliziotto, bussava e mi diceva: o ti trovi un lavoro o te ne vai. Non sapevo proprio che pesci pigliare».

E poi?
«Poi un bergamasco che si trovava qui con la famiglia mi ha preso con sé e mi ha portato dai sindacati a Biasca. Loro mi hanno piazzato ad Ambrì Piotta dove ho lavorato per la centrale elettrica del Ritom. Facevo il manovale e piano piano ho imparato a fare il minatore. Ero invogliato dal fatto che ti pagavano di più. Non avevo un mestiere».
Lei ha lavorato anche nel cantiere del Naret.
«Sì, ma non ci sono stato a lungo. Quando ho finito il servizio militare in Italia nel 1970 non mi sono fermato a casa neanche tre giorni per poter venire qui. Era agosto. Scendendo da Rodi Fiesso c’era il ponte del Piottino, pericoloso, non si poteva farlo brillare, un lavoraccio. Dovevo soprattutto forare la roccia e fare carotaggi. Ho conosciuto un collega bergamasco con un fisico eccezionale, Bortolo, infaticabile, assieme ad altri di cui ricordo tutti i nomi (e li cita, ndr). Alcuni di loro erano stati un po’ dappertutto a fare i minatori, uno anche nella metropolitana di Milano. C’erano parecchi cantieri e i minatori non ci restavano più di quattro o cinque mesi alla volta. Quando sentivano che c’era da fare una galleria, un pozzo o un tunnel andavano e quand’era finito si spostavano in un altro cantiere».
Che vita era?
«Una vita pesante. Ricordo che nei lavori di prelievo poteva capitare che si lavorasse per due giorni consecutivi senza fermarsi. Soprattutto per quei lavori che andavano fatti quando le sciolte, le squadre, se ne andavano. Perché dovevi essere tranquillo per quel tipo di operazioni, tipo tirare i cavi o le canne dell’acqua. Una volta ho lavorato tutto il venerdì e tutto il sabato. Il sabato notte mi sono addormentato e mi sono svegliato la domenica mattina. Non c’erano orari e non c’era tredicesima. Ma c’è di buono che potevi marcare tutte le ore che facevi, almeno nella ditta dove lavoravo io».

E sul piano umano?
«Vivevamo nelle baracche. Ricordo che era importate mantenere una certa allegria. Il lavoro era pesante e ogni tanto si facevano delle battute. Si dormiva in tre letti affiancati in uno spazio così (indica con le mani un’area non più lunga di tre metri) ognuno col proprio armadietto di plastica ai piedi. Alle pareti avevamo i ricordi dei nostri cari, soprattutto le foto. Il mattino della domenica ognuno lavava gli stracci e si mangiava nelle baracche. Si mangiava bene, devo dire. C’era una cuoca e c’era anche un piantone che rigovernava i letti mettendo le lenzuola pulite ogni settimana».
Graziano Sia resta un momento sovrappensiero e aggiunge: «Devo dire che da emigrante sono favorevole all’immigrazione. Ma sbaglia chi dice ‘venite’ e poi non fa trovare un alloggio né un lavoro. Io non ti invito a casa mia se non ho niente da darti. Lo dico sapendo che poi vengono anche sfruttati, ma il punto di partenza è accogliere se si può dare qualcosa».
Torniamo al suo lavoro di minatore. Era pericoloso?
«Potrei raccontare la storia del capo minatore che è morto in un cunicolo a Lugano. Dovete sapere che sotto Lugano c’è un’autentica ragnatela di cunicoli che servono per far passare i cavi elettrici. Si scende calando delle scale coi pioli di metallo. Vicino alla Salita dei Frati c’è un cunicolo che scende per molti metri ed è lì che lui è morto. Stavamo scendendo una scala per visionare il pozzo insieme. C’era la forgia dove si mettevano le punte e lui doveva prendere degli strumenti di lavoro. C’era una rete e per non stare a spostare tutti i ferramenti l’ha scavalcata. Ha perso l’equilibrio ed è caduto giù. Ha provato ad aggrapparsi alla parete con le unghie, ma niente. Un volo di 16 metri. C’era un gran rumore di perforatrici, ma io, che ero sotto, ho comunque sentito l’urlo di tutti quelli che avevano assistito alla scena. Sono stato uno dei primi ad accorrere. Era ancora vivo. Mi ricordo di avergli detto: dai Tullio, non è niente. L’hanno portato al vecchio ospedale civico e lì è morto. Era il giorno del mio compleanno: l’8 settembre. Era un veneto. Offriva sempre da bere, una persona buonissima».
E a parte l’indicente?
«Ricordo che a volte arrivavano le notizie di compagni di lavoro che appena dopo avere smesso morivano magari di silicosi, come un calabrese che ha lavorato come stagionale per oltre 40 anni. Ne ricordo uno che aveva l’enfisema polmonare. Era un tizio che usciva fuori d’inverno in camicia perché sotto sudava troppo e si accaldava. Non riusciva a stare dentro dal caldo. Abitava a Lugano».
Insomma, un mestiere che mette a dura prova il fisico.
«Per molti anni ho forato la roccia a mano. Oggi se esco col freddo le falangi diventano bianche, come le dita di un morto. È quella che si chiama la malattia delle perforatrici ad aria compressa. Vibrando in continuazione ti si rompono i capillari e la circolazione va in tilt. Per non dire dei danni a lungo termine».
