Il ponte-diga

Buona Padania

La rubrica di Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
03.04.2026 15:32

A vent’anni di distanza, in quel di Castagnola se la ricordano ancora bene la calata – o sarebbe forse meglio dire la «salita» – degli attivisti in camicia verde dalla Valle Padana, il 6 marzo 2005, quando Umberto Bossi volle assolutamente vedere la casa che aveva ospitato l’esilio svizzero di Carlo Cattaneo dopo la bufera del Quarantotto. Si presentarono in cinquecento sulle note del Nabucco e fu necessario disporli nella sottostante terrazza sopra il Bar la Strada, rivolti alle finestre vistalago dell’Archivio storico dalle quali si affacciarono poi a turno, per una sorta di comizio improvvisato, i leader delle leghe lombarde e ticinesi: dai Calderoli ai Maroni ai Castelli, dai fratelli Bignasca a un compassato Borradori fino a un insospettabile Giulio Tremonti. Colpito da grave ictus soltanto dodici mesi prima, Umberto Bossi si sporse, salutò brevemente e se ne tornò tranquillo all’interno.

Prima di ripartire fece comunque a tempo ad apporre la sua firma sul libro degli ospiti, non senza un accenno personale, com’era tipico del personaggio: «Grazie Carlo. Buona Padania. Umberto Bossi». Anche per ragioni di sicurezza la giornata era stata organizzata nei minimi dettagli dall’amministrazione cittadina, e soprattutto dal municipale Giuliano Bignasca che vedeva in quella visita prestigiosa un’occasione per rinsaldare i legami con i fratelli maggiori d’oltreconfine. Entusiasmo non condiviso da tutti: certo non dall’archivista comunale di allora (notoriamente di ben altro colore politico) che quel giorno non si fece trovare, portandosi appresso persino la macchina del caffè. Non poté sottrarsi invece il direttore Antonio Gili, che a Casa Cattaneo aveva trasferito l’Archivio storico nei primi anni Ottanta e che da poco vi aveva inaugurato – complice l’anniversario del 2001 – una mostra permanente dedicata proprio al grande pensatore lombardo. Il pellegrinaggio della Lega di Bossi alle pendici del Brè non era infatti del tutto disinteressato, perché mirava ad attingere di riflesso a una figura di indubbio spessore culturale e scientifico che un po’ grossolanamente era stata additata dagli ideologi del partito (Gianfranco Miglio prima, Ettore Albertoni poi) come la quintessenza della lombardità, meglio se in funzione antiromana e antimeridionale.

Si pensava naturalmente alle Notizie naturali e civili sulla Lombardia, all’elogio del municipalismo medievale italiano e più in generale alla difesa del federalismo, che per Cattaneo era – con una formula bellissima – «l’unica possibil tecnica della libertà». Fiero sostenitore delle autonomie politiche, aveva immaginato di esportare il modello americano anche al di qua dell’Atlantico, ipotizzando una confederazione di «Stati Uniti d’Europa» estesa quanto il Continente. Quasi una Svizzera su scala maggiore. Da qui a dire che con le idee e gli scritti di Cattaneo si potessero alimentare a piacere i discorsi populisti e non di rado razzisti delle camicie verdi, però, ce ne corre. Sarebbe bastato infatti tornare al progetto storiografico iniziale per constatare come, dopo le Notizie sulla Lombardia, erano già state abbozzate quelle su Sicilia e Sardegna, per capire come il federalismo cattaneano era tutto meno che una chiusura a riccio a uso e consumo delle autarchie locali. Anzi, nella sua visione al contempo unitaria e plurale, dell’Italia come dell’Europa, l’accento era posto sulla collaborazione e sull’aiuto reciproco più che non su un provincialismo egoistico e meschino. E sicuramente non si trattava del federalismo a geometria variabile delle Leghe d’ogni tempo e paese, giocato tutto sugli «anti» (Roma, Bruxelles, Berna, Bellinzona, lo Stato, gli stranieri), declinato cioè di volta in volta sull’individuazione di un nemico cui dare la colpa di tutto ciò che accade. Grazie Carlo, dunque, e ben volentieri, ma per tutt’altre ragioni.