Editoriale

Capitale culturale, sprecata l’occasione

Prima che l’intera vicenda cada nel dimenticatoio, come accaduto in passato con altre «sconfitte» ticinesi, è forse opportuno fare una riflessione sul fatto che Lugano, con Locarno e Mendrisio, non sia riuscita a conquistare il titolo di Capitale culturale svizzera 2030
©Chiara Zocchetti
Paride Pelli
10.06.2026 06:00

Prima che l’intera vicenda cada nel dimenticatoio, come accaduto in passato con altre «sconfitte» ticinesi, è forse opportuno fare una riflessione sul fatto che Lugano, con Locarno e Mendrisio, non sia riuscita a conquistare il titolo di Capitale culturale svizzera 2030. Il ragionamento che stiamo per fare può essere applicato senza remore anche a Bellinzona, che correva in solitaria per lo stesso obiettivo. Più che di un’assegnazione mancata, infatti, possiamo parlare dell’ennesima occasione persa per il Ticino, indicativa di una incapacità radicata, e temiamo inestirpabile, di fare sistema e di competere come un unico e fiero polo culturale.

Una incapacità che, avanti così, non porterà di sicuro grandi vantaggi al nostro cantone, né culturali né, visto che anche di questo si parla, economici e turistici. C’è chi ha parlato di «sconfitta relativamente dolce», poiché la giuria a Berna si è diplomaticamente congratulata con le proposte ticinesi, ritenendole entrambe «convincenti». Insomma, la prossima volta andrà meglio. Ci sia permesso di avere qualche perplessità a proposito. Se andrà meglio, sarà soltanto per inerzia: dopo La Chaux-de-Fonds capitale culturale svizzera nel 2027, e dopo Aarau nel 2030, Daniel Rossellat, presidente dell’associazione che assegna il titolo, ha fatto sapere che il comitato darà priorità, per il 2033, alle candidature provenienti dalla Svizzera italiana. In altre sconsolanti parole, arriverà pure il nostro turno, così da non creare troppi malumori su scala nazionale. Ma intanto, saranno passati sette preziosi e lunghi anni.

Negli ultimi giorni, si è potuto leggere il solito cahier de doléances. Lugano e i suoi due alleati hanno fatto sapere che nulla verrà perduto di quanto raccolto lungo il percorso di promozione della candidatura (idee, bisogni, desideri, sponsor) e che le tre città continueranno a lavorare insieme. E ci mancherebbe, aggiungiamo un po’ preoccupati che potesse non essere così. Più tormentata la reazione di Bellinzona, che puntava al titolo di Capitale culturale «per evidenziare le proprie peculiarità, un po’ diverse dal resto del Ticino» e per «accelerare l’innovazione». Ora, una volta smaltita l’odierna delusione, la città farà le sue valutazioni per ricandidarsi per il 2033. Forse ancora in solitaria. Il quadro che esce da queste reazioni mostra come siano ancora profonde le faglie, non solo amministrative, che separano e frantumano il nostro cantone, impedendogli di esercitare su scala svizzera il proprio ruolo culturale, e con tutto il peso specifico possibile. Vista da Berna, la candidatura plurale del Ticino non deve essere stata esattamente uno scivolo verso una decisione finale secca e precisa. Anzi, siamo l’unico cantone ad aver proposto due candidature, anziché puntare su una e fare di tutto per mostrarsi i migliori in gara.

A questo giro, Argovia ha vinto con il motto: «Aarau collega: persone, spazi, tempo». Giustamente, la giuria ha voluto premiare una città che non è solo un luogo di passaggio tra Zurigo, Berna, Basilea e Lucerna, ma un centro culturale autonomo tutto da scoprire. In misura maggiore, il Ticino, tutto il Ticino, ha le stesse caratteristiche. È un luogo di passaggio e allo stesso tempo ha una cultura italiana strabiliante e unica in tutta la Confederazione, ça va sans dire. Ma se procediamo divisi, trasmettiamo solo confusione. Fino a quando ancora?