Dal tamarro al maranza

Giovani che cercano spazi d’ascolto, provando in qualche modo a farsi sentire. Così li descrive chi studia la vita delle persone ai margini della società. Arrivano soprattutto dalle province lombarde e dall’hinterland milanese. Una parte di loro ha un background migratorio. Sono italiani di seconda o terza generazione. C’è chi li chiama con disprezzo “maranza” e li accusa di essere dei delinquenti da condannare senza se e senza ma. Inizia così un articolo di Michele Montanari del 22 ottobre 2026 che ho letto nella versione on line di questo giornale. Rappresenta bene, e correttamente, il significato che sta assumendo questa parola. La voce è entrata nel 2025 nel repertorio dei neologismi del portale della Treccani, con questa definizione: « giovane che fa parte di comitive o gruppi di strada chiassosi, caratterizzati da atteggiamenti smargiassi e sguaiati e con la tendenza ad attaccar briga, riconoscibili anche dal modo di vestire appariscente (con capi e accessori griffati, spesso contraffatti) e dal linguaggio volgare ».
Come si vede, non c’è alcun riferimento all’etnia di provenienza; il riferimento agli italiani di seconda generazione non compare neppure negli esempi riportati.
Oggi la situazione appare diversa. Il tratto « italiano di seconda generazione » è entrato prepotentemente nel significato della parola. Il deputato della Lega Igor Iezzi, nella conferenza stampa di presentazione di una proposta di legge del suo partito, definita espressamente « legge anti-maranza », ha spiegato il significato della parola facendo riferimento ai giovani nati in Italia da genitori migranti: « all’interno di questa categoria ci sono gli italiani di seconda generazione, molti dei quali sono maranza, cioè coloro che compiono dei reati, reati di sfumatura diversa ». Lo slittamento semantico è avvalorato, da una prospettiva completamente diversa, da Ouidad Bakkali, deputata del Partito democratico nata in Marocco, che ha polemicamente ricordato sui social di essere l’unica « maranza » in Parlamento.
Successivamente (anche lei il 22 ottobre) ha chiarito la sua posizione: « Ho rivendicato di essere l’unica maranza in Parlamento perché voglio svelare l’ipocrisia dietro al termine, disarmarlo. La parola viene usata prima per definire teppisti e delinquenti, che nessuno vuole, ma poi passa a definire tutti gli italiani di seconda generazione, quelli i cui genitori sono nati altrove, non solo chi commette violenza. Allora alzo la mano: ci sono anch’io».
A dire il vero, il riferimento di « maranza » ai nordafricani non è una novità dell’ultimo anno, se già il 15 gennaio 2025 nel profilo Facebook « Noi Poliziotti per sempre », pagina non ufficiale « gestita da poliziotti in servizio e in pensione », la parola veniva spiegata così: « Chi sono i maranza? I maranza rappresentano un gruppo di giovani, prevalentemente di origine nordafricana, che si spostano in gruppo nelle città italiane, in particolare a Milano. Questa generazione di stranieri, spesso di seconda generazione, si distingue per comportamenti che suscitano preoccupazione tra i residenti e le autorità ». La parola è trasmigrata anche nell’italiano ticinese: Google restituisce una cinquantina di articoli o post di questo giornale che contengono la parola.
Ouidad Bakkali ci ha introdotto bene nella storia, anche se molto recente, di questo giovanilismo, presto trasferitosi nella lingua comune. Nato negli anni Ottanta come sinonimo di « tamarro», giovane rozzo e pacchiano, è passato a indicare il componente di una banda di ragazzi, spesso in tuta nera con cappuccio, dagli atteggiamenti provocatori e violenti, per poi ridefinire i propri confini semantici, finendo per riferirsi prevalentemente ai giovani di origini nordafricana che hanno questi atteggiamenti. L’ulteriore rideterminazione, ora in corso, sta spingendo la parola a designare qualsiasi nordafricano, indipendentemente dai suoi atteggiamenti sociali. Un bel caso di tumultuosa evoluzione di una parola di recente introduzione nella lingua.