WEF, diplomazie al lavoro nel giorno in cui parla Zelensky

È il giorno di Volodymyr Zelensky. E del suo special address, che gli organizzatori del World Economic Forum di Davos (WEF) hanno però messo in agenda alle 14.30, in contemporanea con una «conversazione» con il segretario USA al Tesoro Scott Bessent.
Il presidente ucraino arriva nei Grigioni con un’agenda di cui non si conoscono gli appuntamenti, anche probabilmente per motivi di sicurezza. Zelensky ha tuttavia detto di aspettarsi che, a margine del forum, ci siano quantomeno colloqui per la firma dell’accordo sulle garanzie di sicurezza degli Stati Uniti a Kiev, accordo che dovrebbe essere il preludio al cessate il fuoco nella guerra contro la Russia.
Non è però chiaro se Zelensky vedrà il presidente Donald Trump o il segretario generale della NATO, Mark Rutte. Molto più probabile, invece, che incontri alcuni dei leader europei presenti a Davos.
Il punto è che la parola pace sembra essere improvvisamente diventata malaccetta al tycoon. Che ha scritto una lettera al premier norvegese Jonas Gahr Støre spiegando come il mancato riconoscimento del Nobel - che, va ricordato, è assegnato da un comitato indipendente - gli abbia fatto cambiare idea sull’argomento: «Considerando che il tuo Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato 8 guerre, non mi sento più obbligato a pensare puramente alla pace, anche se sarà sempre predominante; ora posso pensare a ciò che è buono e giusto per gli Stati Uniti d’America».
Nella lettera a Støre, Trump è tornato sulla Groenlandia, divenuta ormai quasi un’ossessione. «La Danimarca non è in grado di proteggere quella terra dalla Russia o dalla Cina, e perché mai dovrebbero avere un “diritto di proprietà”? Non ci sono documenti scritti, solo una barca è approdata lì centinaia di anni fa; ma anche noi avevamo barche che approdavano lì». Il presidente americano dimentica i vari trattati siglati, negli ultimi 100 anni, nei quali gli USA riconoscono ufficialmente la sovranità danese sull’isola, a partire dalla dichiarazione firmata il 4 agosto 1916 dall’allora segretario di Stato Robert Lensing (citata dal Guardian). E non ricorda che, nel 1951, Danimarca e Stati Uniti hanno firmato un patto che permette a Washington di costruire, installare, mantenere e gestire basi militari in Groenlandia, oltre che ospitare personale, controllare atterraggi, decolli, ancoraggi, ormeggi, movimenti e operazioni di navi, aerei e imbarcazioni.
L’attacco alla Norvegia
In una breve intervista telefonica con la NBC News, rilasciata a poche ore dalla partenza per la Svizzera, Trump si è comunque rifiutato di escludere la conquista della Groenlandia con la forza. «No comment», è stata la laconica risposta alla domanda specifica. Il presidente americano ha però ripetuto l’intenzione di «portare avanti al 100%» i dazi contro i Paesi europei che si oppongono al passaggio della stessa Groenlandia sotto le insegne di Washington. «L’Europa dovrebbe concentrarsi sulla guerra in Ucraina perché, francamente, vedete cosa ha portato loro. È su questo che l’Europa dovrebbe concentrarsi, non sulla Groenlandia».
Trump ha poi accusato il Governo di Oslo di avergli negato il Nobel per la Pace. «La Norvegia controlla totalmente il Premio, nonostante ciò che dicono. A loro piace affermare che c’entrano nulla, invece tutto ha a che fare con loro». Il Vecchio Continente, però, non ha fatto alcun passo indietro. Dal cancelliere tedesco Friedrich Merz al ministro delle Finanze olandese Eelco Heinen, dal ministro francese delle Finanze e dell’Economia Roland Lescure al premier britannico Keir Starmer, la risposta a Trump è stata univoca: la Groenlandia deve restare danese.
Merz, in particolare, in una lunga conferenza stampa tenuta quest'oggi a Berlino, ha detto che tenterà di incontrare a Davos il presidente americano per dissuaderlo da un intervento militare. Pur condividendo la preoccupazione «a lungo termine degli USA sulla sicurezza artica, non si può ignorare il fatto che un tempo gli Stati Uniti avevano oltre 30 mila soldati in Groenlandia, e ora ne hanno meno di 200 - ha detto Merz - È importante che gli alleati europei della NATO facciano di più per salvaguardare la regione, la quale certamente riceverà più attenzione negli anni a venire. Ma i principi di integrità territoriale e sovranità della Groenlandia e della Danimarca non possono essere violati».
Il Board of Peace
Almeno altre due questioni hanno catalizzato l’attenzione delle cancellerie internazionali in vista dell’arrivo di Trump a Davos. La prima è il cosiddetto Board of Peace for Gaza, che il presidente degli Stati Uniti d’America immagina come «un’organizzazione internazionale che mira a promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legale e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti».
Dopo aver stabilito che del consiglio esecutivo del Board, oltre a sé stesso, faranno parte il mediatore Steve Witkoff, il genero Jared Kushner, il segretario di Stato Marco Rubio, l’ex premier inglese Tony Blair, il miliardario americano e amministratore delegato di Apollo Global Management Mark Rowan, il presidente della Banca Mondiale Ajay Banga e il viceconsigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti Robert Gabriel, Trump ha invitato almeno 60 Capi di Stato e di Governo - compreso il russo Vladimir Putin - a entrare nella nuova organizzazione, chiedendo peraltro a ciascuna delle nazioni che intendono farne parte in modo permanente una quota d’ingresso di un miliardo di dollari.
In attesa di capire chi accetterà l’invito della Casa Bianca, l’agenzia di stampa cinese Xinhua ha descritto l’idea citando due media occidentali: Associated Press e Reuters. «Il Board di Trump sta prendendo forma con l’ambizione di avere un mandato molto più ampio sulle crisi globali, potenzialmente rivaleggiante con le Nazioni Unite in quello che rappresenterebbe un grande sconvolgimento per l’ordine internazionale del dopoguerra» (AP). «È una “Nazioni Unite Trump” destinata a minare l’ONU e i fondamenti della sua carta costitutiva» (Reuters).
Le accuse dei cardinali
La seconda questione è un comunicato senza precedenti scritto e firmato da tre cardinali statunitensi e rilanciato dall’agenzia di stampa del Vaticano. Un comunicato che, sin dal titolo - «Una rara dichiarazione congiunta sulla moralità della politica estera degli Stati Uniti» fa capire quanto possa diventare aspro, nelle prossime settimane, lo scontro fra i vertici della Chiesa cattolica e l’amministrazione di Washington.
«Il ruolo morale degli USA nell’affrontare il male nel mondo e nel costruire una pace giusta è ridotto a categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e le politiche distruttive», sintetizza Vatican News presentando il testo siglato dall’arcivescovo di Chicago Blase Joseph Cupich, dall’arcivescovo di Washington Robert McElroy e dall’arcivescovo di Newark Joseph William Tobin.
