Xi Jinping a Donald Trump: «Coesistere in pace». Ma su Taiwan avverte: «Siate prudenti»

Il presidente cinese Xi Jinping non aveva ancora terminato di parlare alla Casa Bianca che l’agenzia di Stato Xinhua già diffondeva il testo integrale del suo discorso. Una perfetta sintesi della «relazione strategica costruttiva» che Pechino da tempo indica come bussola per i rapporti tra le due superpotenze.
Ancora una volta, il faccia a faccia tra i leader di Cina e Stati Uniti ha messo in evidenza soprattutto l’abissale distanza che separa le due personalità. Donald Trump ha puntato tutto sul rapporto personale con Xi, incurante delle perplessità della destra MAGA e del disagio manifestato da molti repubblicani al Congresso per la trionfale accoglienza riservata al capo del Partito comunista cinese.
Xi Jinping ha invece intessuto un ragionamento tutto politico, spiegando come il punto nodale non siano gli uomini, destinati a cambiare, ma i «popoli e gli Stati», i cui «interessi» sono comunque «profondamente intrecciati».
Xi Jinping ha pure sottolineato la responsabilità congiunta che Cina e Stati Uniti hanno in questa fase storica su questioni come l’intelligenza artificiale o il miglioramento dei meccanismi di comunicazione e prevenzione delle crisi in ambito militare: «La trappola di Tucidide può essere superata», ha detto Xi, richiamando ancora una volta l’espressione coniata una decina d’anni fa dal politologo di Harvard Graham Allison nel suo libro Destined for War (Houghton Mifflin Harcourt, 2017), dedicato proprio ai rapporti tra Stati Uniti e Cina.
È veramente curioso che il politico più importante e rappresentativo delle liberaldemocrazie occidentali lasci al capo di uno Stato totalitario argomentazioni simili. Probabilmente, non è soltanto il segno dei tempi, ma un modo di interpretare le relazioni internazionali che sembra avere paradossalmente sovvertito posizioni politiche e ideologiche un tempo consolidate.
Al di là di questo, il confronto a porte chiuse tra i leader nello Studio ovale (successivamente allargato a delegazioni di altissimo livello) non ha sicuramente risolto le molte questioni che tuttora dividono i due Paesi.
Così come hanno sottolineato tutti i media statunitensi, c’erano e ci sono poche aspettative di grosse svolte su temi quali il futuro di Taiwan, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, l’appoggio di Pechino all’Iran e alla guerra di invasione russa in Ucraina.
La tregua commerciale
L’unico annuncio concreto, giunto dal segretario al Tesoro Scott Bessent, riguarda la tregua sui dazi che sarà estesa di altri due mesi, fino al 10 gennaio prossimo.
Secondo il Washington Post, in base all’accordo raggiunto a Busan, in Corea del Sud, nell’ottobre dello scorso anno, gli Stati Uniti avevano accettato di allentare i dazi contro la Cina in cambio di uno stop al flusso di sostanze chimiche usate per produrre fentanyl e della ripresa degli acquisti di soia americana. Nell’intesa di Busan c’era anche l’allentamento del blocco cinese sulle esportazioni di terre rare, minerali fondamentali per la produzione di componenti tecnologiche. L’accordo sarebbe scaduto il 10 novembre.
«La Cina avrebbe preferito che la tregua fosse estesa per il resto dell’amministrazione Trump, così da non dover affrontare le imprevedibili mosse del presidente americano - ha scritto oggi il Washington Post presentando il vertice tra i due leader - Anche gli Stati Uniti volevano estendere la tregua, ma per meno tempo, in modo da mantenere la pressione sulla Cina».
«Ci sono alcuni risultati tuttora perfettibili - ha detto infatti Bessent a Fox News - vediamo, ora che ci siamo seduti al tavolo e abbiamo comunicato loro le nostre aspettative, se nei prossimi mesi i cinesi potranno essere un po’ più precisi nell’attuare l’accordo». Gli Stati Uniti, ha detto Scott Kennedy - esperto di economia cinese presso il Center for Strategic and International Studies, un think tank di Washington - «vogliono dare una certa prevedibilità ai mercati, ma non abbastanza da rassicurare completamente i cinesi sul fatto che una nuova guerra commerciale non sarà riavviata».
Una cosa, tuttavia, è evidente: l’amministrazione Trump ha ammorbidito , e molto, il suo approccio verso la Cina in numerosi ambiti, abbandonando ad esempio i piani di limitazione delle esportazioni di equipaggiamenti aeronautici e ritardando le spedizioni di armi a Taiwan (cui pure resta vincolata da una legge). Soprattutto, ha silenziato «tutto il dibattito sui diritti umani», ha detto Adam Posen, presidente del Peterson Institute for International Economics - istituto fondato nel 1981 da Fred Bergsten, già assistente per gli affari economici internazionali di Henry Kissinger.
Le agenzie da Pechino
Nessun dubbio che Xi Jinping abbia preparato l’incontro nei minimi dettagli. Lo testimoniano anche i quattro lanci distillati dalla Xinhua poco prima delle 19, ora di Berna (l’una di notte a Pechino). Lanci nei quali l’agenzia del Partito comunista cinese ha rivelato le posizioni del leader sulle questioni da lui giudicate più calde: Iran e Taiwan (nessun accenno, invece, sull’Ucraina).
Sul primo punto, «la Cina sostiene il ritorno al Memorandum d’intesa di Islamabad, sperando che Stati Uniti e Iran tornino presto alla via del dialogo e della negoziazione per risolvere le questioni, raggiungere infine un accordo globale che includa il nucleare e raggiungere la pace il prima possibile». Su Taiwan, i toni sono stati come sempre più netti: Xi Jinping ha sottolineato che «la posizione della Cina sulla salvaguardia dell’unità nazionale e dell’integrità territoriale è chiara. Spero che gli Stati Uniti manterranno la loro corretta posizione contro l’indipendenza di Taiwan, gestiranno la questione con prudenza e getteranno solide basi per la cooperazione strategica Cina-Stati Uniti e lo sviluppo delle relazioni bilaterali».
Il finale, in stile confuciano, merita una citazione: «Costruire una relazione strategica costruttiva e stabile tra Cina e USA non è né una misura provvisoria né una questione di sforzo immediato. Tutti i dipartimenti, i settori e i livelli in entrambi i Paesi devono agire, non trascurare le piccole buone azioni, né fare il male anche se minore, e attuare il consenso raggiunto con lo spirito di conficcare chiodi».
