Il ponte-diga

Brandelli di memoria

La rubrica di Pietro Montorfani
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Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
18.06.2025 06:00

La realtà storica della Svizzera italiana è a dir poco peculiare. Nonostante la proverbiale austerità del contesto alpino, abbondiamo infatti di testimonianze archeologiche, artistiche e architettoniche, indietro fino ai tempi più remoti, e siamo invece piuttosto scarsi dal punto di vista della documentazione cartacea. Se lasciamo tracce, le lasciamo nei sassi; assai più raramente per iscritto. Questo si deve al fatto che siamo sempre stati un luogo di passaggio, e nei luoghi di passaggio si costruiscono strade, chiese, ponti, fortificazioni, magari anche necropoli, ma raramente si fondano archivi. E il motivo è semplice: i documenti ufficiali seguono sempre il potere, nel nostro caso la città di Milano (fino al termine del ducato visconteo-sforzesco) o i capoluoghi della Svizzera centrale (per tutta l’epoca dei baliaggi). Idem per le circoscrizioni ecclesiastiche, le cui redini furono rette a lungo in sedi d’oltreconfine. Chi miri a fonti scritte del nostro passato meno recente, invano le cercherebbe nella Svizzera italiana.

È quindi notizia di un certo peso, fatte queste premesse, la scoperta di frammenti di un testo poetico in lingua volgare databili al XIV secolo, verosimilmente una lauda di argomento religioso, riemersi nella rilegatura di un libro antico durante lo spoglio di un fondo conventuale (quello della Madonna del Sasso di Orselina). Fin qui i nostri maggiori linguisti, Carlo Salvioni in primis, non erano riusciti a risalire a prima del Quattrocento, epoca nella quale si attestano alcuni statuti – delle comunità di Carona e Sonvico, ad esempio – tradotti in lingua volgare dall’onnipresente latino, più qualche rara traccia della lingua di Dante nei carteggi semi-ufficiali degli inviati sforzeschi. Il recente ritrovamento, per breve e frammentario che sia, arretra le lancette dell’orologio di circa un secolo rispetto alle conoscenze attuali, secondo cui alle nostre latitudini sarebbero «del tutto assenti esempi di testi letterari in volgare» (Sandro Bianconi). Il plauso va tutto al gruppo di lavoro del progetto “Ticinensia disiecta” (leggi: “lacerti sparsi di cose ticinesi”), composto dal paleografo Renzo Iacobucci, dalla storica dell’arte e della miniatura Marina Bernasconi Reusser e dalla bibliotecaria esperta di libri antichi Laura Luraschi, nell’ambito delle attività del Centro di competenza della Biblioteca Salita dei Frati. Se posso vantarmene pubblicamente, pur essendo io il responsabile, è perché non ho meriti alcuni e tutto l’onore e l’onere del lavoro cade sulle sei spalle che ho appena menzionato. Avviato cinque anni or sono al fine di censire i frammenti medievali rimasti attaccati alle rilegature dei libri antichi della Svizzera italiana (una prassi all’epoca piuttosto comune), il progetto ha già portato alla luce, tra gli altri, manoscritti con testi di Dante, Petrarca e Boccaccio provenienti – oltre che da Orselina – dalle biblioteche di Bigorio, Faido, Mesocco, Lugano e dal fondo librario di Palazzo Riva, oggi all’Archivio storico. Sebbene sia nato al di fuori dell’ambiente accademico, “Ticinensia disiecta” ha già avuto modo di presentare i risultati delle proprie ricerche in università prestigiose, negli Stati Uniti, in Francia, più volte in Italia (Roma, Napoli, Milano) e presto anche da noi.

Il bello di simili scandagli, condotti lo ricordo su pezzi unici (i manoscritti medievali) a partire da oggetti-veicolo (i libri antichi) che sono particolarmente adatti a conservare le stratificazioni della loro storia, è proprio l’apertura alla dimensione affascinante della scoperta.

Non si sa cosa si cerca, figurarsi cosa si trova.

Semmai dovesse saltar fuori prima o poi l’autografo della Divina Commedia – escluderei comunque in Ticino – è probabile che si tratti di una pergamena di riuso attorno a qualche registro notarile. Un lacerto ricilato rimasto fermo per secoli in qualche archivio, a portarsi dietro in silenzio uno dei capolavori della nostra storia. A brandelli, come il patchwork delle nostre identità frammentate.