Giorno della Memoria, giorno della Storia

Il 27 gennaio si è svolto, come ogni anno, il rito della Giornata della Memoria. Forse più degli altri anni, la commemorazione ha diviso gli animi, ha causato imbarazzo, ha suscitato polemiche. Diverse voci si sono levate per denunciarne l’inutilità, la perdita di senso, persino l’ipocrisia, soprattutto se confrontato con quanto sta accadendo nel tempo presente. Detto sottovoce dagli uni, gridato dagli altri, l’inquietudine di fronte a una data, il 27 gennaio, si collega a una parola: Gaza.
Come ha scritto Bruno Montesano su Micromega, la domanda che circola è se abbia senso ricordare un genocidio mentre si assiste a quello che diversi studiosi, tra la storia e il diritto, ritengono tale. Questo paradosso è acuito dal fatto che ne è protagonista uno Stato che trae parte della propria legittimità dalla Shoah e, in particolare, da un governo che strumentalizza la memoria a fini politici. Da qui nasce il timore che commemorare il 27 gennaio significhi in qualche modo diventare complici dei crimini attuali.
Per uscire da questo cortocircuito occorre denunciare innanzitutto la deriva presentista che investe la storia. Un presente onnipervasivo e soverchiante che tende sempre più a determinare il passato, a reinterpretarlo o a ignorarlo in ragione delle sue esigenze. E da qui il turpe accostamento tra vittime di ieri e carnefici di oggi, in una semplificazione e banalizzazione che mortifica la storia. Ogni evento è invece nella sua unicità il prodotto di condizioni specifiche e spesso contraddittorie, di fenomeni di lunga durata e di articolati processi. La complessità storica richiede lentezza interpretativa, attenzione al contesto e alle differenze. Se analizzata, la Shoah mostra tutta la sua complessità tragica: vittime costrette a scelte moralmente laceranti, carnefici capaci di gesti individuali di umanità, spettatori che si crogiolano in una presunta innocenza, segnata da colpevole indifferenza o da antisemitismo latente, che si tramuta spesso in colpevole connivenza.
A tutto ciò va aggiunta una fondata critica all’egemonia del paradigma vittimario, che pone la vittima al centro del discorso pubblico come fonte di legittimazione sociale e politica. Essere riconosciuti come vittime permette di rivendicare diritti, risarcimenti e spazio nel dibattito pubblico. Questo fenomeno, strettamente intrecciato al presentismo, genera una contrapposizione immediata tra le vittime del presente e quelle del passato, producendo un appiattimento interpretativo che cancella la specificità delle diverse epoche storiche e conduce, in ultima analisi, a una sorta di gerarchizzazione delle vittime e degli stessi genocidi.
Non affrontando questi nodi, ora che i sopravvissuti stanno sparendo, si corre il rischio, come scrive Anna Foa, di trasformare la memoria in una pratica rituale, centrata sulla ripetizione del dolore e su immagini che finiscono per non interrogare più chi le ascolta. In questo modo si scivola facilmente nella retorica o in una rappresentazione puramente emotiva della violenza. Come Foa, anche io credo invece che questa giornata vada riempita di storia, perché solo il lavoro storico può restituire profondità alla memoria e articolazione alla realtà.
In quest’ottica, la Giornata rappresenta l’occasione di affrontare, oltre alla memoria di una criminale persecuzione, la responsabilità storica delle cause e delle dinamiche che hanno reso possibile la Shoah. Non serve a legittimare Israele, che non ne ha bisogno, ma bensì a interrogare l’Occidente, e dunque anche la Svizzera, sul proprio passato. Un confronto che resta ancora incompiuto, come dimostrano la persistente difficoltà a fare i conti con la memoria del nazifascismo e la recrudescenza di fenomeni che trovano le loro radici in quel passato.
Questo approccio non relativizza la Shoah, ma la rende il vero nucleo fondante del XX secolo, poiché intorno ad essa si è ridefinita la coscienza morale, politica e giuridica degli ultimi ottant’anni. Essa, infatti, non è stata soltanto un crimine di proporzioni inedite, ma un evento che ha messo in crisi i fondamenti stessi della civiltà occidentale: la fiducia nel progresso, nella ragione e nella cultura. Da questa frattura nasce l’esigenza di un nuovo linguaggio giuridico e penale. L’ordine politico e simbolico del dopoguerra si fonda su questa memoria negativa ma imprescindibile. Ciò implica anche interrogarsi sulle responsabilità contemporanee delle società nel rapporto con le tragedie attuali, Ucraina e Gaza su tutte.
Risalire alle origini della nostra contemporaneità, dare complessità storica agli sforzi del dopoguerra per costruire un mondo fondato sulla collaborazione internazionale permette di ribadire, malgrado tutto, la necessità politica del rispetto dei diritti umani, senza il quale a vincere è solo l’ipocrisia del più forte.