«Westminster non serve e non servirà mai bene il nostro popolo»

«Andy Burnham non può farci niente». Stringi stringi, è questo il messaggio inviato dai leader nazionalisti dei Governi devoluti di Galles, Scozia e Irlanda del Nord, da Cardiff. Il premier britannico non potrà - per usare le parole della vice-presidente del Sinn Féin e first minister nordirlandese, Michelle O’Neill - impedire la disgregazione del Regno Unito. La stessa O’Neill (accompagnata dalla presidente del Sinn Féin, Mary Lou McDonald), il first minister scozzese John Swinney e il gallese Rhun ap Iorwerth hanno firmato un memorandum d’intesa con lo scopo di esercitare ulteriore pressione su Londra e rivendicare, ognuno, il proprio diritto all’autodeterminazione.
L’arma della «devolution»
«Stiamo vivendo in tempi di enormi cambiamenti, cambiamenti inarrestabili, e nessun primo ministro britannico sarà in grado di arginare l’ondata di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi in questo momento», ha sottolineato sempre O’Neill, prima leader nazionalista dell’Irlanda del Nord. E poi ancora, perché è andata oltre: «La nostra causa comune è la consapevolezza che Westminster non serve e non servirà mai bene il nostro popolo». Una dichiarazione, questa, che non senza ironia è stata indirizzata proprio a Burnham. È stato Swinney, durante la conferenza stampa congiunta, ad affermare: «Andy Burnham, coerentemente con la sua convinzione che i poteri debbano essere determinati il più vicino possibile ai cittadini, rispetterà il diritto del popolo scozzese di decidere il proprio futuro». Va ricordato come uno dei temi della campagna del nuovo premier britannico fosse proprio quello della declinazione dei poteri anche al di fuori della capitale, al di fuori di Londra, decentrandoli. Lui, da ex sindaco di Manchester, ha pigiato più volte quel tasto. E Swinney ha ribaltato quindi il concetto, rinfacciandoglielo. E ora, concretamente?
La palla al balzo
Nel memorandum si legge: «Le nostre iniziative sono animate da slancio. Crediamo che un cambiamento costituzionale sia imminente. Nessun Governo di Westminster ha il diritto di bloccare la democrazia o minare il principio secondo cui il nostro popolo deciderà il proprio futuro. Chiediamo al Governo britannico di prepararsi, pianificare e agevolare il cambiamento costituzionale in ogni giurisdizione». Già, ma Burnham - al netto dei suoi intenti di politica interna - non ha mai aperto a nuovi referendum indipendentisti. Anzi, negli scorsi giorni aveva ribadito a Swinney come un secondo voto sull’indipendenza scozzese fosse «fuori discussione». Si è visto costretto a farlo proprio di fronte al suo stesso discorso in Parlamento, mercoledì scorso, quando aveva dichiarato che prenderà in considerazione un referendum qualora si dovesse raggiungere un «chiaro consenso» in materia. Aveva pure aggiunto: «Saranno i cittadini scozzesi a decidere il proprio futuro, non il Governo del Regno Unito». Swinney ha preso quindi la palla al balzo, o perlomeno ci ha provato. E non poco maldestramente Burnham ha rettificato: «Nel mio intervento ho semplicemente sottolineato che non c’è consenso per un referendum sull’indipendenza in Scozia, né vi sono elementi chiari che suggeriscano che la maggioranza della popolazione dell’Irlanda del Nord desideri separarsi dal Regno Unito».
