Vino, è guerra sui contingenti

È scaduto nei giorni scorsi il termine per presentare osservazioni sulla proposta di modifica dell’Ordinanza federale sul vino. Un appuntamento che ha messo a nudo una profonda frattura all’interno del settore vitivinicolo svizzero: da una parte i produttori e i viticoltori, favorevoli alla riforma; dall’altra i commercianti, gli importatori e le associazioni economiche, che la respingono con forza. Il Consiglio federale dovrà ora valutare i riscontri ricevuti e prendere una decisione in autunno.
Dove nasce la proposta
Tutto comincia nel 2025, quando il consigliere federale Guy Parmelin convoca i principali attori del settore a una tavola rotonda per discutere di un mercato sempre più in difficoltà: i consumi di vino in Svizzera calano strutturalmente, e la produzione nazionale fatica a reggere la concorrenza dei vini esteri, spesso più economici.
Tra le misure discusse, di competenza diretta della Confederazione, c’è anche quella che ha acceso il dibattito: una revisione dei criteri con cui vengono assegnati i contingenti doganali per l’importazione di vino estero.
In base agli accordi stipulati in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), la Svizzera è tenuta a consentire l’importazione di una determinata quantità di vino straniero a dazi agevolati. Questa «finestra» di importazione privilegiata è appunto il contingente doganale dell’OMC.
I contingenti doganali
Oggi questi contingenti vengono assegnati in modo relativamente libero a chi vuole importare vino. La proposta del DEFR, posta in consultazione l’11 marzo, vuole cambiare i criteri di ripartizione: le quote verrebbero distribuite in proporzione alla quantità di uva svizzera acquistata e torchiata da ciascuna azienda.In pratica: più uva svizzera un’azienda acquista e trasforma, maggiore è la quota di contingente doganale che ottiene, e quindi il diritto di importare vino straniero a dazio ridotto. L’obiettivo dichiarato è creare un incentivo economico diretto a favore della filiera nazionale, senza vietare esplicitamente le importazioni .
Le posizioni in campo
L’Unione svizzera dei contadini (USC) e Vignoblesuisse, la Federazione svizzera dei viticoltori, sostengono il progetto. Secondo questa categoria, gli incentivi economici attuali avvantaggiano i prodotti d’importazione a scapito di quelli nazionali, sempre più sotto pressione.
Sul fronte opposto si schierano i commercianti, gli importatori e la grande distribuzione. Secondo le loro associazioni di categoria — Economiesuisse, la Swiss Retail Federation e l’Associazione svizzera del commercio di vini (ASCV) — la riforma porterebbe a una concentrazione del mercato nelle mani di pochi grandi operatori, farebbe aumentare i prezzi del vino per i consumatori e danneggerebbe le imprese attive nell’importazione, nel commercio al dettaglio e nella ristorazione.
Il termine per esprimersi sulla consultazione è scaduto. Il DEFR raccoglierà e analizzerà tutti i pareri pervenuti. Il Consiglio federale prenderà poi una decisione definitiva in autunno.
E in Ticino?
«A differenza della Svizzera romanda, dove il fronte è compatto a favore della riforma, e della Svizzera tedesca, contraria, in Ticino le posizioni «restano divise», spiega al Corriere del Ticino, il presidente dell’Interprofessione del vino, Andrea Conconi: «Da una parte i produttori e i viticoltori sostengono la proposta, dall’altra i commercianti e gli importatori la respingono». Conconi, pur nella sua veste istituzionale di presidente dell’interprofessione della vite e del vino (IVVT), non nasconde la propria posizione personale: è contrario. Conconi, pur nella sua veste istituzionale, non nasconde la propria posizione personale di contrarietà. «Stiamo tornando indietro di trent’anni», dice, ricordando i tempi in cui i permessi di importazione erano in mano a pochi operatori. Secondo Conconi esistono altri modi per sostenere la produzione locale, per esempio legando maggiormente il vino ticinese agli eventi pubblici. Anche perché non solo il consumatore ha diritto di bere il vino che vuole, dice, ma anche perché si rischia un «effetto perverso». Spiega Conconi: «La riforma pensata per proteggere il vino svizzero potrebbe rivelarsi un boomerang proprio per il Ticino. Poiché l’80% della produzione nazionale è concentrata nella Svizzera romanda, saranno i grandi produttori romandi ad accumulare la quota più consistente di contingenti doganali. La grande distribuzione, che oggi importa liberamente, sarà costretta a rivolgersi a loro per continuare a fare promozioni sui vini esteri. Il rischio è che, in cambio, finisca per privilegiare i vini romandi sugli scaffali, lasciando sempre meno spazio al Merlot e agli altri vini ticinesi».
