Con Kevin Warsh la Federal Reserve non rischia di essere «trumpizzata»

I politici tendono a lasciare in pace la banca centrale americana. Pochi elettori seguono direttamente la politica monetaria e, quando si accorgono dell’inflazione, può essere utile avere qualcun altro a cui attribuirne la colpa.
Donald Trump non è un politico come gli altri. Nel suo secondo mandato, il presidente - convinto che i tassi d’interesse siano troppo elevati - ha attaccato la Federal Reserve con cause legali aggressive, ha inveito sui social media contro il suo presidente Jerome Powell ribattezzato «troppo lento» e ha persino promosso un’indagine penale infondata contro di lui per metterlo sotto pressione.
Finora, però, queste pressioni presidenziali non hanno prodotto l’effetto sperato. Anzi, potrebbero aver avuto l’effetto opposto, rafforzando la determinazione dei difensori della Fed. La Corte suprema sembra orientata a negare a Trump il diritto di licenziare Lisa Cook. E una manovra del senatore repubblicano uscente Thom Tillis per bloccare la nomina di Kevin Warsh - scelto da Trump per succedere a Powell - ha finito per costringere il Dipartimento di Giustizia a ritirare il procedimento contro il presidente della Fed il 24 aprile. I mercati, nel frattempo, tendono ormai a ignorare le invettive ricorrenti di Trump contro la banca centrale.
Ma Warsh, il cui percorso verso la presidenza è stato spianato dal dietrofront del Dipartimento di Giustizia, potrebbe davvero rimodellare la Fed in senso più «trumpiano»? A prima vista, appare più malleabile del suo predecessore. Ha ottenuto la nomina abbandonando una vita da «falco» dell’inflazione e allineandosi con la linea più accomodante della Casa Bianca. Durante l’audizione al Senato - per lo più piatta - ha superato il test di purezza MAGA rifiutandosi di affermare esplicitamente che Trump abbia perso le elezioni del 2020 contro Joe Biden. E ha evocato, con parole che suonano come musica per Trump, la necessità di un «cambio di regime» alla banca centrale.
Uno sguardo più attento a ciò che Warsh intende fare - e a ciò che realisticamente può ottenere - suggerisce tuttavia un progetto molto più modesto. Le sue idee sono infatti marginali, irrilevanti o al di fuori dei poteri di un presidente della Fed.
Rivoluzione «marginale»
Cominciamo da ciò che Warsh non intende fare. All’interno della Fed si temeva che il «cambio di regime» riguardasse il personale, in particolare i presidenti delle banche regionali, cinque dei quali votano sulla politica monetaria. Il timore era che potesse licenziarli per sostituirli con fedelissimi trumpiani. Durante l’audizione al Senato, però, ha rassicurato tutti: parlava di un cambiamento del «regime di politica», non di una purga.
Sul piano della politica monetaria, Warsh si comporta spesso come un rivoluzionario marginale. Si concentra su dettagli tecnici più che su grandi svolte. Una delle sue principali critiche riguarda l’eccessiva attenzione alla cosiddetta inflazione «core» (che esclude alimentari ed energia) rispetto alle misure «trimmed mean» (media troncata, ndt), che eliminano le variazioni di prezzo più estreme. Queste ultime possono risultare più basse e quindi giustificare tassi inferiori. Ma nella maggior parte dei casi - compreso quello attuale - le due misure sono quasi identiche.
Altre idee a lui care inciderebbero poco nella pratica perché ormai superate. Vuole sottrarre la politica monetaria a temi politicamente sensibili come il clima e la giustizia sociale, ma la Fed lo ha già fatto. Diffida inoltre di interpretazioni troppo ampie del mandato sull’occupazione, che durante la pandemia potrebbero aver compromesso la stabilità dei prezzi. Anche su questo fronte, però, la Fed ha già voltato pagina.
Restano due proposte sostanziali. La prima è ridurre rapidamente il bilancio della Fed, oggi pari a circa 7 mila miliardi di dollari, considerato da molti eccessivo. Ciò andrebbe contro la recente decisione di interrompere il «quantitative tightening», cioè la riduzione graduale del bilancio. Vendite di obbligazioni potrebbero abbassarne i prezzi e far salire i rendimenti, con effetti a catena sui tassi applicati a mutui e prestiti. Per compensare, Warsh dovrebbe ridurre i tassi a breve termine. Ma l’impatto è incerto e il rischio di errori è elevato.
La seconda idea è lo scetticismo verso la «forward guidance», ovvero l’indicazione preventiva della traiettoria futura della politica monetaria. Introdotta dopo la crisi finanziaria del 2007-09, serve a ridurre la volatilità dei mercati e a influenzare i tassi a lungo termine. Warsh teme che vincoli eccessivamente i decisori, impedendo loro di reagire a nuove informazioni. Tuttavia, la maggior parte degli osservatori ritiene che i benefici superino i rischi.
Anche queste riforme, pur rilevanti, non dipendono solo da lui. Le decisioni chiave richiedono la maggioranza del consiglio dei governatori, composto da sette membri. Come presidente, Warsh avrebbe visibilità e influenza, ma un solo voto. Dovrebbe quindi convincere gli altri, attenuando inevitabilmente le sue proposte.
Analoghi vincoli valgono per la definizione dei tassi. Le decisioni del Federal Open Market Committee (FOMC) richiedono almeno sette voti su dodici. Prima della guerra con l’Iran, i mercati prevedevano diversi tagli dei tassi. Ora il conflitto spinge al rialzo energia e alimentari, con possibili effetti sull’inflazione più ampia. Di conseguenza, si prevede che i tassi restino stabili tra il 3,5% e il 3,75%.
Ma il cambio al vertice non modificherà gli equilibri interni
L’arrivo di Kevin Warsh potrebbe non modificare gli equilibri interni. Un suo alleato, Stephen Miran, lascerà il posto nel consiglio per fargli spazio. Jerome Powell ha dichiarato, la settimana scorsa a margine della riunione del FOMC, l’ultima da lui presieduta, che resterà governatore fino al 2028. Anche i tre membri nominati da Joe Biden difficilmente si dimetteranno, per evitare che Donald Trump li sostituisca con fedelissimi.
Si tratta di una rottura con la prassi: pochi governatori restano fino alla fine del mandato e nessun presidente recente è rimasto dopo aver lasciato la guida. Ma, data la tendenza di Trump a interferire, per molti è «fondamentale che rimangano. Il presidente, comunque, è ancora lontano dall’avere la maggioranza nella Fed. Persino i suoi due nominati del primo mandato, Christopher Waller e Michelle Bowman, sono considerati decisori seri, difficilmente inclini a sostenere derive estremiste.
Tutti questi vincoli rendono improbabile una trasformazione radicale della Fed sotto Warsh. Ciò non significa però che sia innocuo. Come osserva Peter Conti-Brown della Wharton School, lui e i suoi collaboratori sembrano prendere troppo sul serio l’idea - discutibile - che la Fed sia in crisi.
Lo stesso Warsh, come molti membri dell’amministrazione Trump, ha sviluppato l’abitudine di esagerare nelle critiche all’istituzione che si appresta a guidare. Nell’ultimo anno ha definito la politica monetaria «malfunzionante da molto tempo». Se una volta in carica non riuscisse a soddisfare le richieste di Trump, potrebbe scaricare la responsabilità sui colleghi.
Ma avere contemporaneamente un presidente degli Stati Uniti e un presidente della Federal Reserve che attaccano la politica monetaria sarebbe senza precedenti - e aggraverebbe ulteriormente la politicizzazione della banca centrale americana.
