Xi Jinping avverte Trump su Taiwan: «Possiamo entrare in conflitto»

Il mondo bipolare ha esibito oggi la sua maestosa scenografia, apparecchiata ai piedi della Grande Sala del Popolo, la sede del Parlamento cinese costruita nel settembre 1959 su progetto dell’architetto Zhang Bo. Donald Trump e Xi Jinping hanno chiarito, nelle parole e nei fatti, che non c’è spazio per gli altri. E in questa plastica dimostrazione di forza, la Cina è parsa più solida degli Stati Uniti, impantanati in una guerra - quella contro l’Iran - che sarebbe dovuta finire in fretta e con un esito molto diverso.
Difficile raccontare in modo obiettivo i risultati del vertice. Le parti hanno costruito ciascuna una propria narrazione, utilizzando soprattutto fonti ufficiali e mass media amici.
I giornali cinesi, nessuno dei quali gode di libertà e indipendenza, hanno presentato la visita di Trump come una grande vittoria diplomatica per Xi Jinping, un segno della crescente parità della Cina con gli Stati Uniti come potenza globale. Gli analisti di Pechino hanno anche sottolineato «l’opportunità per Washington di accettare il “modo giusto” di convivenza», ovvero evitare il confronto ostile con Pechino. «La maggior parte delle difficoltà nelle relazioni bilaterali deriva dal fatto che alcune persone negli USA si aggrappano alla logica errata secondo cui una parte superi o prosperi a spese dell’altra», ha scritto mercoledì il Global Times, tabloid in lingua inglese del Partito Comunista Cinese.
La trappola di Tucidide
È il concetto, ribadito oggi direttamente da Xi, della cosiddetta «trappola di Tucidide», formula resa celebre dal politologo di Harvard Graham Allison nel libro Destined for War, dedicato proprio ai rapporti tra Stati Uniti e Cina.
«Attualmente, la fluttuazione che avviene una volta ogni secolo si è accelerata, la situazione internazionale è intrecciata con cambiamenti e caos, e il mondo si trova a un nuovo bivio - ha detto il leader cinese secondo quanto riferito dall’agenzia ufficiale governativa Xinuha - L’America riuscirà a superare la cosiddetta “trappola di Tucidide” e a costruire un nuovo paradigma di relazioni tra le grandi potenze? Possiamo lavorare insieme per affrontare le sfide globali e portare maggiore stabilità al mondo? Possiamo concentrarci sul benessere di entrambi i popoli e sul futuro dell’umanità, e aprire insieme un futuro meraviglioso per le nostre relazioni? Queste sono le domande della storia, del mondo e del popolo, e sono anche le risposte dei tempi che i leader delle grandi potenze dovrebbero scrivere insieme».
Non è la prima volta che Xi Jinping usa questo riferimento. Lo ha fatto negli anni scorsi incontrando altri presidenti americani, da Barack Obama a Joe Biden. Il messaggio implicito è che Washington non dovrebbe considerare l’ascesa della Cina come una minaccia inevitabile. In questo modo si eviterebbe la degenerazione della competizione strategica tra le due superpotenze in un conflitto aperto, soprattutto sui dossier più sensibili come il destino di Taiwan, il commercio e la tecnologia.
Uno scontro che resta aperto
Proprio sull’isola ribelle, però, lo scontro rimane aperto. «La questione di Taiwan è la più importante nelle relazioni sino-statunitensi - ha spiegato Xi - Se gestita correttamente, la relazione tra i due Paesi può mantenere la stabilità complessiva. Se gestita in modo errato, i due Paesi creeranno attriti e persino conflitti, mettendo l’intera relazione sino-americana in una situazione molto pericolosa. L’indipendenza di Taipei e la pace nello Stretto di Taiwan sono incompatibili come acqua e fuoco, e mantenere la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan è il più grande denominatore comune sia della Cina sia degli Stati Uniti».
Più che una riflessione, un avvertimento. Che, a detta di alcuni analisti, potrebbe indicare come il presidente degli Stati Uniti non abbia fatto passi indietro sull’isola rivendicata dalla Cina come propria.
«Qualsiasi concessione significativa sarebbe stata ripresa nel resoconto ufficiale dell’incontro da parte di Pechino - ha detto all’Associated Press William Yang, analista senior per il Nordest asiatico dell’International Crisis Group, think tank indipendente con sede a Bruxelles - La mancanza di tale menzione e il tono relativamente severo suggeriscono che Trump, in linea di principio, potrebbe non aver ceduto su Taiwan».
Secondo Wen-Ti Sung, docente al College of Asia and the Pacific della Australian National University di Canberra e ricercatore dell’Atlantic Council, centro studi con sede a Washington D.C., «l’avvertimento di Xi Jinping su un potenziale conflitto segnala che Taiwan rimane la linea rossa più grande del governo cinese. Taiwan è la questione che definisce l’identità nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina: se su Taiwan non ci sono intoppi, siamo amici; se invece su Taiwan si sbaglia, potremmo diventare nemici prima che tu te ne accorga», ha sintetizzato Sung all’Associated Press.
Stallo anche sull’Iran
Il resoconto ufficiale dell’incontro pubblicato sul sito della Casa Bianca non ha fatto alcun riferimento alla questione Taiwan, affermando invece che i due leader hanno concordato di approfondire i legami commerciali, combattere il flusso di precursori di Fentanyl negli Stati Uniti e di chiedere all’Iran di riaprire subito lo Stretto di Hormuz.
Nella notte di Pechino, intervistato da Sean Hannity di Fox News, il presidente degli Stati Uniti ha ribadito l’intenzione della Cina di collaborare in tal senso.
«Il presidente Xi Jinping mi ha detto che il suo Paese vorrebbe essere d’aiuto nelle negoziazioni per la fine della guerra in Iran e per la riapertura dello Stretto di Hormuz alle spedizioni di petrolio. Vorrebbe vedere lo stretto di Hormuz aprirsi. “Se posso essere d’aiuto in qualche modo, vorrei farlo”, mi ha assicurato». Prima di partire per Pechino, va ricordato, Trump sembrava voler tenere sul punto una strategia differente. Aveva infatti ripetuto ai giornalisti che gli Stati Uniti non avevano alcun bisogno dell’assistenza cinese per risolvere il conflitto in Medio Oriente.
Nella stessa intervista a Fox News, poi, il tycoon ha anche affermato di aver avuto rassicurazioni dal leader cinese sulle forniture di armi all’Iran. «Mi ha detto che non darà equipaggiamento militare. È una dichiarazione importante». Trump ha infine ripetuto che la Cina vorrebbe continuare ad acquistare petrolio dall’Iran. «Sai, comprano molto del loro petrolio lì e vorrebbero continuare a farlo».
