Il commento

Djokovic: campione in campo, non sempre nella vita

Impazza la polemica sul caso del numero 1 del tennis, che in una camera d’albergo nei pressi dell’aeroporto di Tullamarine aspetta una decisione sulla possibile espulsione dall’Australia - Il commento di Flavio Viglezio
Molte le ombre su una partecipazione di Djokovic all’Australian Open. ©KEYSTONE/LUKAS COCH
Flavio Viglezio
Flavio Viglezio
06.01.2022 19:28

La polemica impazza. Sui social media è già stato ribattezzato Novax Djokovic, o Novak Djokovid. Chi cerca di difenderlo viene subissato di critiche, sfottò irriverenti, insulti davvero poco eleganti. Lui, intanto, il tennista serbo numero 1 della classifica mondiale, attende il suo destino – che verrà deciso solo lunedì - in una camera d’albergo nei pressi dell’aeroporto di Tullamarine. Un complesso che ospita solitamente i richiedenti d’asilo, lontano anni luce dalle dorate suite a cui Nole è abituato. Si sente umiliato e discriminato, Djokovic, e si è subito rivolto ai suoi avvocati: contro la decisione di espulsione dall’Australia è stato inoltrato un ricorso.

L’Australia lo sta trattando come un normalissimo cittadino del mondo e dalla lontana Serbia – addirittura per bocca del presidente Aleksandar Vucic – sono già partite accuse pesantissime nei confronti delle autorità del “Down Under”. La brutta vicenda – come era normale che fosse – da sportiva è immediatamente diventata politica, su uno sfondo di interessi economici che fanno perdere il senso della realtà a Djokovic, al suo entourage e a chi ha concesso al tennista l’esenzione medica per partecipare ai prossimi Australian Open. Il tutto, è bene ricordarlo, nel contesto di una drammatica crisi sanitaria a livello planetario.

Comunque andrà a finire la telenovela, la figuraccia è insomma già stata servita. E nessuna delle parti in causa ne uscirà bene. A partire dal protagonista principale, l’attuale re mondiale della racchetta. Non nuovo a cadute di stile legate al suo comportamento nei confronti della pandemia. In piena prima ondata, con mezzo pianeta chiuso in casa, aveva organizzato un torneo in patria che si era trasformato in un grande focolaio. Si era poi scusato urbi et orbi, ma Djokovic sembra incapace di misurare la portata delle sue azioni e di assumersi le responsabilità derivanti dal suo statuto di stella del tennis. Una sorta di “Le roi, c’est moi”, parafrasando il “L’Etat c’est moi” di re Luigi XIV.

Djokovic, suo padre – che incita ad invadere le strade di Melbourne per liberare il figlio prigioniero –, il suo team, le autorità serbe: tutti incapaci di guardare il mondo attuale attraverso le lenti del buon senso, accecati dalla celebrità del personaggio e spinti da quella nauseante certezza che lo statuto di VIP conceda privilegi a cui i comuni mortali non possono accedere. Certo, l’Australia sta per impedire a Nole di svolgere la sua attività lavorativa. Le fondamenta della democrazia impongono di rispettare le convinzioni individuali di ognuno e nessuno può pretendere di far cambiare idea al tennista serbo sui vaccini e su quello per combattere il coronavirus in particolare. Non è questo il punto. Leggi e regole vanno – o meglio, andrebbero – rispettate, al di là di un cognome famoso. Come aggravante, Djokovic non ha mai voluto esprimersi apertamente sul tema, nascondendosi dietro ad un fragile – in questo caso – rispetto della privacy.

Si tratta anche di una questione di rispetto e di empatia nei riguardi di Melbourne e della sua popolazione, costretta a subire uno dei lockdown più lunghi e più duri al mondo. E va ricordato che cittadini australiani trovatisi all’estero si erano visti negata la possibilità di tornare in patria. Ecco allora che, a guardar bene, l’origine del pastrocchio è figlio della decisione presa dagli organizzatori degli Australian Open, avallata dalle autorità dello Stato di Victoria. Che ora litigano con il governo federale australiano anche e soprattutto a causa di colori politici diversi.

La deroga per ragioni mediche concessa a Djokovic è silenziosamente motivata da interessi economici, della pressione di sponsor milionari che non possono e non vogliono rinunciare alla presenza del numero 1 al mondo. Nole si è furbescamente ed egoisticamente infilato in questo spiraglio. Lunedì, il giudice che dovrà pronunciarsi sulla sorte australiana di Djokovic decreterà di fatto se, in piena pandemia, esiste il privilegio della celebrità. Sarebbe uno schiaffo per chi ha deciso – seppure tra mille dubbi e incertezze – di rispettare le regole. Soprattutto da parte di un Paese che ha sempre utilizzato il pugno duro. Sul volo di ritorno che lo riporterebbe in Serbia, Djokovic avrebbe tutto il tempo di pensare, di riflettere perché non riesce ad entrare nel cuore degli appassionati come Roger Federer e Rafael Nadal. Chi è campione in campo, non sempre lo è nella vita.

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