Voci di religiose che illuminano il nostro passato

Voci di donne, parole che riemergono dal passato. Sono quelle delle religiose ticinesi che hanno scritto la storia dei rispettivi monasteri, offrendoci nel contempo uno spaccato delle loro vite. A riportarle alla luce sono state la storica Miriam Nicoli e la scrittrice Franca Cleis, autrici a quattro mani di due libri, uno dedicato alle Orsoline di Bellinzona, l’altro alle Benedettine di Claro.
Il primo è intitolato Un’illusione di femminile semplicità – Gli Annali delle Orsoline di Bellinzona 1730-1848 (Viella, 2021, appartenente alla collana La memoria restituita – Fonti per la storia delle donne). Una ricerca di carattere maggiormente divulgativo sulla comunità monacale di Santa Maria Assunta, tuttora attiva, ha invece portato alla pubblicazione del libro La Gran Regina del Cielo e le Benedettine di Claro (Armando Dadò, 2021).

La genesi del progetto
La ricercatrice Miriam Nicoli spiega innanzitutto quale è stata la genesi della pubblicazione sulle Orsoline. «È stata Franca Cleis, durante la sua ricerca sulla scrittura femminile, sfociata in: Ermiza e le altre (Rosenberg & Sellier, 1993), a trovare e trascrivere l’intero manoscritto degli Annali del Collegio delle Orsoline di Bellinzona. Si è così resa conto che il documento, per le conoscenze di allora, era il più antico di mano femminile».
E qual è stato il passo successivo? «Questa scoperta ci ha messe nella condizione di indagare oltre: e questo “oltre”, grazie a una fruttuosa collaborazione interdisciplinare, è diventato “grande”, permettendoci di far emergere altre scritture simili, inedite, anche per tempi più remoti. Le ricerche svolte in questi anni nell’ambito di un progetto del Fondo nazionale svizzero, da me diretto, ci hanno consentito di rendere visibili personalità di donne vissute tra Seicento e primo Ottocento. Un periodo ancora da esplorare, con lo sguardo rivolto alla storia di genere del nostro territorio».

Grande abilità di scrittura
A spiegarci cosa è innanzitutto emerso da questa indagine sulle Orsoline bellinzonesi – il cui convento è diventato per antonomasia il palazzo del Governo ticinese – è Franca Cleis, che è pure ricercatrice nell’ambito della scrittura femminile. «Oggi è la sede del Governo, ma di fatto “casa delle Orsoline”: l’edificio fu inaugurato nel 1743 e venne costruito per volontà e a spese dei fratelli Pietro Antonio e Fulgenzo Molo. Essi chiamarono le Orsoline per poter offrire alle ragazze del borgo una buona educazione, poiché la Compagnia fondata da Angela Merici nel 1535 si era specializzata nell’insegnamento. La storia delle Orsoline, così come appare negli Annali, è complicata e fa luce sia sulla vita quotidiana del collegio (lavoro, preghiera, insegnamento) sia su un lungo conflitto di potere tra la Madre fondatrice, Maria Gertrude Maderni, e la figlia del fondatore, Fulgenza Marianna Molo. Proprio il ritrovamento di documenti inediti ci ha consentito di ribaltare le conclusioni che gli storici precedenti avevano dato dei fatti e hanno svelato, in primo luogo la grande abilità di scrittura della redattrice degli Annali, Giuseppa Marianna Mariotti, e in secondo luogo quella manageriale della Madre Maderni».