Alla ricerca di consensi
Poi, però, in Irlanda è atterrato Donald Trump. «L’Irlanda unita sarebbe fantastica», ha esclamato prima di dedicarsi al golf. E ancora: «Prima o poi succederà. Penso che sarebbe fantastico - anche se il Regno Unito avrebbe qualcosa da ridire -, come potrebbe essere una cosa negativa?». Da lì al vertice di oggi, è stato un attimo. Da un lato le pressioni americane, dall’altro il ruolo, più passivo e ambiguo, dell’Unione europea. Nel documento si legge una chiara direttiva: «Il futuro delle nostre nazioni appartiene all’Unione europea». Già, ma oltre alle resistenze di Londra, vanno sottolineate le spaccature nei singoli Paesi. Sempre oggi, Russell Findlay, leader dei Conservatori scozzesi, ha dichiarato: «Molte persone in tutta la Scozia saranno inorridite alla vista di John Swinney che si allea con il Sinn Féin nel loro comune desiderio di distruggere il Regno Unito». In Galles, il Labour ha attaccato il Plaid Cymru con toni e contenuti simili, accusandolo di voler usare il proprio potere istituzionale «per distruggere la Gran Bretagna». Il first minister ap Iorwerth ha a sua volta replicato: «Saranno i cittadini del Galles a stabilire i tempi, una volta che saranno convinti. Il mio compito è quello di convincerli». La sua idea non andrebbe nella direzione di un immediato referendum, bensì in quella che porterebbe a istituire una commissione nazionale che possa gettare le basi per i futuri piani di indipendenza del Galles. Oggi il premier britannico Andy Burnham, dopo aver confermato la morte del padre, Roy - che da tempo era affetto da una severa forma di Alzheimer -, ha cancellato tutti i suoi impegni ufficiali. Il suo portavoce, però, ha dichiarato: «Il primo ministro è determinato a realizzare cambiamenti in tutte e quattro le nazioni del Regno Unito e crede fermamente nell’Unione». E poi: «Il Regno Unito dà il meglio di sé quando le persone si uniscono attorno a valori condivisi e alla risoluzione dei problemi, anziché dividersi. E il primo ministro continuerà ad alleviare le pressioni sulle finanze e a garantire una maggiore sicurezza economica, invece di impegnarsi in dibattiti costituzionali o ulteriori referendum». La porta sembra chiusa, ma è probabile che i nazionalisti tornino presto a bussare.
«Al di là dell’aspetto simbolico, ci sono differenze tra le richieste»
Abbiamo raggiunto il professor Paolo Dardanelli, che insegna Politica comparata all'Università del Kent. Gli abbiamo chiesto se il memorandum sia l'inizio di qualcosa. «È significativo, perché è la prima volta che questa situazione si presenta e che c’è un coordinamento fra questi partiti, che sono partiti fratelli come orientamento. Detto questo, rimaniamo principalmente sul terreno simbolico: passi concreti sono più difficili da immaginare. Andy Burnham ha fatto della devolution uno dei suoi cavalli di battaglia, concentrandosi però sulle aree metropolitane inglesi. Ma recentemente ha accennato a possibili passi anche a livello costituzionale, con un impatto su Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Questi partiti mi sembra abbiano colto la palla al balzo: se si arriva a discussioni di carattere costituzionale, vogliono coordinare le posizioni e difendere i propri interessi. Anche perché con la Brexit, quando i poteri dell’Unione europea sono stati rimpatriati dal Governo britannico, c’è stata un’erosione dell’autonomia di queste regioni».
Tre nazioni con Governi indipendentisti: coincidenza o effetto della Brexit?
«Un po’ l’uno e un po’ l’altro. In Irlanda del Nord c’è stata una frammentazione del voto unionista che ha fatto emergere lo Sinn Féin. Il cambiamento strutturale è invece che i cattolici per la prima volta sono più numerosi, in una regione tradizionalmente a maggioranza protestante. In Scozia la situazione è molto più stabile: i nazionalisti governano dal 2007, hanno preso una batosta nel 2024 ma si sono risollevati alle Regionali di quest’anno, e il sostegno all’indipendenza nei sondaggi resta attorno al 50%. Il Galles è il caso più interessante, perché lì la domanda indipendentista è sempre stata molto debole e i laburisti erano sempre stati al Governo».
Vederli insieme è comunque un segnale forte verso Londra.
«Sì, ma è più l’immagine che la sostanza. A un livello più profondo emergono le differenze. In Scozia c’è la spinta per un nuovo referendum. In Galles siamo molto lontani, i nazionalisti sono appena arrivati al potere, devono consolidarsi e dimostrare di poter governare. L’Irlanda del Nord è radicalmente diversa: lì la possibilità di un referendum è già prevista dall’Accordo del Venerdì Santo, è scritta nero su bianco, quindi non è nemmeno un pomo della discordia. Il problema è la divisione fra due comunità antagoniste. Una porzione della comunità unionista probabilmente non accetterebbe un esito del genere, e lo spettro della violenza è sempre presente».
Che cosa dovremmo aspettarci ora da Londra come risposta?
«Burnham ha dato il segnale di volersi smarcare dal rifiuto opposto negli scorsi anni dai Conservatori. Ha accennato ad adottare per la Scozia una posizione simile a quella scritta nell’accordo per l’Irlanda del Nord: se la domanda è chiara, si può indire un referendum. Mi sembra intelligente, perché al momento quella domanda chiara e massiccia non c’è: i sondaggi oscillano attorno al 50% e l’SNP, che alle politiche del 2024 aveva preso una batosta notevole, deve fare i conti con il malcontento sullo stato dei servizi pubblici. Dire “possiamo parlarne” sapendo che per ora la questione non si pone è una posizione più aperta, ma poco rischiosa».