Cioè?
«Guardi, io ho una protesi alla spalla, due di titanio alle anche, una a destra e una a sinistra e adesso ho problemi anche ai piedi. Problemi che vengono proprio dal lavoro che ho fatto. Fin dalla fine degli anni Ottanta sentivo sempre mal di schiena. Al punto che mi sono licenziato da minatore e ho trovato un’altra ditta nel Luganese che mi ha preso come manovale. Ricordo che prendevo il bus per andare al lavoro e mi si girava la caviglia. Piano piano ho perso la muscolatura della gamba sinistra, quindi ho cominciato a forzare quella della destra. Risultato, mi sono rovinato tutte e due le parti. Ecco perché ho dovuto mettere le protesi. Insomma, ho dovuto cercarmi un altro lavoro: il tuttofare per la manutenzione di giardini nel Mendrisiotto con un bravo datore di lavoro. Questo fino a 65 anni».
Dopo tanti anni nel nostro cantone si sente più calabrese o più svizzero?
«Quando sono in Calabria vorrei venire a Tesserete, e quando sono in Ticino mi piacerebbe andare in Calabria. Sono anche riuscito a costruire una casetta nel mio paese, andando là in ferie a lavorare per tirarla su pensando: andrò a vivere lì un domani. Ma ne sono passati un bel po’ di domani e sono ancora qui».
Il minatore di un tempo è diventato un poeta di successo. Com’è nata la sua passione per la scrittura?
«L’ho sempre avuta. Era un chiodo fisso fin dalle elementari. All’inizio ero sgrammaticato ma avevo un bravo maestro che mi aveva dato un tema sulla primavera. Mi ero messo davanti a una finestra, pensieroso, perché pensavo a mio padre in Argentina e a mia mamma che aspettava sempre una lettera che non arrivava mai. Non era come oggi che abbiamo i telefonini. Per non parlare delle rimesse. Dicevo a mia madre: stai tranquilla che da grande vado anch’io a lavorare, ma più vicino. Pensavo a queste cose e dalla finestra vedevo il pesco in fiore nella villa di un dottore e dei bambini che giocavano. Ho preso spunto da quello e ho scritto una poesia di mezza pagina. Il maestro mi lodò e fu un grande incoraggiamento a continuare a scrivere. Quando ho cominciato ad avere problemi di salute ho riscoperto la scrittura e non ho più smesso».
Dobbiamo ricordare che Graziano Sia non è andato oltre le scuole medie: «Le ho frequentate sì, ma – come dice lui – un giorno sì e un giorno no». È difficile tirargli fuori qualcosa sui suoi libri o sui suoi premi. «Ora è in stampa l’ultimo, “Giuseppe e i suoi fratelli”, spiega, e non ha niente a che vedere con la Bibbia. Ne tirerò poche copie da regalare ai miei fratelli e a chi ci conosce. Tutto lì».
Le sue poesie fanno riferimento non solo alla sua esperienza di emigrato e di minatore, ma anche alla religione, osserviamo infine.
«È vero. Da ragazzo vincevo le gare di catechismo. Poi da minatore devo di e che ci si ricordava di Dio solo nelle bestemmie. Oggi non passa giorno che non dica le mie preghiere, come facevo da bambino. Bisognerebbe sempre restare bambini». E sorride proprio così Graziano Sia, col candore di un bambino felice.
La poesia
Il paese della croce rossa,
primo al mondo
nel “ PIL ,” E non solo ...
Dicono di loro:
Sono intelligenti ...
Sono bravi in matematica ...
Sono disciplinati ...
Sono intraprendenti ...
Sono affidabili ...
Hanno forte il senso
d’amor patrio.
Altri dicono:
Si sono arricchiti grazie
al segreto bancario,
ai capitali stranieri,
a sporchi affari,
e quant’altro ancora ...
Tutte dicerie
solo in parte vere.
Vero è che in un piccolo paese
Di monti, laghi e fiumi,
Etnie diverse convivono in pace
sotto lo stesso tetto.
Meditando su tanta fortuna
una splendida ragione
illumina la mia mente ...
(Forse,) tutto dipende dal bianco
simbolo d’amor e pace
stemmato sulla rossa bandiera,
che sventola alta in ogni luogo.
Un miracolo che stupisce
solo i miscredenti.
I LIBRI
Tra le opere di poesia di Graziano Sia segnaliamo: Poesie d’un migrante, ed Tigullio Bacherontius, Santa Margherita Ligure, 2002; Valigie di cartone, ed. Carello, Catanzaro, 2005; Nostalgie, Passioni, Sogni, ed. Carta e penna, Torino, 2007; Emigrare, se Dio vuole, in Svizzera, ed. Carta e penna; I versi dell’anima dedicati ai semplici, agli emigranti e ai bambini, Istituto editoriale ticinese, Bellinzona 2010; Due valigie di cartone. Un biglietto di sola andata, poche lire e tanti sogni, Ed. Cotroneo, 2015.
I PREMI
Lugano, “Poeti nella società”; Roma, “Padre Raffaele Melis”; Este, “Premio Atheste – 2005 e 2008; Cava De’ Tirreni, “ASNI, Premio poesia per l’ionfanz6ia, 2007,2008 e 2009; Torino, “Pradr Willi”; Gallico, “Il fiore del deserto”; Voghera, Premio Internazionale di Poesie 2010.