Sguardo sulla società dell’epoca
Al di là del lungo conflitto interno, cos’altro è emerso dagli Annali e dagli altri documenti reperiti? «Lo studio degli Annali – la parola torna alla dottoressa Nicoli – è una preziosa cronistoria che consente di far luce non solo sulle forme di vita religiosa, ma sulla società dell’epoca. Marianna Mariotti ci ha infatti tramandato descrizione di avvenimenti (oggi storici) di Bellinzona: grandiose feste religiose, accadimenti straordinari, e mentre è “fuori le mura” (le Orsoline furono scacciate dal monastero nel 1798 dalle truppe francesi) fa la cronaca della rivoluzione che portò alla fine dell’Antico Regime. La principale autrice degli Annali si rivela così la prima donna cronista del Ticino».
Luoghi di cultura e formazione
Miriam Nicoli illustra poi in che modo lo studio delle scritture religiose ci permette di far luce sulla storia delle donne per il periodo dell’Antico Regime. «Al di là del discorso delle monacazioni forzate legate a politiche familiari e patrimoniali, tra Medioevo e epoca moderna, i monasteri furono per le donne luoghi di cultura e formazione. È proprio in seno ai conventi che si trovano nel passato donne di grande erudizione: poetesse, autrici di pièce teatrali, storiche, musiciste e compositrici. La prima donna al mondo a laurearsi fu nel 1678 una religiosa oblata benedettina, l’italiana Elena Corner Piscopia».
Monache fiere e indipendenti
Ne La Gran Regina del Cielo e le Benedettine di Claro, attraverso la scrittura di Ippolita Orelli (1631-1702) di Locarno, Miriam Nicoli e Franca Cleis hanno prestato attenzione alle voci di quel monastero che sovrasta il paese della Riviera.

Una fonte unica
Miriam Nicoli spiega che cosa ci racconta la cronaca di suor Ippolita, che ci trasporta nel tempo fra il XVI e XVII secolo. «Il testo da noi edito è molto importante per diverse ragioni: innanzitutto è l’unica fonte che tramanda la leggenda di fondazione del monastero di Claro, con riferimento alle vicende e alle visioni di Suor Scolastica Vicemalis. In secondo luogo ci fornisce notizie sulle donne che formarono inizialmente la comunità, ufficialmente fondata nel 1490, offrendoci poi l’occasione di riflettere sul posto occupato da Maria nella teologia e nella religione vissuta dalle fedeli, durante un periodo storico complesso, caratterizzato dalla Riforma e dalla Controriforma cattolica. Partendo da Maria e presentandoci le sue sorelle nella fede a partire da suor Scolastica Vicemalis, Ippolita Orelli elabora una genealogia femminile libera, senza la mediazione dell’autorità maschile. Dal punto di vista della storia di genere questo è un aspetto interessante, che rivela anche la cultura e lo spirito di suor Ippolita Orelli».
Azione e indipendenza
«Anche la quotidianità narrata – afferma Franca Cleis – è caratterizzata da azione e indipendenza: Ippolita Orelli scrive sì delle vestizioni, della preghiera, dello studio, della coltivazione dell’orto e del frutteto, del “filar tela finissima”, perfino del far lavori da bracciante. E pure del far scuola, poiché a Claro, nonostante il ristretto spazio, le monache hanno educato diverse generazioni di ragazze».
Sguardo a tutto tondo
«Oltre alla vita interna del monastero – prosegue la scrittrice –, suor Ippolita descrive anche il paesaggio con maestria, narra della peste, della carestia, di stregoni, delle sottili strategie che le monache misero in atto per ovviare alla clausura, imposta loro da Carlo Borromeo durante la sua visita del 1567. Interessante è poi la presa di posizione contro un’inadeguata applicazione del loro diritto di voto, che difendono con grande impegno. Scrive a tal proposito il loro curatore spirituale: “Queste Monache hanno la testa dura, come macigni, malamente si potrebbero governare”. Dalle fonti emerge insomma un pensiero femminile consapevole».
Il riconoscimento della pari dignità
C’è un periodo storico nel quale le religiose cominciano a prendere la parola. O meglio, le loro parole vengono fatte conoscere con rinnovato vigore anche al di fuori delle mura dei conventi. Lo spiega la ricercatrice Laura Quadri, laureata a Lugano in Letteratura italiana e Teologia e autrice del libro Una fabula mystica nel Seicento italiano (Leo S. Olschki Editore, 2020), dedicato alla mistica fiorentina Maria Maddalena de’ Pazzi (1566-1607).

