Il commento

Clima: dibattito scientifico o pregiudizi?

Il commento di Mario Tosi, professore emerito di biologia molecolare e genetica umana all’Università di Rouen (Francia)
Foto Keystone
Mario Tosi
05.09.2019 06:00

Due articoli pubblicati nei giorni scorsi nel Corriere del Ticino trattano del rischio climatico e lo fanno entrambi da un punto di vista frontalmente opposto a quello degli studiosi e dei cittadini preoccupati per l’effetto sull’ambiente delle attività umane. Questi due articoli nel CdT – uno di «Opinione» di Pio Eugenio Fontana (24 agosto) e l’altro di «Commento», di Robi Ronza sembrano ignorare le più importanti pubblicazioni scientifiche recenti. Il dott. Fontana sostiene che i dati scientifici ai quali si riferiscono le persone sensibili al rischio climatico sono «bufale» inventate da gruppi di pressione che difendono «interessi finanziari di migliaia di miliardi di dollari». Il loro scopo sarebbe «il rovesciamento delle acquisizioni della civiltà industriale». Afferma che i numerosi esponenti del mondo scientifico che esprimono gravi preoccupazioni per i rischi di un riscaldamento del pianeta non sarebbero credibili perché tra di loro pochi sono esperti sul clima. Ritiene che l’assenza di consenso degli studiosi sia prova sufficiente dell’assenza di un rischio climatico. La discussione di interpretazioni diverse della realtà fa parte integrante dell’attività scientifica. L’esperto principale citato dal dott. Fontana è Richard Lindzen che fu professore all’istituto MIT di Boston. I suoi lavori e le sue conclusioni sono criticate da anni dai suoi colleghi dello stesso MIT, che si sono dissociati quando nel 2017 consigliò il presidente Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima. Ma il dott. Fontana ignora queste critiche, invece qualifica di «stupidata» le interpretazioni scientifiche diverse da quelle sue e di Richard Lindzen.

Possiamo riconoscere al dott. Fontana e agli esperti da lui citati la libertà di altre interpretazioni, ma non quella di attribuire una manipolazione dell’opinione pubblica agli studiosi che hanno un’opinione diversa. Li accusa addirittura di partecipare a un piano di controllo sociale per creare «falsi problemi» utilizzando «tecniche emozionali di massa». Il dott. Fontana non spiega quali sarebbero i supposti gruppi di potere che avrebbero interesse a manipolare le paure del riscaldamento del pianeta. Invece dall’altra parte del dibattito politico sul clima vediamo ogni giorno nelle azioni di capi di governo come i presidenti Trump e Bolsonaro il poco rispetto per l’ambiente e i legami con ben noti gruppi potenti dell’agroalimentare, del petrolio o gas naturale. Per non parlare della Russia di Putin, che è probabilmente il paese che trova i più grandi vantaggi nelle risorse di idrocarburi e nel riscaldamento del pianeta. Perché allora il dott. Fontana afferma che uno degli scopi del complotto immaginario sarebbe «la concentrazione delle risorse energetiche nelle mani di pochi» come se non fossero già concentrate? E perché gli scienziati preoccupati per il clima sarebbero legati a potenti gruppi di interesse e non gli scienziati da lui citati, che non credono all’esistenza di un grave rischio climatico? Un secondo articolo, quello di Robi Ronza, riconosce il riscaldamento climatico e un contributo delle attività industriali a questo riscaldamento. Ma vede questo contributo soltanto a livello locale e contesta l’utilità di ridurre le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera perché secondo lui non ci sarebbe un riscaldamento globale del pianeta dovuto alle attività umane. Robi Ronza cita i periodi di riscaldamento all’epoca della Roma antica e pensa che sarebbero la prova che l’attività industriale recente non avrebbe nessun impatto. Ma nel commento della rivista «Nature» ai lavori pubblicati recentemente, nella stessa rivista, dal gruppo bernese di R. Neukomm (Neukom et al. Nature 571, 550–554,2019) leggiamo: «L’idea familiare a tutti che il clima cambia continuamente è certamente vera. Ma anche se guardiamo fino ai primi tempi dell’Impero romano non troviamo nessun avvenimento equivalente, anche da lontano, con il riscaldamento degli ultimi decenni, sia in intensità che in durata. Il clima di oggi si distingue per il suo torrido sincronismo globale» (Scott St George, Nature 571, 24 luglio 2019). Questo significa che soltanto da pochi decenni si osservano fenomeni di riscaldamento globali, che avvengono simultaneamente e in tutto il mondo. Prima dell’era industriale moderna questi fenomeni erano sempre limitati a certe parti del mondo, poiché legati a particolari cause naturali. Robi Ronza ritiene che si deve lottare contro i cambiamenti del clima non attraverso la riduzione della crescita industriale ed economica, ma mediante lo sviluppo della tecnica. Personalmente non credo che sia sufficiente sperare nello sviluppo di nuove tecnologie, ma un altro dibattito sarebbe necessario per analizzare le possibilità e i limiti della tecnologia in questo campo. Invece è interessante osservare che l’opposizione di Robi Ronza a politiche di riduzione dei consumi, in particolare di idrocarburi, non è dettata da una convinzione scientifica, ma dalla paura di una mutazione socio-politica che trasferirebbe il potere a «un governo mondiale tecnocratico non eletto». L’autore di questo articolo contesta l’esistenza di un problema mondiale perché le sue convinzioni politiche e ideologiche (che rispetto anche se non le conosco esattamente) sono contrarie all’idea stessa di mondializzazione. La logica di questo salto vertiginoso dalla scienza all’ideologia politica mi sfugge, tanto più che l’autore dell’articolo vede addirittura «il ritorno dell’ultrasinistra del Sessantotto» e del «marx-leninismo»! Chi avrebbe mai pensato a una simile spiegazione? Gli autori dei due articoli pubblicati nel CdT non hanno fiducia nella scienza. Pensano che i ricercatori scientifici siano incapaci di fornire delle risposte soddisfacenti. Trasformano il dibattito scientifico sul clima in un’alternativa astratta tra responsabilità totale delle attività umane e origine totalmente naturale del riscaldamento. È evidente (ma vale la pena di ripeterlo) che non hanno cercato di capire il messaggio delle pubblicazioni recenti che non vanno nel senso delle loro idee. La comunità scientifica è da sempre e necessariamente internazionale, ma non si vede perché si lascerebbe coinvolgere in un ipotetico piano di governo mondiale. I ricercatori studiano pazientemente la realtà senza pregiudizi ideologici. L’affermazione del dott. Fontana che «gli scienziati hanno spesso un rapporto di sudditanza nei confronti di chi sovvenziona le loro ricerche» è offensiva per la comunità scientifica, in particolare quella indipendente delle università o altre strutture accademiche. La maggior parte dei cittadini sensibili ai rischi climatici e in particolare i giovani (che il dott. Fontana sembra trattare con derisione quando cita Greta Thunberg) osservano le anomalie attuali del clima e prendono sul serio le informazioni degli studiosi. Non chiedono alla scienza se «è tutta colpa dell’uomo» perché, anche se la civilizzazione industriale è responsabile soltanto di una parte del problema, vedono che il futuro è minacciato e che è possibile agire. Sono motivati dall’osservazione concreta della realtà, non da immaginarie manipolazioni politiche.