Com’è dolce la vita a Londongrad

Si chiama Kleptocracy Tour, la pandemia l’aveva sospeso ma, finite adesso le restrizioni anti-COVID, il giro turistico in autobus riprenderà come da programma. Si parte da Highgate, zona chic a nord di Londra, si prosegue per St. John’s Wood, quindi giù fino all’elegantissimo Knightsbrige. Lungo il tragitto la guida indica il palazzo che ospita un importante ministro del governo russo, il villone di un ex membro della Duma e poi magioni e attici di oligarchi e dignitari del regime putiniano che si sono comperati Londra. «Con l’aiuto di un esercito di avvocati e banchieri inglesi che hanno fatto più di chiunque altro per drenare denaro dalla Russia», accusa Roman Borisovich, finanziere e inventore del tour della cleptocrazia.
Una sosta doverosa è al numero 5 di Belgrave Square, sontuosa residenza di Oleg Deripaska, re dell’alluminio, uno degli oligarchi più vicini a Putin. Ma sulla stessa piazza, la più costosa del Regno Unito, ha trovato alloggio anche Len Blavatnik, padrone di Dazn oltre che uomo più ricco d’Inghilterra e fortunato possessore tra Mayfair e Chelsea di proprietà per oltre 300 milioni di sterline. Ci sono così tanti miliardari russi, a Belgrave Square, che l’hanno ribattezzata Red Square, Piazza Rossa. Macchinone e super-case, si pasteggia a caviale e champagne, si vive tra oro e cristalli.
E adesso? Finita la festa a Londongrad? Boris Johnson adora Churchill e non gli è parsa vera l’occasione di imitarlo. Mentre i tank di Mosca sferragliavano oltre la frontiera ucraina, è stato tra i primissimi in Occidente ad annunciare con tono grave sanzioni contro banche e oligarchi russi. Brividi di terrore per i miliardari di Putin domiciliati sul Tamigi? Nemmeno per sogno. A nessuno conviene in Inghilterra interrompere il fiume d’oro dalla Russia, che ha inondato anche la politica. Negli ultimi anni i generosi magnati moscoviti hanno fatto donazioni pubbliche al partito conservatore per oltre due milioni e mezzo di sterline. A caval donato...
Si calcola che dalla fine dell’Unione Sovietica trilioni di dollari abbiano lasciato illegalmente la Russia. Transparency International indica in almeno 200 miliardi di euro i capitali riciclati dalla sola Danske Bank attraverso la sua filiale estone entro il 2014. In queste operazioni gli «gnomi» britannici hanno giocato un ruolo cruciale. I conti più significativi erano gestiti da società costituite nel Regno Unito, grazie alle capacità di ingegneria finanziaria e fiscale offerte da insospettabili banchieri di Sua Maestà. Nel 2015, in un documentario di Channel 4 dal titolo From Russia with Cash («Dalla Russia con il contante»), i due conduttori si sono finti russi con denaro sporco da riciclare e hanno visitato le più prestigiose agenzie immobiliari del centro di Londra. Non una li ha buttati fuori, anzi. Tutte hanno offerto la consulenza di importanti studi legali esperti nella costituzione di società offshore per garantire l’anonimato.
Nel 2018, finalmente, la Commissione esteri dei Comuni ha prodotto un rapporto allarmato: «L’oro di Mosca. La corruzione russa nel Regno Unito». Risultato, zero. Lo stesso, temo, delle sanzioni annunciate con la fanfara da Johnson: gli oligarchi colpiti saranno ben... tre! Uno di loro è Boris Rotenberg, costruttore intimo di Putin e suo socio d’affari, proprietario di una casa a Knightsbridge del valore di cinque milioni di sterline, formalmente di una società cipriota: vedremo se sarà «congelata».
Tra i puniti di certo non figura il famoso Roman Abramovic, il padrone del Chelsea legatissimo allo zar del Cremlino, perché - ha sostenuto Johnson in Parlamento - già raggiunto da sanzioni nel 2018. Non era vero, tanto per cambiare. Ad Abramovic non hanno rinnovato il visto sul passaporto russo, lui se n’è comprato uno israeliano e a ottobre è tornato a Londra. Perché il guerriero Johnson non gli sequestra la squadra? E, già che c’è, restituisce pure i due milioni e mezzo di sterline regalati dagli amici di Putin al suo partito?