«Nel Seicento è particolarmente evidente come i monasteri, sia maschili sia femminili, siano luoghi dove si fa cultura, ciò che spinge i monaci e le monache a prendere la parola con maggiore convinzione. Uno stimolo importante viene dalla Francia, dove i frati della Congregazione benedettina di San Mauro, in base ai documenti e alle testimonianze di cui dispongono, iniziano a riscrivere e quindi a rifondare la storia del loro ordine. Un’esigenza nata dal fatto che nel corso dei secoli i fatti storici erano stati soppiantati da leggende e narrazioni ben poco o per nulla aderenti alla realtà. I padri maurini basano il loro lavoro di riscoperta e ricostruzione della storia sull’analisi delle fonti storiche accreditate, dando così vita a un nuovo movimento culturale che poi si diffonde in Europa. E ciò grazie anche all’incoraggiamento di papa Innocenzo XII che li indica come esempio per il loro metodo scientifico, utile anche per promuovere con maggiore cognizione di causa e sostanziare adeguatamente le cause di beatificazione».
Quando si comincia a considerare importanti anche i pensieri e le parole delle religiose? «Il contributo a questo cambiamento – che prosegue nel Settecento – giunge da più parti. In una prospettiva più ampia e filosofica, intervengono a sottolineare la dignità della donna personalità come il filosofo francese François Poullain de La Barre (1647-1726). Oppure il letterato e sacerdote senese Giovanni Niccolò Bandiera (1695-1761), secondo cui le donne, al pari degli uomini, hanno il diritto di affrontare studi difficili come quelli teologici. Nei conventi non mancavano certo le religiose istruite e con una grande cultura. Ma è proprio la presa di coscienza della loro pari dignità – innanzitutto da parte del mondo intellettuale ed ecclesiastico – che in quel periodo storico permette di far conoscere anche al di fuori dei monasteri e delle rispettive congregazioni gli atti e le parole delle monache».

E qual è stato il tramite che ha reso possibile questo passaggio? «Come nel caso di Maria Maddalena de’ Pazzi, lo dobbiamo per esempio a Vincenzo Puccini, dal 1605 confessore e governatore a Firenze del monastero carmelitano di Santa Maria degli Angeli, dove lei ha vissuto. Puccini, in base ai documenti e alle testimonianze delle consorelle che hanno assistito alle sue estasi, scrive la biografia di Maddalena, raccogliendo antologicamente anche atti e parole della futura santa. Dopo di che contribuisce alla loro divulgazione presso un pubblico più ampio. La stessa dinamica, nel tempo, si verifica in molti altri casi, perché è proprio grazie al lavoro di padri confessori, governatori o altre figure di questo tipo che atti e opere delle religiose vengono portati a conoscenza del grande pubblico, per dirla con un’espressione dei giorni nostri».
Se a partire dal Seicento le parole delle religiose approdano al di fuori di conventi e monasteri, non è quindi per un movimento di rottura, per così dire di stampo femminista... «Come notato nei suoi studi anche da un grande studioso ticinese di letteratura mistica, ossia padre Giovanni Pozzi, non si è trattato di una rottura, bensì dell’instaurazione di una collaborazione fra religiosi di entrambi i sessi. I quali, in egual misura, hanno preso a cuore la ricostruzione delle vicende delle religiose ritenute maggiormente degne di considerazione e dunque particolarmente idonee a essere conosciute in cerchie più ampie che non quelle strettamente legate alla Chiesa. Il tutto, nel Seicento, seguendo la strada tracciata da religiosi illuminati, come i benedettini della Congregazione di San Mauro, che suggeriscono ai biografi nuove metodologie storiografiche».
