Il commento

Franjo von Allmen e un altro pezzo di storia, la nostra

Bernhard Russi, Pirmin Zurbriggen, Didier Défago, Beat Feuz: la dimensione dell’impresa firmata dall'elvetico a Milano Cortina 2026 va misurata anche sui campioni olimpici che lo hanno preceduto
Un selfie con il campione. © MICHAEL BUHOLZER
Massimo Solari
07.02.2026 17:15

Bernhard Russi, Pirmin Zurbriggen, Didier Défago, Beat Feuz. La dimensione dell’impresa firmata da Franjo von Allmen a Milano Cortina 2026 va misurata anche sui campioni olimpici che lo hanno preceduto. In particolare i primi due, rispettivamente 23 e 25 anni al momento di mettersi al collo l’oro nella disciplina regina. Entrambi, all’epoca, già campioni del mondo della specialità. Sulla Stelvio di Bormio, Franjo ha conosciuto la gloria a soli 24 anni, dodici mesi dopo aver conquistato la libera iridata di Saalbach. Insomma, un altro fenomeno. Un altro pezzo di storia. La nostra.

Il 7 febbraio, in questo senso, ci porta fortuna. Eccome. Lo stesso giorno, infatti, si consumò la consacrazione olimpica di Russi e di Feuz. Quest’ultimo, a Pechino 2022, aveva dieci anni in più del suo erede. Un erede, già, perché il metallo più prezioso è stato tramandato da un affabile bernese all’altro, da un tipo di velocista a uno che vi assomiglia tantissimo. Nell’ora della verità e della pressione più intensa, von Allmen, come Feuz, ha trasformato la pacatezza in un’arma preziosa. E, interpretazione della mitica Stelvio alla mano, lo stesso si può dire in riferimento alla notevole massa corporea, fattore decisivo lungo un tracciato che – a differenza della Coppa del Mondo dicembrina – esigeva dagli atleti più ambiziosi la capacità di creare grande velocità. Di più, a proposito di chilometri orari ed estrema delicatezza sugli sci: con l’altoatesino Sepp Kuppelwieser, il neocampione olimpico ha beneficiato proprio dell’arte dell’ex serviceman di Feuz; una sorta di assicurazione sul successo, quanto il materiale condiviso dai due: Head.

Il capolavoro di Franjo ha così fatto la differenza, arginando le aspirazioni dei padroni di casa Franzoni e Paris, ma anche lasciando a mani vuote l’amico Marco Odermatt. Già, «Odi» – come 4 anni fa e a poche settimane dall’enorme smacco sulla Streif – ha visto le proprie lecite ossessioni trasformarsi in lacrime e amarezza. Perché la discesa rimane la regina delle discipline e venire accostati al polivalente per eccellenza Zurbriggen, come pure alla sua eco eterna, è evidentemente qualcosa che non ha solo a che fare con i sogni, ma con la bramosia. Odermatt era lo svizzero più atteso, e – anche per questa ragione, per spessore e ampiezza del talento – la sua grandezza può ancora essere misurata. Von Allmen, invece, aveva preparato il colpo grosso. E il 7 febbraio, come altre leggende dello sci rossocrociato, non ha fallito.

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