L'opinione

«Bro, questa è morta»

C'è una generazione persuasa che la spettacolarizzazione della morte, tramite i like, sia una dimostrazione di coraggio
©Gabriele Putzu
03.09.2026 06:00

Un ragazzo in Italia investe una coetanea e, mentre lei agonizza a terra e sta morendo, non la soccorre ma filma la scena, si gasa, e pubblica il video sui social, esaltandone il gesto. Una pratica che si diffonde in una certa generazione persuasa che la spettacolarizzazione della morte, attraverso la ricerca ossessiva dei like, sia una dimostrazione di coraggio. In realtà, ciò che viene esibito è l'espressione di una mostruosità che annulla ogni senso del limite, unita alla totale mancanza di rispetto per la vita altrui.L'agonia di una ragazza diventa così il palcoscenico sul quale si amplifica il proprio ego, senza nessun freno inibitorio, privo di vergogna e sensi di colpa.Si diceva che il romanzo di Anthony Burgess «Arancia meccanica», che ispirò il celebre film di Stanley Kubrick, invitasse alla violenza, aprendo un varco all'emulazione di comportamenti aggressivi tra i giovani. Eppure la realtà che oggi ci circonda ha superato la stessa distopia immaginata da Burgess.La tragedia che attraversa questo tempo è il riflesso di chi si crede immortale, onnipotente ma soprattutto è la risposta di chi è governato da crudeltà e cinismo. Alimentata da alcol e droghe, si manifesta in storie che appaiono sempre più violente. Il romanzo di Burgess e il film di Kubrick, in confronto allo scenario attuale, sembrano quasi attenuati e edulcorati di fronte alle cronache di gruppi di ragazzi che fanno branco, aggrediscono, violentano coetanee, filmano gli stupri e le risse, diffondendo i video in tempo reale. Kubrick lasciava intuire la crudeltà delle scene, senza mostrarla interamente. Oggi, invece, l'orrore viene esibito, diffuso e consumato come intrattenimento e divertimento.Per chi vive il crimine come un trofeo da esibire, la vita di una persona conta meno di uno sputo.Il gergo che rimbalza sui social, imbevuto di parole come bro, bello, zio, fra, raga, sciallo, insieme a termini come flexare (vantarsi, ostentare), killare (eliminare un avversario) o floppare (avere poco successo), è un linguaggio distintivo che serve a riconoscersi e differenziarsi, come è sempre accaduto anche alle generazioni precedenti, una pratica gergale piuttisto innocua. Ma chi parla questo «gerghese» mentre compie atti efferati e li filma, come ha fatto il giovane, per pubblicarli sui social non lo utilizza con spavalderia e goliardia giovanile. Lo usa come marchio identitario, che genera comportamenti alterati dall'abuso di alcol e droghe. Sono soggetti che si eccitano, in preda all'adrenalina, le cui pulsioni risultano difficili perfino da definire perché, come scriveva Konrad Lorenz, «l'aggressività dell'uomo non è lupina ma è tipicamente umana». Quando un lupo, nel combattimento, azzanna un altro lupo non lo uccide ma lo lascia andare.Perciò gli animali non meritano di essere accostati a certi esseri a due gambe. Il regno animale è decisamente migliore perché gli animali uccidono per la sopravvivenza, per la specie o per il territorio. Come ha dimostrato Freud l'aggressività umana è innata e amplificata dalla frustrazione.Considerando la recrudescenza della violenza, l'imbarbarimento dei rapporti umani e la banalizzazzione dell'orrore sui social, c'è da chiedersi in quale abisso, in quale incolmabile cratere di frustrazione vivono certi disadattati sociali.