Banche italiane, grandi manovre

Quello che decenni fa fu definito una foresta pietrificata è ormai un fiume in piena, che si è agitato nel tempo a suon di fusioni e acquisizioni. E che ora sembra arrivato a un’altra fase cruciale. Parliamo del settore bancario italiano, che sino agli anni Novanta appariva ancora per molti aspetti bloccato, con una larga presenza pubblica e con attori, sia grandi sia piccoli, in non pochi casi in difetto di competitività. Alcune pur controverse privatizzazioni e alcune pur parziali liberalizzazioni, così come la spinta del mercato e l’inoltrarsi anche dell’Italia nel mercato dell’area euro, hanno comunque smosso le acque. Molti problemi rimangono, ma gli assetti del settore nella Penisola sono indubbiamente molto diversi rispetto all’inizio degli anni Duemila.
Alcuni istituti italiani di primo piano sono adesso di fronte ad altre svolte decisive, sono in un certo senso di nuovo alle grandi manovre. Intesa Sanpaolo, per dimensioni in testa alla classifica italiana insieme a Unicredit, ha lanciato un’offerta da 30 miliardi di euro su MPS (Monte dei Paschi) - Mediobanca, gruppo nato dal recente acquisto della seconda da parte del primo. Intesa ha il supporto dello schieramento Unipol (assicurazioni, mondo cooperativo) – BPER (Banca popolare dell’Emilia-Romagna), che in caso di successo dell’offerta è pronto a rilevare 635 filiali di MPS, lasciando naturalmente a Intesa le altre attività della preda che le interessano (vedi Mediobanca). C’è da notare che l’offerta di Intesa è giunta subito dopo una sorta di lettera di intenti che il gruppo Banco BPM (che ha al suo interno la ex Banca popolare di Milano) ha inviato al nuovo gruppo MPS, auspicando un’unione tra le due compagini.
La geografia legata a queste operazioni certo è complicata, ma interessante. MPS-Mediobanca ora deve vedere in che direzione muoversi, l’offerta di Intesa è strutturata e appare preponderante rispetto all’avance di Banco BPM, che però gioca dal canto suo la carta di un’unione tra pari o quasi. MPS-Mediobanca potrebbe anche decidere di respingere tutto, da una parte e dall’altra, ma dovrebbe trovare motivazioni molto forti per far accettare rifiuti secchi ad azionisti e mercato. Intesa afferma di voler rafforzare la sua leadership sul mercato italiano e in particolare il suo polo di gestione del risparmio. Messa così, la mossa ha in effetti già un suo senso e con ciò in teoria si potrebbe anche chiudere il discorso.
Tuttavia, su Intesa per una parte degli esperti del settore ci sono altri due elementi da considerare. Uno è che Mediobanca ha una quota di rilievo in Generali (assicurazioni, ma anche presenza nel bancario), quota che passerebbe nell’orbita Intesa. Quest’ultima ha già detto che nei suoi obiettivi non c’è l’egemonia in Generali, una parte degli analisti ci crede e un’altra anche no. Il secondo elemento è che nel capitale di Banco BPM ha una forte presenza Crédit Agricole; la mossa di Intesa secondo una parte degli esperti avrebbe anche lo scopo di sbarrare la strada a un rafforzamento del gruppo francese. Il teatro europeo è una delle variabili da considerare, tanto più che l’altro gruppo italiano principale, Unicredit, sta giocando una partita rilevante e complessa, quella del tentativo di conquista della tedesca Commerzbank.
Ci si può chiedere se questa corsa alle grandi dimensioni – che abbiamo peraltro visto in molti Paesi, anche in Svizzera seppur con alcune diversità – sia opportuna. Per le banche maggiori il percorso sembra peraltro inevitabile, perché si confrontano non solo con l’obiettivo di essere forti sul proprio mercato nazionale, ma anche con quello di avere spazi pure sui mercati esteri. Basta guardare alle dimensioni delle maggiori banche europee, o ancor più di quelle americane, per rendersi conto. Naturalmente, occorre che ogni mercato bancario abbia al suo interno anche una presenza sufficiente di istituti medi e piccoli, questo pure è un punto, visto che un settore fatto solo di grandi aggregazioni non è auspicabile. Però grandi gruppi ci sono e ci saranno, questo è un fatto. Ci si può anche chiedere, alle nostre latitudini, se i maggiori gruppi bancari italiani faranno più concorrenza a UBS e ad altre banche elvetiche, considerando anche la maggiore attenzione manifestata per la gestione patrimoniale. Una frase di Carlo Messina, CEO di Intesa, mostra le due facce di questa medaglia. «Il nostro obiettivo è diventare la UBS italiana», ha detto Messina. Da una parte c’è l’ambizione di fare più concorrenza anche nella gestione di patrimoni, evidentemente a partire dall’Italia. Dall’altra c’è un implicito riconoscimento della leadership che ancora ha la principale banca svizzera, conquistata e mantenuta nel tempo pur tra alterne vicende. Una leadership, quella di UBS e di altre banche rossocrociate, evidentemente non così facilmente intaccabile.
