Algoritmi e attacchi, quanto siamo vulnerabili

Proteggere i minori dai rischi presenti in Rete. Il procuratore generale della California, Rob Bonta, tra i promotori dell’azione legale contro Meta, ha sottolineato proprio questo aspetto alla vigilia del processo apertosi martedì a Oakland. Il colosso di Mark Zuckerberg «ha progettato un prodotto pericoloso per i giovani utenti. Sapeva che era pericoloso e poi ha mentito ai bambini, alle famiglie e alla comunità sulla sua pericolosità. Siamo pronti a ritenere Meta responsabile del suo ruolo nell’alimentare la crisi di salute mentale dei bambini americani», ha detto Bonta. L’azienda si difende, naturalmente, definendo «infondate» le accuse. Ma rischia moltissimo, non soltanto in termini economici. Non per niente, il processo viene paragonato a quelli contro le aziende produttrici di tabacco negli anni Novanta. Oltre al danno finanziario, per il settore del fumo vi fu quello di immagine e di potere, di influenza sulla società tutta. Le piattaforme tecnologiche, oggi, temono ripercussioni analoghe.
Sempre martedì, Megan O’Neill, viceprocuratrice della California, nella sua dichiarazione di apertura al processo, ha parlato della strategia a quattro punte messa in atto da Meta: «Agganciare gli utenti, tenerli legati il più a lungo possibile, raccogliere i loro dati e nascondere la verità al pubblico». Perché puntare ai giovanissimi, però? Nel 2021, con la pubblicazione dei Facebook Files, emersero documenti interni che descrivevano l’acquisizione degli utenti adolescenti come un obiettivo strategico delle piattaforme tecnologiche. Un dirigente scrisse a un collega che «acquisire adolescenti è una missione vitale per il successo dell’azienda», perché tendono a garantire una maggiore permanenza e una più lunga fidelizzazione. E fidelizzazione fa rima con dati, una pioggia di dati utili ad alimentare gli algoritmi delle piattaforme stesse e, di conseguenza, a garantire la crescita, e la sopravvivenza, dell’azienda, anche in relazione a ulteriori progetti, come quelli legati all’implementazione dell’intelligenza artificiale. D’altronde, proprio Meta ha annunciato di voler utilizzare, in determinati contesti, i post degli utenti per sviluppare e addestrare la sua IA. Secondo l’accusa, l’acquisizione di utenti sotto i 13 anni avrebbe inoltre consentito a Meta di raccogliere dati personali senza il consenso dei genitori, in possibile violazione della legge federale statunitense sulla privacy dei minori, il Children’s Online Privacy Protection Act.
Il punto centrale è la protezione dei bambini, ma si dovrebbe pure parlare - anche se sembra più cinico - di protezione dei dati. La sensazione è quella di una perdita di controllo dei propri dati, quindi della propria identità. Che si tratti di identità digitale o meno, nel mondo ibrido di oggi quale differenza fa? È evidente la vulnerabilità che accomuna noi singoli utenti - a rischio di manipolazioni da parte degli algoritmi -, le aziende e gli Stati, a loro volta nel mirino degli hacker di altissimo livello, quando non degli agenti dell’intelligenza artificiale. I nostri dati non sono mai stati tanto ambiti e, allo stesso tempo, tanto esposti. L’IA ha un ruolo chiaro, in tutto ciò. Tanto chiaro da imporci una riflessione in termini di sicurezza e di resilienza di fronte ai possibili attacchi. Dario Amodei, amministratore delegato del gigante del settore Anthropic, negli scorsi giorni ha parlato di promesse non mantenute dall’intelligenza artificiale e di fiducia in calo nella popolazione, ma la questione è un’altra e non dipende tanto dalle aziende, quanto da chi è chiamato a inquadrarle. La fiducia deve arrivare da chi stabilisce leggi e regole, da chi ci difende dai possibili attacchi. Vale per gli attacchi armati, vale altrettanto per quelli digitali. Sarebbe assurdo pretendere soluzioni da chi, sulla base della vulnerabilità dei nostri dati, stabilisce la redditività del proprio impero.
Qualcosa si sta facendo - lo stesso Consiglio federale ha, tra l’altro, recentemente promesso (in risposta all’interpellanza del consigliere nazionale bernese Ueli Schmezer, PS) di presentare per l’inizio del 2027 il proprio messaggio sulla regolamentazione delle piattaforme - ma evidentemente non basta. Tutto ciò ricorda, in qualche modo, la storia di doping e antidoping: chi combatte il doping è, per definizione, sempre in ritardo rispetto a chi inventa nuove strade per migliorare in maniera illegale le prestazioni. Di fronte all’insistenza, alla forza e alle potenzialità delle aziende leader del settore tecnologico - sostenute dagli interessi strategici delle grandi potenze -, risulta difficile anticiparne le mosse. Molto allora deve passare dall’idea rafforzata di sovranità digitale, dal controllo sui dati critici, sulle infrastrutture e sui modelli di IA. Senza limitarsi ad aspettare l’esito di processi, pure fondamentali, come quello di Oakland.
