Commento

I profondi contrasti USA-Europa

Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, due discorsi, presi insieme, illustrano in modo quasi didattico i contrasti che si sono approfonditi tra Europa e Stati Uniti
©STAN GILLILAND
Alan Friedman
16.02.2026 06:00

Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, due discorsi, presi insieme, illustrano in modo quasi didattico i contrasti che, nell’ultimo anno, si sono approfonditi tra Europa e Stati Uniti. La divergenza non è più un rischio teorico: è diventata una realtà politica. Venerdì, a questo “Davos della difesa”, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha affermato che l’ordine internazionale basato sulle regole non esiste più nella forma in cui gli europei lo conoscevano. Le sue parole hanno richiamato, per lucidità e realismo geopolitico, l’intervento del primo ministro canadese Mark Carney a Davos il mese scorso.

Merz è stato persino più diretto: ha detto che «si è aperta una profonda frattura con gli Stati Uniti e che la pretesa americana di leadership è oggi contestata, forse già perduta». Non ha lasciato spazio a interpretazioni. «La guerra culturale del movimento MAGA negli Stati Uniti non è la nostra», ha dichiarato. «In Europa la libertà di parola finisce dove si scontra con la dignità umana e con la Costituzione. Non crediamo nei dazi e nel protezionismo, ma nel libero scambio. Sosteniamo gli accordi sul clima e l’Organizzazione mondiale della sanità perché siamo convinti che le sfide globali si risolvono solo insieme». Non era un discorso antiamericano. Era un monito agli europei: non confondere la lealtà con la vassallizzazione, non scambiare la nostalgia per una strategia.

Meno di ventiquattr’ore dopo, sabato, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha preso la parola sullo stesso palco. A un primo ascolto, il suo intervento sembrava lontano anni luce dall’attacco offensivo e aggressivo sferrato un anno fa dal vicepresidente J.D. Vance. Rubio è stato cortese, ha reso omaggio alla cultura europea evocando Michelangelo e persino i Beatles. Molti hanno voluto leggere in quelle parole il ritorno di un linguaggio rispettoso. Ognuno ha sentito ciò che voleva sentire. A uno sguardo più attento, però, il messaggio era lo stesso, solo confezionato con maggiore eleganza. Rubio ha ripetuto i punti chiave della retorica MAGA, accusando le politiche energetiche europee di «assecondare un culto del clima» mentre le energie alternative e rinnovabili «impoveriscono la nostra gente». Ha attaccato l’idea di un «mondo senza frontiere», sostenendo che l’Occidente si sarebbe aperto a «un’ondata senza precedenti di migrazioni di massa che minaccia la coesione delle nostre società, la continuità della nostra cultura e il futuro dei nostri popoli». Non si tratta di improvvisazione. Questa linea dura su identità e migrazione è iscritta nella Strategia di sicurezza nazionale americana adottata nel novembre 2025. L’appello di Rubio agli europei è chiaro: adattarsi al modello politico statunitense, non difendere il proprio. È una posizione ufficiale di Washington, che va oltre le politiche migratorie. Riguarda la definizione della libertà di espressione. Riguarda Big Tech. La linea di Trump mira a “magatizzare” l’Europa, sostenendo leader affini sul continente. È scritto, nero su bianco, nel NSS del 25 novembre 2025.

Il dossier più delicato resta l’Ucraina. In privato, molti diplomatici europei ritengono che Trump punti a qualsiasi pace, non a una pace giusta o duratura, purché rapida e spendibile politicamente. Prima di novembre. Il contenuto dell’accordo conta meno dell’immagine della vittoria. Se questo dovesse tradursi in una resa di fatto di Kiev, non sembra turbarlo. Come ha scritto il mio amico David Sanger sul New York Times, «la preoccupazione principale espressa a Monaco dai funzionari europei è che Trump accetti quasi qualsiasi accordo sull’Ucraina pur di rivendicare una vittoria, anche se ciò prepara il terreno a futuri attacchi di Putin».

Dal punto di vista svizzero, questo momento richiede sobrietà. La neutralità non è mai stata passività, ma realismo disciplinato: difesa delle istituzioni, delle regole e della prevedibilità come strumenti concreti per ridurre i conflitti. A Monaco erano presenti i consiglieri federali Martin Pfister, Ignazio Cassis e Beat Jans. Tornando a Berna, avranno molto da discutere con Guy Parmelin e con gli altri colleghi del Consiglio federale.

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